“Il Fattore Umano” di Graham Greene
Dario | 9 gennaio 2009Con “Il Fattore Umano” il poliedrico scrittore inglese torna, dopo qualche anno di assenza al genere a lui più congeniale. Siamo nel 1978, in pieno clima di “distensione” tra Stati Uniti e Unione Sovietica e questo romanzo è figlio di quell’epoca.La storia è ambientata nella sezione 6 del MI5, un dipartimento del servizio segreto britannico, il protagonista, Maurice Castle è un’analista con competenza sull’Africa Meridionale. Un normale e grigio funzionario con un passato misterioso alle spalle. Accanto a lui Arthur Davis, sua antitesi, uomo dinamico, scapolo impenitente con il vizio delle scommesse e dell’alcol. La vicenda inizia con la notizia di una fuga di informazioni proprio dalla sezione 6. Le alte gerarchie dei servizi segreti fanno immediatamente partire le indagini. A condurle sarà il coscienzioso e solitario Colonnello Daintry, supervisionato dall’ambiguo e spietato medico Emmanuel Percival, vero e proprio villain del libro. I sospetti di Percival e Daintry si concentrano su Davis a causa di alcuni suoi comportamenti sospetti e ambigui e del suo tenore di vita irregolare. Le cose non si riveleranno così semplici e dovrà saltar fuori un cadavere per dare una svolta alle indagini e capire che il vero colpevole è in realtà il più insospettabile degli insospettabili.
Graham Greene ci propone qui una storia di spionaggio priva di azione. L’intera vicenda si dipana attraverso i dialoghi tra i vari personaggi e attraverso i loro atteggiamenti, le loro abitudini e i loro gesti quotidiani. Lo scrittore inglese dipinge con un sapiente pennello i caratteri dei protagonisti con precisione e dovizia di particolari, ci suggerisce attraverso dettagli, apparentemente insignificanti, i moti interiori di Maurice Castle, di Arthur Davis, del dottor Percival e del Colonnello Daintry. Greene crea così una spy story psicologica, basate sulle dissonanze dei protagonisti che si trovano a vivere un clima di continuo sospetto, di caccia alle streghe e di quasi follia(Indicativo in questo senso i discorsi del dottor Percival contro il Reform Act e il suffraggio universale).
Il “Fattore Umano” nella sua apparente semplicità si può interpretare come una crudele partita a scacchi tra Maurice Castle e i suoi nemici, spietata nella sua discrezione e pacatezza e inquietante per la costante tensione psicologica che, come un maglio potente, spinge avanti la narrazione fino al suo inaspettato epilogo.
Un piccolo capolavoro, accessibile a tutti, imperdibile per tutti gli amanti di “Spy Stories” ma anche per tutti coloro che amano un buon libro ben scritto







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