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Federalismo fiscale: Per capirci qualcosa di più

Dario | 15 Settembre 2008

Insieme ad Alitalia, il federalismo fiscale è sicuramente il tema che tiene maggiormente banco in questi giorni. La riforma della fiscalità nazionale che, secondo gli esponenti del centro destra, dovrebbe risanare e migliorare i conti nel nostro paese si presenta però al momento nebulosa e poco chiara. 

Di federalismo fiscale parlava il programma di governo del centrodestra durante le elezioni, una promessa che i fondamentali alleati della Lega Nord proprio in questi giorni stanno rivendicando a gran voce e in modi anche pittoreschi. La Lega Nord in verità parla di federalismo già da molto tempo, per l’esattezza dal 1991 quando il costituzionalista Gianfranco Miglio iniziò a stilare le prime proposte per una riarticolazione in senso federale della Repubblica.

In realtà la Lega si limita a rivendicare quanto già contemplato dalla stessa costituzione repubblicana, per l’esattezza all’articolo 119, modificato con legge costituzionale nell’ottobre 2001 e che ora ha il seguente testo:

Art. 119. 

I Comuni, le Province, le Citta’ metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa.
I Comuni, le Province, le Citta’ metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio.
La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacita’ fiscale per abitante.
Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono ai Comuni, alle Province, alle Citta’ metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite.
Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarieta’ sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Citta’ metropolitane e Regioni.
I Comuni, le Province, le Citta’ metropolitane e le Regioni hanno un proprio patrimonio, attribuito secondo i principi generali determinati dalla legge dello Stato. Possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento. E’ esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti”.

 

I principi contenuti nell’articolo 119 ancora non sono stati recepiti dalle camere che non ha, finora, approvato le leggi attuative.

Cos’è il federalismo fiscale?

La definizione di federalismo fiscale è abbastanza complessa. Volendo semplificare al massimo il discorso ,si tratta di un regime fiscale volto ad instaurare una proporzionalità diretta tra le imposte riscosse in una data area territoriale(Comuni, Provincie, Aree Metropolitane e Regioni) e le imposte effettivamente utilizzate. Applicato letteralmente questo principio implicherebbe che le regioni più ricche avranno sempre più risorse economiche di quelle meno ricche. Questa è forse una definizione troppo semplicistica e non molto chiara. D’altro canto neanche i nostri governanti hanno le idee molto chiare al riguardo. Finora si conosce qualche vago dettaglio di una proposta di legge discussa ad una cena privata che presto sarà presentata in Consiglio dei Ministri. Per fare un pò di chiarezza facciamo allora una supposizione, un breve esempio esplicativo di come POTREBBE essere un modello di fisco federale italiano.

Siamo nel 2011(data entro la quale teoricamente il federalismo dovrebbe entrare a regime). L’Italia è divisa ora in 20 regioni federali. Ciascuna regione incamera il 70% del totale delle imposte riscosse all’interno del proprio territorio e versa il resto al governo centrale. Con il denaro così incassato la nuova regione federale deve provvedere al proprio funzionamento(stipendi, spese amministrative, trasferimenti ad altri enti locali etc) inoltre deve provvedere a nuove voci di bilancio rappresentate dai settori della pubblica amministrazione ceduti in esclusiva dallo stato alle regioni. Parliamo in primo luogo del servizio sanitario, dei servizi pubblici essenziali(trasporti, rifiuti etc), dell’amministrazione del demaio e probabilmente anche dell’istruzione. Con il restante 30% lo stato centrale deve provvedere a tutte le altre spese che non ricadono sulle spalle delle regioni federali: Sistema giudiziario, Amministrazione, Agenzie governative, Welfare State, Sicurezza Pubblica etc. Inoltre questo 30%, come previsto dall’articolo 119 della costituzione, dovrebbe finanziare il famoso “fondo perequativo” cioè un fondo nazionale gestito dal governo atto a finanziare interventi strutturali per ridurre eventuali disparità tra le regioni. Si tratta ovviamente di un’ipotesi molto grossolana, creata esclusivamente a titolo esplicativo.

Com’è la situazione attualmente?

Il sistema fiscale nazionale attualmente vigente nel nostro paese si rifà alla vecchia e più snella formulazione dell’articolo 119 e fa una distinzione tra regioni a statuto ordinario e a statuto speciale. Queste ultime incamerano una grossa fetta delle imposte riscosse, hanno una certa autonomia gestionale e un maggior numero di competenze. Inoltre tali regioni percepiscono dei trasferimenti dal Ministero del Tesoro per il finanziamento di quei settori dove vi è conflitto di attribuzione tra stato e regioni. Le ragioni a statuto ordinario invece versano quasi tutte le imposte al fisco centrale(escluse le addizionali e le imposte locali) e in cambio ricevono dei trasferimenti dal Ministero del Tesoro calcolati in base al fabbisogno dell’amministrazione regionale e agli investimenti. Le iniquità insite in questo sistema credo siano evidenti. Le regioni a statuto speciale, grazie alla loro autonomia finanziaria possono permettersi organici molto più ampi e, come accade in Sicilia per esempio,stipendi molto più elevati rispetto alla media delle altre regioni. Ma non è tutto, le regioni a statuto speciale sfruttano la loro autonomia amministrativa dando origine a sperchi clamorosi oltre che dispendiosi.

 

Il federalismo fiscale sarà un bene o sarà un male?

Non conoscendo ancora approfonditamente i piani dell’attuale governo è difficile fare previsioni di sorta. L’obiettivo della riforma, cioè la corrispondenza diretta tra tasse riscosse e denaro in cassa alle regioni è in linea di massima corretto se affiancato ad apposite misure di compensazione per le regioni con meno capacità contributiva pro capite. Si pensi che attualmente l’Irpef riscossa nel nord Italia e quasi tre volte quella riscossa nel sud. Stesso discorso anche per l’Ires che risulta addirittura quattro volte superiore. E’ chiaro che un federalismo fiscale di tal guisa creerebbe un’Italia a due velocità, con un Nord che, grazie alle maggiori entrate fiscali, migliorerebbe la qualità del servizi e l’entità degli investimenti e un Sud che si troverebbe ad arrancare o a ridurre la qualità dei servizi. Vi sono dubbi anche su questo fantomatico “fondo perequativo” che dovrebbe finanziare investimenti o eventuali detassazioni. A questi dubbi le regioni del nord rispondono di non voler finanziare ad libitum gli sprechi e le inefficienze del meridione.

All’jnterno del dibattito sul federalismo fiscale si sta anche prendendo in considerazione un approccio, finora solo teorico, che prevede una ripartazione delle imposte non in termini quantitativi (il 70\30 dell’esempio sopra) ma in termini qualitativi. Si tratta del modello detto “del beneficio”. Secondo questo modello la totalità delle funzioni pubbliche andrebbero ripartite in tre grandi categorie: Quelle di pertinenza statale, quelle di pertinenza locale e quelle previdenziali e assistenziali. Ciascuna categoria avrebbe una forma di finanziamento privilegiata. La prima categoria sarebbe finanziata dalle imposte sulla produzione, la seconda dalle imposte sui consumi e dalle imposte locali, la terza dalle imposte sul reddito. Tale modello garantirebbe alle singole regioni un’autonomia finanziaria notevole, basata comunque sulla ricchezza prodotta al loro interno, ma darebbe allo stesso tempo risorse allo stato centrale per intervenire nelle regioni più povere. Il modello “del beneficio” sarebbe di gran lunga il più auspicabile e il più semplice da applicare ma attualmente non sembra essere preso in considerazione. 

Il federalismo fiscale viene spacciato come panacea risolutrice di tutti i mali del sistema Italia. Si tratta di mali endemici dalle radici profonde che probabilmente la riforma fiscale potrà intaccare ma difficilmente risolvere. In Italia vi è una pessima ridistribuzione della ricchezza. Il meridione divora enormi risorse dissipandole in una spesa pubblica di bassa qualità, con scarsi o addirittura deleteri risultati finali. Ma non è solo il sud il problema. Una grosa fetta delle entrate fiscale finisce in un Welfare State al collasso, inefficiente e in bilico tra la dismissione o il riammodernamento. Lo stesso sistema impositivo, riformato dagli anni settanta in poi, presenta storture ed iniquità, ad iniziare dalla famigerata Irap, la tassa regionale sulle attività produttive, un’imposta che colpisce i redditi prodotti dalle aziende al lordo dei costi. Il taglio dell’Ici, effettuato dal governo di centrodestra, in questo contesto appare una mossa quasi in antitesi, visto che ha privato i comuni di una grossa fetta delle entrate.

Infine permangono seri dubbi su come si articolerà il federalismo fiscale a livello di enti locali. Al momento attuale ciascun ente locale ha un complesso sistema di imposte e addizionali proprie, in più riceve un percentuale delle tasse incassate a livello nazionale(Iva, Irpef e Ires) sottoforma di trasferimenti. In base a questo come verrano ricalcolate le quote che i singoli enti locali potranno trattenere?

Riuscirà il governo con una legge a dare una sistemata a questo guazzabuglio infernale? Gli italiani e gli enti locali attendo con ansia qualche notizia certa dai palazzi del potere

Per saperne di più:

http://leg15.camera.it/_dati/lavori/stampati/pdf/15PDL0034771.pdf

http://www.palazzochigi.it/Presidenza/ACoFF/pdf/Dossier%20su%20Federalismo%20Fiscale.pdf

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Caso Alitalia: Quando finisce la Soap Opera

Dario | 12 Settembre 2008

Come Beautiful e altri suoi epigoni ci insegnano, le soap opera hanno sempre dei momenti di estremo squallore e pateticità. Ma si sa, le soap sono sempre situazioni artificiali costruite e a tavolino da sceneggiatori poco fantasiosi, mentre nel caso dell’Alitalia, dietro non c’è nessuno sceneggiatore, ma svariati registi più o meno occulti che hanno creato questa paradossale situazione.

E’ di queste ore la notizia del fallimento delle trattative tra Alitalia e le maestranze per il passaggio della “parte buona” della compagnia aerea nazionale alla fantomatica C.A.I. (Compagnia Aerea Italiana) e dell’avvio, da parte del commissario straordinario Fantozzi, delle procedure per la mobilità dei lavoratori della compagnia aerea nazionale. Un finale grottesco per una faccenda a dir poco grottesca. Cerchiamo di seguirne brevemente le tappe fondamentali.

La crisi Alitalia ha origini profonde che risalgono addirittura alla sua nascita. Essendo una compagnia di Stato è stata da sempre considerata un feudo politico per i partiti al potere, con tutte le conseguenze che una simile gestione porta: assunzioni pilotate, privilegi assurdi per il personale, una struttura sovradimensionata, quasi elefantiaca, ricca di sprechi e spese inutili.

Fino a quando le perdite dell’Alitalia si perdevano nelle pieghe dei bilanci delle Partecipazioni Statali la situazione poteva essere accettabile, ma con l’arrivo del nuovo millennio e le nuove normative europee sulle aziende pubbliche il quadro inizia a cambiare.  Lo stato non può più coprire le perdite dell’Alitalia e si inizia a pensare ad un piano di rilancio della compagnia. La soluzione sembra essere a portata di mano: il nuovo scalo Malpensa 2000. Alitalia stringe un’alleanza strategica con KLM per la gestione comune del nuovo hub milanese, un accordo che avrebbe portato, in un secondo tempo, alla fusione delle due compagnie.

Ma qualcosa si inceppa, il cambio di governo tra centrosinistra e centrodestra a cavallo del 2001 crea non pochi problemi a Malpensa 2000 che viene riaperto al pubblico privo dei servizi essenziali e di vie di comunicazione degne di un hub internazionale. La mancanza di una politica coerente nei confronti dello scalo milanese spinge KLM a rompere l’alleanza con Alitalia lasciando la compagnia di bandiera, indebitata, carica di oneri e con ben due hub da gestire in solitudine.

L’impegno economico è insostenibile, la crisi del traffico aereo dovuto all’undici settembre e l’emergere di nuove compagnie low cost riducono di anno in anno i passeggeri e incrementano le perdite di Alitalia che si trova brevemente con l’acqua alla gola, con i bilanci in perenne rosso e con dei prezzi totalmente fuori mercato. In questo frangente la politica si dimostra incapace di dare alla compagnia un amministratore capace di rilanciarla e di progettare un piano industriale concreto.

Il governo Prodi entrato in carica nel 2006 rispolvera la vecchia proposta di privatizzazione della compagnia e bandisce una discutibilissima gara internazionale per l’acquisto del pacchetto di maggioranza di Alitalia. Dopo una prima fase di entusiasmo però i concorrenti alla gara spariscono uno dopo l’altro per mancanza dei requisiti economici o disincentivati dalle critiche condizioni della compagnia, sempre più sull’orlo del fallimento. L’unica a non cedere e a presentare un piano concreto è Air France che sembra avere un’idea chiara per il rilancio della compagnia. Ma il piano di investimenti e i 2500 esuberi annunciati fanno storcere il muso ai sindacati e all’opposizione di centro destra che, in piena campagna elettorale, inizia una campagna mediatica contro la fusione, facendo appello ad ideali più o meno patriottici e a fantomatiche cordate tutte italiane disponibili ad investire.In questo clima confuso, il governo Prodi in piena crisi politica, decide di non agire e di prendere tempo.

Ad aprile,  il centrodestra vince le elezioni e sbatte in faccia la porta ad Air France proponendo il suo piano atto a salvare l’Alitalia e mantenerla italiana. Il progetto del governo Berlusconi è molto semplice e prevede la creazione di una seconda Alitalia che rilevi tutta la struttura(personale, velivoli, edifici, slot), lasciando alla vecchia Alitalia tutti i debiti che saranno poi pagati dallo stato(cioè da noi), in quanto azionista di maggioranza, in sede di tribunale fallimentare. Nasce così la C.A.I., nata dall’investimento di quindici gruppi imprenditoriali italiani e anch’essa con il suo piano industriale che prevede 6000 esuberi(contro i 2500 di Air France), una decurtazione degli stipendi e la perdita di quasi tutti i privilegi di cui godono i dipendenti Alitalia. Piano industriale respinto in toto dai sindacati che ha portato all’attuale situazione

Siamo così arrivati al capitolo finale di questa assurda telenovela in salsa tricolore. La situazione ancora non è ben chiara ma le dichiarazioni del commissario Alitalia Fantozzi non sono certo rassicuranti.

Ma di chi è la colpa di tutto questo?

In primo luogo della politica che ha da sempre considerato l’Alitalia non come un’azienda ma come un carrozzone pubblico da usare a fini elettorali e politici. Soprattutto negli anni recenti la politica ha inferto delle vere e proprie pugnalate al già morente corpo della compagnia di bandiera, mettendo in evidenza per l’ennesima volta, come l’interesse pubblico e la tutela di quelli che sono i “patrimoni” nazionali sia sempre secondario al mero calcolo politico. La politica ha costruito con gli anni questa situazione e si è dimostrata incapace di gestirla. Sono indicativi a tal proposito gli episodi riguardanti Malpensa 2000 e le nomine politiche di alti dirigenti, totalmente incapaci di risolvere la ingarbugliata situazione. Ma la politica ha anche impedito la fusione con Air France, in nome di un presunto nazionalismo, scacciando via l’unica compagnia che aveva mostrato di avere le carte in regola per rilanciare Alitalia. Sulle motivazioni di tale gesto si è disquisito a lungo sui giornali, ma alla resa dei conti a pagare saranno i dipendenti della compagnia.

Altri colpevoli sono senz’altro le associazioni sindacali che, dimostrando un’assoluta mancanza di realismo, hanno difeso fino alle estreme conseguenze i privilegi di cui godono i dipendenti Alitalia, senza rendersi conto che il tempo delle vacche grasse era finito da tempo. I sindacati hanno dato senz’altro un contributo decisivo al fallimento della trattativa con la C.A.I. arroccandosi su posizioni, per loro imprescindibili, ma che sono inconciliabili con una compagnia aerea che deve inserirsi in un mercato difficile come quello del traffico aereo, sempre più dominato dal taglio dei costi di gestione e dalle compagnie low cost.

Che fare ora? Una semplice domanda che però non ha una semplice risposta. L’unica forza rimasta in campo che può intervenire è la già tanto vituperata politica. Solo un intervento forte da parte dei palazzi del potere potrebbe far uscire la situazione dall’imbarazzante stallo in cui è caduta, ma soprattutto potrebbe salvare il lavoro dei tanti dipendenti Alitalia, attualmente sull’orlo della mobilità.

Vedremo cosa succederà, sembra però che i segnali convergano tutti nella stessa direzione, cioè nello scrivere la parola fine sull’Alitalia e sulla grottesca soap opera nata su di lei.

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