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Democrazia…

Dario | 19 Giugno 2009

Il concetto di democrazia (dal greco δήμος (démos): popolo e κράτος (cràtos): potere) nasce nella Grecia del V secolo avanti Cristo e rappresenta una sorta di unicum nella storia e la base di tutta la storia e la teoria politica contemporanea.

Si trattava ovviamente di una forma di governo molto diversa dall’attuale democrazia rappresentativa. Il potere politico, attivo e passivo, era concentrato nelle mani dei soli cittadini ateniesi maggiorenni riuniti in un assemblea chiamata ecclesia. Gli eletti, almeno fino alla riforma di Pericle, esercitavano il loro mandato senza ricevere alcun emolumento. La politica non era un mestiere, era una forma di partecipazione attiva alla vita della società ed il popolo stesso, responsabilmente, decideva l’indirizzo politico ed economica della comunità.

Si trattava di una forma di democrazia diretta, dove il diritto di elettorato apparteneva a relativamente pochi soggetti. Al giorno d’oggi, di questa arcaica forma di governo, sopravvivono alcuni casi:  in alcuni cantoni svizzeri dove si governa per “alzata di mano” dei cittadini ed in qualche borgo rurale degli Stati Uniti. Un simile modello, per questioni logistiche, non sarebbe applicabile a realtà politiche e sociali di grandi dimensioni, come per esempio il nostro paese.

Ma se la forma di governo che gli ateniesi ci hanno tramandato oggi non è più realistico, sembra che si sia smarrito anche il significato della democrazia, del potere nelle mani del popolo, del bene comune e della giustizia sociale che di solito si accompagnano a tale regime.

Per rinfrescare la memoria vorrei proporvi il testo di un comizio politico di 2400 anni per ricordare quella che in origine era la vera democrazia.

Tratto dal Libro II de “La Guerra del Peloponneso” di Tucidide, il discorso di Pericle agli Ateniesi.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

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Democrazia, Pericle
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Tristezza

Dario | 18 Giugno 2009

Vorrei raccontare un aneddoto, venendo meno alla promessa fatta a me stesso di inserire poco o nulla della mia vita privata qui. Questo episodio però mi ha troppo inquietato e non posso fare a meno doverlo condividere con qualcuno.

Inquadriamo il contesto.

Fermata dell’autobus, siamo in quattro ad attendere un bus, io incazzato nero che guardo con rabbia cieca il mio numerino da salumeria rifilatomi dall’ufficio dell’Eni (il mio numero è il 548 e quando sono andato via “servivano” il numero 41)e questi tre ragazzi che non potevano fare a meno di urlare a squarciagola i fatti loro, disinteressandosi se la signora al quinto piano del palazzo di fronte riuscisse a sentirli nonostante il traffico.

Inquadriamo ora i fatti.

I tre ragazzi in questione si trovano accanto a me e le loro figure offrono già uno spettacolo depressivo: sono vestiti come aspiranti truzzi (o zarri, o tamarri o zaurdi a seconda della definizione dialettale regionale), con varie cinture borchiate, piercing a naso e labbro (erano liceali), pantaloni al ginocchio (nel senso che il cavallo era all’altezza del ginocchio) con cappellini da baseball intrisi di sudore, barbe adolescenziale malfatte e occhiali da sole dalle esteticamente discutibili montature. Ad un tratto il dinamico terzetto urlante viene raggiunto da una ragazza, probabilmente coetanea, quasi sicuramente una compagna di classe che appena giunta inzia ad urlare “Ma lo sapete che Monica si è fatta il Giamba?”, frase che ha suscitato la gioia della signora del secondo piano intenta ad annaffiare i gerani del suo balcone. Il gossip portato dalla fanciulla con il piercing all’ombelico (una liceale!) riattiva le mai sopite urla dei ragazzi che iniziano a dibattere con parole dolci e comprensive sulla moralità della povera Monica e di questo Giamba. Cerco di isolarmi dal gossip con il mio fido Ipod ma all’improvviso, tra le note di una canzone degli Aerosmith mi giunge una parola magica, “Grande Fratello”. Spegno l’Ipod ed inizio ad ascoltare. Il quartetto in questione a quanto ho capito si è iscritto alle selezioni del Grande Fratello che si terranno a Torino a fine mese e quanto mi è dato di capire metà della loro classe si è iscritta insieme a loro. A sconvolgermi però non è la notizia in sè, del resto all’ultimo Grande Fratello non so quante migliaia di italiani si son presentati, ma il fatto che questi sbarbatelli di 18\19 anni oltre a pensare a quali personaggi costruirsi dentro la casa, pensavano e dibattevano su cosa fare all’interno, quale “modello” imitare, dove per modello si intende uno dei reclusi delle passate edizioni. Si trattava di un dibattito accalorato, serio, con proposte e confutazioni motivate, quasi come un dibattito accademico sulla validità attuale del Rasoio di Occam (che i fanciulli in questione credo ignorino). A titolo esemplificativo dell’altezza filosofica ed intellettuale del dibattito vi riporto, quasi letteralmente uno scambio di battute.

Ragazzo con il berretto sudato: Io quando sono dentro, il primo giorno provo a scoparmi la più carina, così mi prendo i voti degli italiani, difendo la virilità del maschio.

Ragazza con il piercing: E se questa non te la da che fai? Fai il coglionazzo in diretta tv.

Ragazzo con il berretto sudato: Me la da perchè gli conviene, lo sai al Grande Fratello, se non la dai non conti nulla, non passi il televoto.

Ragazzo con la cintura borchiata: Si ma perchè dovrebbe darla a te che sei più brutto della fame? Ci saranno ragazzi più belli di te.

Ragazzo con il berretto sudato: Ma tu che cazzo ne sai? Se ti prendono che cazzo fai? Non ci provi pure tu con la figa della casa?

Ragazzo con la cintura borchiata: Forse, ma forse farò come ha fatto Vittorio. Il coglione che faceva ridere tutti, magari riesco anche a farmi qualcuna al contrario suo.

Ragazzo con la maglietta degli Helloween: Ma quante seghe vi fate, intanto vediamo se ci prendono, sarebbe figo entrare tutti insieme.

Ragazza con il Piercing: Una bella banda di pici, ma che cazzo dovete fare? Io se vengo presa non la darò a nessuno e vincerò perchè agli italiani non piace più il puttanone.

Ragazzo con la maglietta degli Helloween: Ma allora non hai capito un cazzo.

E via così per almeno quindici minuti, il tempo che ha impiegato il bus per raggiungermi  e portarmi via da quel bozzolo di tristezza cosmica.

Io non sono un perbenista nè mi scandalizzo per il linguaggio colorito, però sentendo certi discorsi mi è salita in gola una tristezza enorme. Ho pensato a tante altre fermate di autobus con ragazzini di 18\20 anni intenti a parlare del Grande Fratello, in tutta Italia. Dalla Val d’Aosta alla Sicilia. Ho avuto l’ennesima conferma che non esistono più idee, progetti, aspirazioni che abbiano una parvenza di serietà ma al contrario esiste la spettacolarizzazione, il dominio dello show business sul merito e sul talento. Uno show business che ti apre tante porte con estrema facilità, che ti permette di scalare la vetta della notorietà mostrando le tue chiappe in diretta tv, ti consegna i tuoi 15 minuti di celebrità di wahroliana memoria con il minimo sforzo ed il minimo investimento. Una grande illusione, dove tutto sempre facile e che spesso nasconde con un velo di dolcezza una realtà ben più deprimente.

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E’ sempre colpa della sinistra…

Dario | 2 Giugno 2009

“..Uno spettro si aggira per l’Europa - lo spettro del comunismo…”

Così Karl Marx e Friederich Engels, nel 1848, inauguravano il loro “Manifesto del Partito Comunista”. Sebbene da quasi vent’anni il comunismo sia morto e sepolto, c’è qualcuno che questo spettro lo vede ancora, presente e persistente o addirittura lo ha elevato al rango di divinità malevola.

E’ intuitivo dire che stiamo parlando del Presidente del Consiglio, in questo momento al centro di una serie di scandali e scandaletti e che non trova niente di meglio da dire in sua difesa che invocare teorie del complotto tessute dalla perfida sinistra che vuole sovvertire con metodi non democratici il volere del Popolo.

A quanto pare ogni evento avverso al Premier Berlusconi è colpa della sinistra, è una macchinazione della sinistra e via stucchevolmente discutendo.

A titolo puramente riassuntivo ecco solo alcuni dei recenti reati di cui è colpevole questa maligna entità politica

  1. Aver costretto i giudici a condannare l’avvocato Mills e di conseguenza a tirare in balle quella vecchia storia di corruzione, di All Iberian, con la quale lui (Silvio Berlusconi) non c’entra nulla.
  2. Essere riusciti a montare un caso politico sulle frequentazioni, discutibili, del Premier, riducendo a “scendiletto” alcuni dei più prestigiosi quotidiani nazionali.
  3. Aver costretto la (ex)moglie del suddetto Premier a rilasciare dichiarazioni compromettenti sulle abitudini sessuali e su certe frequentazioni “galanti” del marito.
  4. Aver convinto i maggiori quotidiani esteri ad occuparsi, criticamente, della sua(sempre di Silvio Berlusconi) vita privata, del Noemigate e del suo modo di gestire la sua vita pubblica e privata.
  5. Aver inventato prove e calunnie su di lui al solo scopo di screditarlo e di costringerlo alle dimissioni
  6. Aver creato il problema rifiuti a Palermo, anche l’AMIA, l’azienda che si occupa della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti negli ultimi anni è stata amministrata da personaggi vicini al partito politico del Premier.
  7. Aver creato un caso sull’uso, accertato, di aerei blu, per scopi privati. Un uso definito legittimo da palazzo Chigi e da molti esponenti politici di destra, gli stessi esponenti che solo qualche anno fa inveirono contro Rutelli e Mastella per un reato simile. Non c’è una piccolissima dose di schifosa ipocrisia in tutto questo?

Ma questa sinistra è proprio una piaga, un coacervo di geni del male, un tumore che infesta la nazione fermamente devota al suo imperatore.

Ed il mondo ci guarda e ride, ma di un sorriso amaro. Ride vedendo un uomo, convinto di essere l’unto del Signore, che, nonostante palesi accuse sulla sua moralita e sulla sua sincerità, rimane attaccato al posto di comando urlando sermoni su complotti e brandendo sondaggi come spade. Ride vedendo una sinistra, quella reale, non quella diabolica vista da Berlusconi, incapace di creare un alternativa, incapace di parlare alla gente e bravissima a dividersi quelle poche briciole che ogni tanto cadono dal tavolo. Ma soprattutto il mondo ride di noi, del popolo italiano, anestetizzato, vittima di illusioni di grandezza sapientemente alimentate dalla tv, vittima di promesse e chiacchiere, vittima di se stesso. Un popolo che ha perso la capacità di indignarsi, di scendere in piazza e di protestare contro il degrado morale di una classe dirigente.

Thomas Jefferson diceva: Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che dovrebbero aver paura dei propri popoli.

In Italia questa frase suona stranamente e tristemente ironica….

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