Il mio esame d’informatica generale
Dario | 1 Aprile 2008La classe rumoreggia, anzi fa proprio un casino dell’anima. In ordine sparso, tra i banchi scalcinati e scricchiolanti, siedono un centinaio di studenti di varie fogge e misure. Ci sono le Matricoline, con la faccia ancora morbida d’infanzia, con la loro aura puzzolente di latte, d’ingenuità e di sicurezza nei propri mezzi. Tutte le Matricole hanno stranamente la certezza di superare l’esame d’informatica generale al primo colpo. Non badano alle terribili voci che girano riguardo il Professore, si credono migliori di coloro che gli hanno rifilato quelle voci condite d’improperi coloriti. Stanno seduti lì impettiti con i loro libri finemente sottolineati, con i loro appunti ordinati e ricopiati fino alla nausea, attendono il Professore con una diligenza che solo una Matricola può avere, vestiti con abiti lindi, appena stirati, convinti che l’apparenza, anche ad un esame scritto, conti qualcosa.
Mescolati tra le Matricoline, ma comunque ben distinguibili, vi stanno i Ripetenti. Sono normalissimi studenti abbastanza anonimi del secondo o del terzo anno, che hanno già sostenuto qualche volta l’esame e che ora si trovano a ripeterlo. Anche loro ostentano sicurezza. Hanno svolto a casa tutti i compiti precedenti a partire dal 1982, tutti divisi in annate come vini pregiati. Conoscono a memoria tutte le domande e le rispettive risposte, hanno calcolato le probabilità che esca una dato quesito con precisione chirurgica, perdendo per fare ciò ore e ore di sonno. Inutile dirlo, ma per costoro il libro è da anni un soprammobile lasciato sulla scrivania a prendere polvere. Infine ci sono i Veterani. Vengono considerati tali coloro che superano il quinto tentativo. Essi sono un gruppo a parte, omogeneo, compatto e costituiscono oltre il 50% dei presenti. Li riconosci subito, basta anche un’occhiata fugace. Stanno lontani dalle Matricole e dalla loro ostentata sicurezza, odiano mortalmente i Ripetenti e i loro deliri statistici. Il loro abbigliamento è sciatto, quasi casuale, i loro sguardi spenti e rassegnati, come quello di chi guarda un film al cinema per la decima volta. Hanno cancellato da tempo le illusioni e si aggrappano solo alla speranza d’incontrare un compito relativamente semplice, che permetterebbe loro di agguantare l’agognato 18. I loro libretti universitari sono vecchi, lisi, usurati, impolverati e di forme strane, ormai superate da tempo. Trascorrono il tempo in attesa del docente rimembrando gli esami dei tempi andati, le domande di un tempo e le risposte mai date ad esse. Tra di loro hanno una particolare autorevolezza coloro che hanno superato il decimo tentativo. Sono una razza in via d’estinzione, alcuni esemplari sono stati promossi dal Professore in un raro accesso di pietà, altri hanno abbandonato gli studi, altri ancora si sono iscritti al corso di laurea in informatica per laurearsi con 110 e lode.
Ad un tratto, come un sudario, il silenzio. Il Professore entra nell’immensa aula seguito da due ali di assistenti, quasi come una sposa con il velo. Come un esercito ben addestrato, il seguito del docente, rompe l’ordinata formazione e si schiera ai quattro lati dell’aula, posizionandosi strategicamente, quasi come cecchini con un’unica missione: colpire coloro che copiano.
Il Professore ha un’aria severa, accigliata, si vede benissimo che vuole essere altrove e non in quell’aula gremita di studenti. Con gesti lentissimi, quasi come un boia che prepara la sua corda migliore, estrae dalla cartellina, che un solerte assistente gli ha porto, due corpose pile di fogli stampati. Inizia a parlare, le Matricole fremono, i Ripetenti gli fanno il verso, i Veterani tacciono. La sua voce è calma ma glaciale, sciorina le regole per sostenere l’esame lentamente, per farle assimilare ai pochissimi studenti che ancora non le conoscono. Poi come un ufficiale delle SS si aggira per l’aula, studia i volti, la disposizione, cerca d’intuire eventuali accordi e strategie stipulate dagli studenti. Il passo è lento, cadenzato, sale sugli scaloni dell’aula, silenzioso e guardingo, teso come una molla pronta a scattare. Gli studenti sono terrorizzati, anche i Veterani fremono al sentire i suoi passi. Poi tornato alla cattedra ed inizia a dettare ordini, con voce ferma e con una sapiente scelta dei morfemi. Muove dieci, quindici, venti studenti, li sposta, poi non contento, quasi come un pittore perfezionista, li sposta nuovamente. Sembra un giocatore di scacchi che muove le sue pedine. Non ha fretta, fa tutto con calma, se la posizione degli studenti non gli torna la modifica nuovamente. I suoi pensieri sembrano coerenti, ma sorge il dubbio che dietro vi sia una follia o forse frustrazione. I fogli dell’esame sono distribuiti in fretta e l’identità degli esaminandii viene vagliata con la stessa attenzione che un poliziotto può rivolgere allo spacciatore appena catturato. Sembra di assistere ad un rituale costruito ad arte, volto a sconvolgere lo studente, a privarlo di parte della sua razionalità.
E’ il rito dell’esame d’informatica generale, un esame che spesso finisce un minuto dopo la consegna dei fogli, una prova fisica ed intellettuale che, una volta finita, a prescindere dall’esito, assomiglia più ad una catarsi che ad un esame universitario.







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