Caso Alitalia: Quando finisce la Soap Opera
Dario | 12 settembre 2008Come Beautiful e altri suoi epigoni ci insegnano, le soap opera hanno sempre dei momenti di estremo squallore e pateticità. Ma si sa, le soap sono sempre situazioni artificiali costruite e a tavolino da sceneggiatori poco fantasiosi, mentre nel caso dell’Alitalia, dietro non c’è nessuno sceneggiatore, ma svariati registi più o meno occulti che hanno creato questa paradossale situazione.
E’ di queste ore la notizia del fallimento delle trattative tra Alitalia e le maestranze per il passaggio della “parte buona” della compagnia aerea nazionale alla fantomatica C.A.I. (Compagnia Aerea Italiana) e dell’avvio, da parte del commissario straordinario Fantozzi, delle procedure per la mobilità dei lavoratori della compagnia aerea nazionale. Un finale grottesco per una faccenda a dir poco grottesca. Cerchiamo di seguirne brevemente le tappe fondamentali.
La crisi Alitalia ha origini profonde che risalgono addirittura alla sua nascita. Essendo una compagnia di Stato è stata da sempre considerata un feudo politico per i partiti al potere, con tutte le conseguenze che una simile gestione porta: assunzioni pilotate, privilegi assurdi per il personale, una struttura sovradimensionata, quasi elefantiaca, ricca di sprechi e spese inutili.
Fino a quando le perdite dell’Alitalia si perdevano nelle pieghe dei bilanci delle Partecipazioni Statali la situazione poteva essere accettabile, ma con l’arrivo del nuovo millennio e le nuove normative europee sulle aziende pubbliche il quadro inizia a cambiare. Lo stato non può più coprire le perdite dell’Alitalia e si inizia a pensare ad un piano di rilancio della compagnia. La soluzione sembra essere a portata di mano: il nuovo scalo Malpensa 2000. Alitalia stringe un’alleanza strategica con KLM per la gestione comune del nuovo hub milanese, un accordo che avrebbe portato, in un secondo tempo, alla fusione delle due compagnie.
Ma qualcosa si inceppa, il cambio di governo tra centrosinistra e centrodestra a cavallo del 2001 crea non pochi problemi a Malpensa 2000 che viene riaperto al pubblico privo dei servizi essenziali e di vie di comunicazione degne di un hub internazionale. La mancanza di una politica coerente nei confronti dello scalo milanese spinge KLM a rompere l’alleanza con Alitalia lasciando la compagnia di bandiera, indebitata, carica di oneri e con ben due hub da gestire in solitudine.
L’impegno economico è insostenibile, la crisi del traffico aereo dovuto all’undici settembre e l’emergere di nuove compagnie low cost riducono di anno in anno i passeggeri e incrementano le perdite di Alitalia che si trova brevemente con l’acqua alla gola, con i bilanci in perenne rosso e con dei prezzi totalmente fuori mercato. In questo frangente la politica si dimostra incapace di dare alla compagnia un amministratore capace di rilanciarla e di progettare un piano industriale concreto.
Il governo Prodi entrato in carica nel 2006 rispolvera la vecchia proposta di privatizzazione della compagnia e bandisce una discutibilissima gara internazionale per l’acquisto del pacchetto di maggioranza di Alitalia. Dopo una prima fase di entusiasmo però i concorrenti alla gara spariscono uno dopo l’altro per mancanza dei requisiti economici o disincentivati dalle critiche condizioni della compagnia, sempre più sull’orlo del fallimento. L’unica a non cedere e a presentare un piano concreto è Air France che sembra avere un’idea chiara per il rilancio della compagnia. Ma il piano di investimenti e i 2500 esuberi annunciati fanno storcere il muso ai sindacati e all’opposizione di centro destra che, in piena campagna elettorale, inizia una campagna mediatica contro la fusione, facendo appello ad ideali più o meno patriottici e a fantomatiche cordate tutte italiane disponibili ad investire.In questo clima confuso, il governo Prodi in piena crisi politica, decide di non agire e di prendere tempo.
Ad aprile, il centrodestra vince le elezioni e sbatte in faccia la porta ad Air France proponendo il suo piano atto a salvare l’Alitalia e mantenerla italiana. Il progetto del governo Berlusconi è molto semplice e prevede la creazione di una seconda Alitalia che rilevi tutta la struttura(personale, velivoli, edifici, slot), lasciando alla vecchia Alitalia tutti i debiti che saranno poi pagati dallo stato(cioè da noi), in quanto azionista di maggioranza, in sede di tribunale fallimentare. Nasce così la C.A.I., nata dall’investimento di quindici gruppi imprenditoriali italiani e anch’essa con il suo piano industriale che prevede 6000 esuberi(contro i 2500 di Air France), una decurtazione degli stipendi e la perdita di quasi tutti i privilegi di cui godono i dipendenti Alitalia. Piano industriale respinto in toto dai sindacati che ha portato all’attuale situazione
Siamo così arrivati al capitolo finale di questa assurda telenovela in salsa tricolore. La situazione ancora non è ben chiara ma le dichiarazioni del commissario Alitalia Fantozzi non sono certo rassicuranti.
Ma di chi è la colpa di tutto questo?
In primo luogo della politica che ha da sempre considerato l’Alitalia non come un’azienda ma come un carrozzone pubblico da usare a fini elettorali e politici. Soprattutto negli anni recenti la politica ha inferto delle vere e proprie pugnalate al già morente corpo della compagnia di bandiera, mettendo in evidenza per l’ennesima volta, come l’interesse pubblico e la tutela di quelli che sono i “patrimoni” nazionali sia sempre secondario al mero calcolo politico. La politica ha costruito con gli anni questa situazione e si è dimostrata incapace di gestirla. Sono indicativi a tal proposito gli episodi riguardanti Malpensa 2000 e le nomine politiche di alti dirigenti, totalmente incapaci di risolvere la ingarbugliata situazione. Ma la politica ha anche impedito la fusione con Air France, in nome di un presunto nazionalismo, scacciando via l’unica compagnia che aveva mostrato di avere le carte in regola per rilanciare Alitalia. Sulle motivazioni di tale gesto si è disquisito a lungo sui giornali, ma alla resa dei conti a pagare saranno i dipendenti della compagnia.
Altri colpevoli sono senz’altro le associazioni sindacali che, dimostrando un’assoluta mancanza di realismo, hanno difeso fino alle estreme conseguenze i privilegi di cui godono i dipendenti Alitalia, senza rendersi conto che il tempo delle vacche grasse era finito da tempo. I sindacati hanno dato senz’altro un contributo decisivo al fallimento della trattativa con la C.A.I. arroccandosi su posizioni, per loro imprescindibili, ma che sono inconciliabili con una compagnia aerea che deve inserirsi in un mercato difficile come quello del traffico aereo, sempre più dominato dal taglio dei costi di gestione e dalle compagnie low cost.
Che fare ora? Una semplice domanda che però non ha una semplice risposta. L’unica forza rimasta in campo che può intervenire è la già tanto vituperata politica. Solo un intervento forte da parte dei palazzi del potere potrebbe far uscire la situazione dall’imbarazzante stallo in cui è caduta, ma soprattutto potrebbe salvare il lavoro dei tanti dipendenti Alitalia, attualmente sull’orlo della mobilità.
Vedremo cosa succederà, sembra però che i segnali convergano tutti nella stessa direzione, cioè nello scrivere la parola fine sull’Alitalia e sulla grottesca soap opera nata su di lei.







Sono sbalordita. Nemmeno i migliori editorialisti sulla piazza avrebbero potuto
Cla | 12 settembre 2008Sono sbalordita. Nemmeno i migliori editorialisti sulla piazza avrebbero potuto spiegare così limpidamente le tappe fondamentali dell’intricatissima vicenda Alitalia, complimenti.
Per quanto riguarda il resto… continuo a sostenere che la colpa è di Berlusconi e di chi l’ha votato! A bientot!
Bell'articolo,molto documentato. Ora Alitalia è finita in mano ai soliti,
marcello | 13 settembre 2008Bell’articolo,molto documentato.
Ora Alitalia è finita in mano ai soliti, in modo che 4, 5 persone in Italia possiedono tutto. Senza che questo in qualche modo giovi ai consumatori. Una fusione con una compagnia estera è quasi obbligatoria,oggi. Tutte le compagnie europee sono in alleanza, Swissair si è salvata così. E alla fine chi usa gli aerei, i passeggeri italiani, non sarebbero certo saliti su un aereo carichi di vergogna sapendo che la compagnia è mezza francese! Anzi, i prezzi sarebbero solo calati in certe tratte.
E poi qualcuno credo che abbia scambiato il Nazionalismo col patriotismo. Create le condizioni per far sentire fieri i giovani di stare in Italia, che l’aereo è solo un mezzo di trasporto.
la soap opera non è finita. Intanto si riscontra il
oldtix | 13 settembre 2008la soap opera non è finita.
Intanto si riscontra il continuo slittamento del termine ultimo per concludere le trattative, ormai nessuno conosce realmente il termine entro cui, se non andrà a buon esito il piano industriale, si “dovranno portare i libri in tribunale”.
Il sindacato non è mai stato così forte, anche se sembra il contrario, gioca sulla pelle dei dipendenti Alitalia, ma sa che la trattativa “NON PUO’ FALLIRE NEANCHE PER COLPA DEI SINDACATO”; sarebbe uno smacco di dimensioni enormi per il governo in carica ed in particolare per il suo presidente, dopo una campagna elettorale improntata “sul fare”, l’invenzione di una cordata italiana per il salvataggio dell’Alitalia, le accuse di svendita al governo precedente, e da ultimo l’aver liquidata la compagnia francese che “avrebbe fagocitato Alitalia”, ma che avrebbe “limitato a 2000″ gli esuberi.
A questo punto, il presidente del consiglio – faso tuto mi – si è assunto la gestione e la responsabilità della difesa della italianità delle compagnia, per tanto il fallimento della trattativa, non si ridurrebbe al fallimento della società, ma al fallimento di una iniziativa spavalda, cardine della campagna elettorale.
E questo Berlusconi non può permetterselo, perderebbe la faccia, sia in patria che all’estero, sopratutto in questo momento che è impegnato a scansare i calci negli stinchi che gli da Umberto Bossi ricordandogli gli impegni sulla priorità della attuazione del federalismo al rientro dalle ferie estive.