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“La Terza Metà” di Guglielmo Pispisa

Dario | 26 Gennaio 2009

Guglielmo Pispisa torna sugli scaffali delle librerie e ci sorprende ancora una volta. Il giovane scrittore messinese, alla sua terza fatica letteraria, spiazza i lettori e cambia ancora genere. Dopo il lisergico Multiplo e lo splendido affresco generazionale di Città Perfetta, Pispisa sfonda nel campo della Spy Story.

In un adrenalinico rincorrersi La Terza Metà narra due storie, quelle di Hiero e del Magister, due storie che, come due corsie dell’autostrada,  marciano parallele, sfiorandosi appena.

Hiero è un agente infiltrato dei servizi; cinico, bastardo, pragmatico, privo di scrupoli, votato al proprio lavoro e alla causa dei “Servizi” con dedizione ma anche con disincanto. Una mina vagante ricca di sfaccettature e dalle profonde contraddizioni.

Il Magister è un clochard parigino, sciatto e ammantato di disperazione, che trascorre le sue giornate “istruendo” cinque amici che però esistono solo nella sua mente allucinata e folle.

La storia scorre così tra la tagliente ironia di Hiero che, parlando in prima persona ci da la sua visione del mondo e delle cose, raccontandoci la realtà con l’occhio del cospiratore abituato ad agire nelle ombre, e i deliri del Magister che racconta ininterrottamente la faccia nascosta del terrorismo rosso degli anni 60\70 con lo sguardo del militante.

Sullo sfondo si muovono personaggi ambigui ed inquietanti: Oona, la madre del protagonista, fedele raeliana che non ha mai compreso il figlio, da anni impegnata a scrivere la storia della sua vita in un lungo memoriale che, come la tela di Penelope, viene scritto e riscritto senza fine. E che dire dell’inquietante Aris? Machiavellico e spietato manipolatore di vite altrui sempre al servizio dei “Servizi” o meglio di chi comanda. Personaggi cesellati da Pispisa con cura, fino a renderli drammaticamente reali, personaggi che non sono mai quello che sembrano e che disvelano i loro lati oscuri riga dopo riga.

Il romanzo è diviso in tre grandi capitoli, ma se nel primo la trama ci sembra lineare, a tratti banale, nel secondo le cose iniziano a complicarsi. Il lungo racconto di Magister ci prende per mano e ci conduce in un buco nero fetido come i suoi abiti, quasi surreale come i suoi amici immaginari. Un verbo che sembra rivelare verità nascoste dal tempo e dagli intrighi, ma che in realtà lascia un profondo senso di incompletezza che invoca soluzione. Soluzione che viene distillata lentamente nel terzo capitolo, dove una serie di rivelazioni e colpi di scena rendono ancora più intricato l’intreccio narrativo, confondendo costantemente il lettore, sempre ad un passo dalla soluzione ma subito smentito. Un groviglio che sembra inestricabile e che trova la sua soluzione nell’inquietantissimo e allucinato finale, un finale amarissimo che suona un pò come una presa per il culo.

Guglielmo Pispisa confeziona un altro piccolo capolavoro dimostrandosi uno degli scrittori italiani più interessanti in circolazione. Costruisce un romanzo esemplare dove decostruisce pazientemente uno dei concetti cardine della nostra vita, la Verità. Un romanzo da leggere con passione e attenzione, un romanzo che ti prende e poi ti scalcia via fuorisamente, insomma uno dei libri più interessanti ed inquietanti che abbia letto negli ultimi anni. E voglio chiudere questa recensione con uno dei passi più belli e significativi.

“…la verità te la passano a rate, questo è guaio. Il postino te ne butta una metà davanti alla porta, come fosse una cosa normale. Questa prima parte è quella facile, rassicurante, ma poi, a guardarla bene, ti accorgi di quanto sia consumata alle estremità; anzi gliene manca proprio un pezzo. Se ti accontenti campi in pace, se no comincia il viaggio della sorpresa e della paura. Quando ci arrivi alla parte mancante, può succedere che ormai non te ne importi, dipende dal carattere, oppure che sia diventanta la tua ossessione. In questo caso bruci dalla voglia di urlare, di mostrarla, quella seconda metà, sbattendola in faccia a tutti. Allora, teste di cazzo, chi aveva ragione, eh, chi? Di solito, proprio allora ti arriva alle spalle l’ultima metà, la terza. Quella che ti fotte”

Ed è proprio questo La Terza Metà, un viaggio della sorpresa e della paura alla ricerca di questa Terza Metà, che ti prende immancabilmente alle spalle.

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Guglielmo Pispisa, Libri
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Che fare?

Dario | 14 Gennaio 2009

Due anni fa scrivevo su un forum ora defunto un intervento amaro, furioso che all’epoca non suscitò reazioni, anzi passò quasi inosservato. Ora a due anni esatti di distanza quelle parole, che ancora oggi rileggo con amarezza, suonano ancora attuali, troppo attuali. Sono quasi un manifesto, un manifesto composto da immobilismo, incapacità, accidia e di tutti quei difetto endemici che un popolo dovrebbe combattere e di cui, invece, ancora oggi si nutre avidamente…

Ecco cosa scrissi il 9 gennaio del 2007

…Diciamoci la verità,Messina avrà 250000 abitanti ma ha la mentalità, la morale perbenista e gli usi di un paesello di campagna. Sapete, quei paesi dove ci sono pochi personaggi che detengono un potere silenzioso, che non si vede, ma che è palpabile. Il sindaco, il farmacista, il medico, il parroco, sono questi i personaggi che alla fine nelle piccole realtà controllano tutto e provvedono a tutto. E Messina che c’entra direte voi? Basta pensarci un pò su, e guardare la realtà non con superficialità, fermandosi ai meri fatti di cronaca (di per se sterili ed insignificanti) ma con quella punta di cinico senso critico che ci vuole sempre per capire il mondo che ci circonda. Messina è una città dal passato glorioso, distrutta e più volte ricostruita, ma nell’ultimo secolo è stata ricostruita con malcostume, favorendo la creazione di piccoli potentati che, analogamente al famoso farmacista del paesino, controllano la città. Potentati nati all’ombra di Università, Policlinico, pubblica amministrazione, in una città che dopo il terremoto del 1908 ha vissuto di pubblica amministrazione. E’ questo il malcostume a cui mi riferivo prima, questo secondo me ha rovinato Messina. Il messinese non cerca un lavoro, cerca l’amico che conosce l’onorevole X per avere un posto al comune, alla provincia o all’Ente Nazionale Protezione del Gurzo del Borneo Meridionale. Questa ricerca, questo ideale del posto pubblico a tutti i costi ha una gravissima conseguenza, il clientelismo. Una pratica diffusa ad ogni livello, dal chiosco di limonate fino ai dirigenti amministrativi. Una città che vive di clientelismo, di traffici strani, di scambio di favori, dove la classe politica stessa è stata cooptata per clientelismo, che futuro può avere? La decadenza delle istituzioni ad ogni livello è evidente e sotto gli occhi di tutti, l’incompetenza, il già citato clientelismo, la presenza di micro e macro interessi sul territorio che fanno capo a persone che controllano pacchetti più o meno consistenti di voti e un generale disinteresse verso la cosa pubblica da parte dei nostri amministratori, non permettono a quei pochi messinesi coraggiosi, dotati di buona volontà di far qualcosa. Al cittadino messinese non importa nulla della sua città, interessa soltanto il posto al comune, non lavorare troppo, avere la casa al mare e la barchetta per pescare e farsi 3 mesi di ferie d’estate. Ed è forse questa la cosa più triste di tutto questo. Anni di malcostume e malgoverno hanno abrutito i messinesi, li hanno resi indifferenti e cinici, li hanno resi servili verso il potente e accidiosi verso la città e le istituzioni, sono diventati abulici e immobili, smossi solo da proprio egoistico interesse personalistico, insomma sono diventati una razza di bifolchi. Forse sarò troppo severo nel mio giudizio, ma parlo con rabbia, con la rabbia di un messinese che ama la sua città, ma che ha dovuto lasciarla in cerca di meglio, per sfuggire a quel vuoto culturare e morale che la sta risucchiando, perchè disgustato dalla realtà d’illegalità e di connivenza che giornalmente mi trovavo davanti agli occhi. Si sono veramente furioso, anzi incazzato, con i miei concittadini per quello che hanno fatto e che continuano a fare alla “città più bella del mondo”, incazzato per la loro indifferenza, per il loro egoismo, per la loro “scalterzza” e per la loro accidia. Mi sento diverso da loro, ma al tempo stesso mi sento più messinese di loro e da messinese spero sempre nel fondo del mio cuore che la città un giorno possa tornare grande, spero che nella mia generazione ci sia qualcuno che possa cambiare qualcosa.

P.S. L’anno prossimo la città “festeggerà” i cento anni dal terribile che la distrusse. Beh io ancora mi domando cosa ci sia da festeggiare, visto che in questi cento anni la città è sprofondata nel vuoto, da vivace centro culturale ed economico a città di uffici pubblici, piena di ignoranza e di grettezza.

Le cose in queste due anni son solo peggiorate. La città ha perso l’ennesimo autobus rappresentato dalle celebrazioni per il centenario del terremoto e continua ad avvilupparsi nei suoi problemi guidata da personaggi che non vogliono o non riescono risolvere un bel niente. Che fare allora? E’ giusto lasciar perire così una città? Che interessi hanno i potenti a farla precipitare nell’abisso? Sono così incredibilmente miopi e avidi da pensare solo ai loro interessi immediati senza neanche riuscire a immaginare un futuro anche per le loro malefatte o a provare un minimo di responsabilità verso la collettività?

Che fare? Che fare? Che fare? Su questa domanda mi arrovello e a questa domanda spero un giorno di trovare risposta…

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Keynes è tornato di moda

Dario | 9 Gennaio 2009

La crisi mondiale prosegue nel suo implacabile cammino e non risparmia nessuno. In tutto il mondo non si vedevano cifre così deprimenti da decenni ed ora, anche i nuovi santuari del boom economico, Cina ed India, iniziano a scricchiolare. Gli economisti una volta tanto sono concordi: Questa crisi durerà ancora un paio d’anni e le sue conseguenze molto di più.

Ma mentre nel nostro paese i politici trovano più interessante occuparsi di “Questione Morale”, “Conflitto d’interessi”, “Riforma della magistratura” e “Iva sulle pay-tv”, negli Stati Uniti, punto d’origine e fulcro della crisi, hanno rispolverato un vecchio e bistrattato amico: John Maynard Keynes. continua…

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“Il Fattore Umano” di Graham Greene

Dario |

Con “Il Fattore Umano” il poliedrico scrittore inglese torna, dopo qualche anno di assenza al genere a lui più congeniale. Siamo nel 1978, in pieno clima di “distensione” tra Stati Uniti e Unione Sovietica e questo romanzo è figlio di quell’epoca.La storia è ambientata nella sezione 6 del MI5, un dipartimento del servizio segreto britannico, il protagonista, Maurice Castle è un’analista con competenza sull’Africa Meridionale. Un normale e grigio funzionario con un passato misterioso alle spalle. Accanto a lui Arthur Davis, sua antitesi, uomo dinamico, scapolo impenitente con il vizio delle scommesse e dell’alcol. La vicenda inizia con la notizia di una fuga di informazioni proprio dalla sezione 6. Le alte gerarchie dei servizi segreti fanno immediatamente partire le indagini. A condurle sarà il coscienzioso e solitario Colonnello Daintry, supervisionato dall’ambiguo e spietato medico Emmanuel Percival, vero e proprio villain del libro. I sospetti di Percival e Daintry si concentrano su Davis a causa di alcuni suoi comportamenti sospetti e ambigui e del suo tenore di vita irregolare. Le cose non si riveleranno così semplici e dovrà saltar fuori un cadavere per dare una svolta alle indagini e capire che il vero colpevole è in realtà il più insospettabile degli insospettabili.

Graham Greene ci propone qui una storia di spionaggio priva di azione. L’intera vicenda si dipana attraverso i dialoghi tra i vari personaggi e attraverso i loro atteggiamenti, le loro abitudini e i loro gesti quotidiani. Lo scrittore inglese dipinge con un sapiente pennello i caratteri dei protagonisti con precisione e dovizia di particolari, ci suggerisce attraverso dettagli, apparentemente insignificanti, i moti interiori di Maurice Castle, di Arthur Davis, del dottor Percival e del Colonnello Daintry. Greene crea così una spy story psicologica, basate sulle dissonanze dei protagonisti che si trovano a vivere un clima di continuo sospetto, di caccia alle streghe e di quasi follia(Indicativo in questo senso i discorsi del dottor Percival contro il Reform Act e il suffraggio universale).

Il “Fattore Umano” nella sua apparente semplicità si può interpretare come una crudele partita a scacchi tra Maurice Castle e i suoi nemici, spietata nella sua discrezione e pacatezza e inquietante per la costante tensione psicologica che, come un maglio potente, spinge avanti la narrazione fino al suo inaspettato epilogo.

Un piccolo capolavoro, accessibile a tutti, imperdibile per tutti gli amanti di “Spy Stories” ma anche per tutti coloro che amano un buon libro ben scritto

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Graham Greene, Romanzi
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