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“La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano

Dario | 28 luglio 2008

Recensire quello che è stato considerato il “caso” letterario del 2008 è un’impresa ardua. Quando poi il libro in questione vende oltre 200.000 copie e arriva a vincere il prestigioso “Premio Strega” si rischia di essere traviati da giudizi entusiastici e dal blasone raggiunto dall’opera letteraria.

Guardiamolo allora questo  “La solitudine dei numeri primi”.

Il libro narra la storia di Mattia e Alice, due ragazzi torinesi che a causa di un grave trauma infantile crescono e vivono le loro vite, dall’infanzia fino all’età adulta pervasi da un profondo senso di inadeguatezza che si riflette inevitabilmente nelle loro scelte, piccole e grandi, e nel loro modo di affrontare la vita. Paolo Giordano ci trascina così nelle vite disturbate di questi due ragazzi, ci mette davanti la loro quotidianità, i fatti salienti e le tappe della loro crescita, ma soprattutto il loro goffo rincorrersi. Alice e Mattia sono, usando un’espressione rubata ai Pink Floyd, due anime perse in una boccia per pesci. Si inseguono per tutto il libro, si sfiorano per brevi e fugaci momenti e rifuggono via quasi impauriti da quei brevi contatti che li fanno sentire, per pochi minuti, quasi “normali”. Usando un’espressione dello stesso Mattia, lui e Alice sono “come due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero”.

Il senso di infelicità e di silenzioso dolore che grava su tutto il libro viene espresso dall’autore con un linguaggio semplice, privo di aggettivi inutili, a tratti molto diretto ma che non scade mai nel volgare, un linguaggio che allo stesso tempo riesce a narrare anche momenti “forti” con una semplicità e una poeticità affascinanti. Un libro ben scritto, che si lascia leggere dalla prima all’ultima pagina ma che non riesce a coinvolgere totalmente il lettore, che a tratti potrebbe rimanere interdetto o addirittura confuso

Ne  “La solitudine dei numeri primi” sono evidenti tutte le ingenuità di uno scrittore esordiente. Se da un lato i personaggi principali sono ben costruiti e delineati, i comprimari e i personaggi secondari sono a malapena tratteggiati, quasi figure di cartone senza identità. La città di Torino, che fa da sfondo alla maggior parte della  vicenda, non viene mai nominata nè descritta, così come non vengono mai descritti gli altri luoghi. Un modo, forse, per spiegare che la solitudine e il dolore posso essere ovunque, ma la quasi totale mancanza di contestualizzazione spiazza un pò il lettore. Nonostante la buona premessa, la storia “malata” di Alice e Mattia si evolve male. La narrazione parallela delle vicende dei due ragazzi spesso scivola nel banale e nello scontato,alternando momenti di meraviglioso e toccante lirismo a clamorose forzature, funzionali alla trama e che fanno scivolare il libro oltre i confini della realtà, verso il fatato mondo delle coincidenze che è proprio della favola.

Si tratta, ripeto, di un libro ben scritto che sguazza in quel vasto mare che divide i libri qualsiasi dai capolavori. Un romanzo per certi versi molto sopravvalutato, che ha avuto l’indubbia fortuna di avere un grande editore alle spalle che lo ha spinto e promosso come si deve ma che ha trovato nel pubblico italiano, sempre pronto a commuoversi davanti a storie travagliate ed adolescenziali, terreno fertile. Consigliato a coloro che la sera, prima di andare a dormire, vogliono rilassarsi con una lettura piacevole e poco impegnativa

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Una risposta

Ma vuoi mettere il capello sbarazzino??? Spettinato e ribelle? E'

Cla | 1 settembre 2008

Ma vuoi mettere il capello sbarazzino??? Spettinato e ribelle? E’ troppo biondino per non vincere il Premio Strega!

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