DarkShine

Cultura, Scrittura, Fumetti, Sigari, Passioni e Contraddizioni
  • rss
  • Blog
  • Chi Sono
  • Curriculum Vitae
  • Collaborazioni
  • Portfolio
  • Contattami
  • Disclaimer

Venga il tuo regno…

Dario | 30 settembre 2009

Don Nino Bonaventura non era un prete come gli altri e si vedeva.

Giovane, snello, sempre abbronzato, muscoloso e ben curato. Giunse nel quartiere in un caldo giorno primaverile, in sella ad una motocicletta Triumph stracarica di bagagli e di bisacce. Il rombo cupo e potente di quello strano veicolo svegliò il quartiere dal torpore mattutino che solitamente vi regnava.

Il quartiere, già, questa strana unità territoriale, burocraticamente priva di un reale significato, ma per la gente che vi abita è tutto, è la vita. Il quartiere nel quale Don Nino giunse quella lontana mattina, sulla carte ufficiali viene definito “Ultra Popolare”. Cinque strade a salire e scendere e cinque strade perpendicolari. Al centro esatto una grande piazza con quattro giostre distrutte, due aiuole riarse dal sole e la chiesa, enorme, sproporzionata rispetto a tutto il resto.

Le case erano tipiche costruzioni popolari, tre piani con al centro un cortiletto per i bambini e qualche alberello, tutte identiche, tutte dello stesso color giallo ocra sporco e scrostato.

Don Nino era appena uscito dal seminario. Aveva avuto la vocazione tardi, molto tardi rispetto alla media e a trentadue anni era al primo incarico pastorale. Aveva scelto quella parrocchia perché nessun altro prete voleva andarci, sia dei nuovi che dei veterani.

Nessuno sapeva se quel giovane prete avesse fatto quella scelta coscienziosamente o per saltare una tappa della carriera ecclesiastica, fatto sta che quella mattina tutto il quartiere o quasi lo vide sfrecciare sulla sua rombante Triumph e lo vide parcheggiare nei pressi della canonica.

“Ma quello chi è, il nuovo prete?”. Chiese la signora Pina alla signora Tamburrano, vera e propria fonte di informazione di tutta la zona.

“Sapevo che doveva arrivarne uno nuovo, ma posso credere che è questo figliolazzo con la moto?”.

“E che ne so, ha parcheggiato in canonica. Sarà sicuramente lui”.

“Ma di solito a noi mandano preti vecchi, con la pancia sporgente. No non può essere lui, sarà qualche forestiero venuto a cercare informazioni”.

“No no lui è, si chiama Don Nino, me lo disse la signorina Cicala, lei della chiesa sa tutto”. Si intromise Francesco Santovito, marito della signora Pina, nonché macellaio del quartiere.

“Ma sei sicuro? A me pare troppo strana sta cosa”.

“Pina lui è, la signorina Cicala mi disse “E’ un bel figliolo, molto giovane, fresco di seminario, lo mandano da noi a farsi le ossa”.

La signora Tamburrano si cimentò in una delle sue risate, tristemente famose nel quartiere, consistenti una lunga serie di gridolini isterici sempre più acuti che terminavano sempre con un possente colpo di tosse. “Più che farsi le ossa, qui ad un giovanotto come quello le ossa gliele rompono”. Aggiunse cercando di ritrovare un contegno.

Dalla macelleria uscì Ciccio Mazzullo, ufficialmente parcheggiatore abusivo, ma famoso per le sue massime filosofiche. “Prete giovane che arriva, cazzi amari molto presto”. Disse scuro in volto, allontanandosi senza salutare.

L’arrivo di Don Nino suscitò tanto scalpore. Molti vennero in piazza per guardare la potente moto parcheggiata contro la porticina traballante che conduceva in sagrestia. Ma la cosa che strabiliava di più, grandi e piccoli, era il fatto che la moto non fosse legata con almeno tre catene cementate al pilastro più vicino.

“Questo è un cretino. Quella moto gliela fottono oggi pomeriggio. È proprio un figliolazzo”. Commentò Saro Cicco mentre addentava l’ennesima sigaretta della giornata. “Quanto gli date? Un mese?”. Chiese ai suoi amici seduti nei tavolini traballanti all’ombra di un porticato della piazza. “Io gli do due giorni e poi scappa”. Disse un vecchietto arzillo abbandonando la sua partita a tre sette. “Io un paio di mesi glieli do, deve prima conoscere il quartiere” disse un altro.

Nel giro di qualche ora Don Nino divenne il protagonista di tutti i discorsi del quartiere, una specie di celebrità e lo divenne ancora di più quando la sua moto priva di catene attirò l’attenzione di Melo Francisci.

Era uno dei tanti ladruncoli che sfamavano se stessi e le rispettive numerose famiglie rubando letteralmente di tutto. Quella moto cromata era un bersaglio troppo appetitoso per un ladro nell’anima come lui. Senza pudore si avvicinò, si fece spazio tra la folla che sempre più numerosa si accalcava attorno a quel prodigio della meccanica targata Triumph. Con fare sicuro, quasi fosse il protagonista di uno spettacolo si avvicinò alla moto. Ignorò volutamente il piccolo cartello di plastica che pendeva da una manopola del manubrio e che recitava “Attenzione, si consiglia di non toccare la moto”. Scimmiottando un po’ mise una mano sul manubrio ma immediatamente ne scaturì una scintilla e del fumo. Le gambe di Melo si contrassero all’istante e gli fecero fare un sobbalzo che lo gettò in terra ad un metro dalla moto, svenuto.

Improvvisamente si scatenò il panico, due ragazzini provarono a toccare il ladro ma anche loro furono colpiti da una forte scossa elettrica. Subito vennero presi dei pezzi di legno e venne spostato il corpo. Francesco Santovito si avvicinò con una bacinella piena d’acqua ma venne fermato da Saro Cicco.

“Così lo mandi in cortocircuito, lo ammazzi”. “Ma che cazzo dici Saro, lascia fare a me”. Fu la secca risposta del macellaio che scagliò l’acqua sullo sventurato Melo ancora privo di sensi. Il ragazzo si rianimò subito e si alzò da terra stordito stordito, iniziando ad imprecare contro tutti e lanciando colorite maledizioni a Don Nino che nel frattempo prendeva possesso della sua nuova chiesa.

Nel pomeriggio, Don Masino Arena, colui che si faceva chiamare “il signorotto” del quartiere entrò in chiesa con quattro dei suoi uomini. Don Masino era noto per essere una persona molto religiosa, ma anche per essere molto permaloso e per il suo discutibile gusto nel vestire. Quel pomeriggio, infatti, aveva indossato un vestito bianco panna con sotto una camicia blu notte ed una cravatta azzurra a pallini rosa. In bocca aveva sempre il suo immancabile sigaro di dimensioni esagerate che però teneva sempre spento.

Quando entrò in chiesa Don Nino era intento a pulire il tabernacolo in compagnia della signorina Cicala. Quando questa vide chi era entrato in chiesa si eclissò immediatamente scappando dietro l’altare.

Don Nino si girò e si avvicinò vero i cinque uomini che avanzavano lentamente verso di lui.

“Come da tradizione voglio essere il primo ad accogliere il nuovo padre parroco della nostra comunità”. Disse Don Masino con la sua tipica voce sgradevole e il suo tipico e pesante accento.

“Con chi ho il piacere di parlare?”. Rispose pronto Don Nino.

“Mi presento! Son Don Masino Arena, amico e benefattore del quartiere”.

“Don Nino Bonaventura, il nuovo parroco. Ma per caso ha studiato al seminario?”.

“Assolutamente no, perché?”. Chiese Don Masino sospettoso.

“Credevo foste un sacerdote come me, sa per via del “Don” devo aver frainteso”. Il tono di Don Nino era sottilmente canzonatorio, ma nessuno se ne accorse.

“Avete tante cose da imparare giovanotto. Dovrete imparare a conoscere le persone, a capire chi è rispettabile e chi no, chi conta e chi no”.

“E immagino che lei sia una persona rispettabile”.

“Rispettabilissimo, chieda in giro di me e vedrà cosa dicono. Vede io e lei siamo molto simili. Lei provvede allo spirito della gente ed io provvedo al corpo”. La risata di Don Nino echeggiò in tutta la chiesa come un ululato sinistro.

“Capisco capisco. Bene signor Masino è stato un vero piacere per me conoscerla, spero di vederla in chiesa”.

Don Masino e i suoi uomini guardarono spazientiti il prete sorridente.

“Don Masino, Don Nino, Don Masino. Io chiamo “Don” a lei e lei mi farà la cortesia di chiamarmi “Don”. È una questione di rispetto tutto qui. Per quanto riguarda la chiesa, io sarò presentissimo, la mia famiglia è tutta cattolica fino al midollo, padre Giuseppe, quello che c’era prima di lei, può testimoniarlo”.

“Non ho il minimo dubbio, anzi sono contento che vi siano in questo quartiere pecorelle così importanti e così devote a Nostro Signore”.

Don Masino guardò nuovamente il prete con aria interrogativa. Non riusciva a capire se Don Nino lo aveva appena sfottuto o no. Chiamare lui, Don Masino Arena, pecorella, rifiutare di chiamarlo “Don” davanti ai suoi uomini. O il nuovo parroco era troppo furbo o era un imbecille. In quel momento Don Masino non riuscì a capirlo e non se ne diede troppo pensiero. Blaterò un “Salutamu”. Dopo di che con un gesto della mano ordinò ai suoi uomini di seguirlo fuori dalla chiesa. Don Nino rimase solo, di fronte l’altare con un grande sorriso stampato sulle labbra.

Ben presto Don Nino Bonaventura si trovò a dover vivere in prima persona la vita quotidiana del quartiere. Aveva scelto quell’incarico anche per sfidare se stesso, per testare la sua capacità di adattamento alle situazioni più estreme e assurde. Voleva riuscire li dove gli altri preti avevano fallito e voleva anche mettersi in buona luce con l’arcivescovo.

Don Nino non era un tipo da vita tranquilla, da curato di campagna, né da lunghe e tediose omelie. Era un uomo dinamico che voleva parlare con la gente, capire le situazioni dare una concreta mano alle persone non solamente predicare la parola di Dio dall’alto dell’altare. Ma naturalmente aspirava anche a fare carriera.

Il primo impatto serio con il quartiere, Don Nino, lo ebbe il giorno dopo il suo arrivo. Nel confessionale entrò Sasà Lavello, il proprietario della putìa di frutta e verdura della piazza.

“Don Nino, se non lo dico a lei impazzisco”. Disse entrando nel gabbiotto di legno tutto sudato e nervoso.

“Dimmi pure, io sono qui e quello che dirai non potrò rivelarlo a nessuno”. La voce di Don Nino era la più mansueta possibile ma era evidente che non aveva rassicurato il suo interlocutore.

“Lo so, lo so. Però non si sa mai in tempi come questi siamo tutti bravi a fare la spia”.

“Non mi offendere ora, parla tranquillo”.

“Come dice lei. Io più che parlare, da lei volevo un consiglio”.

“Sono a tua disposizione”.

“Vede, io è da poco che ho aperto la putìa. Sono nato qui e sono andato a lavorare fuori, però ora, in vecchiaia, son voluto tornare. Ma chi me l’ha fatto fare a me…ma mannaggia…”. Sasà si asciugò il sudore nervosamente con un fazzoletto di lino.

“Calmati, calmati e dimmi tu, vedrai che qualcosa riusciamo a farla”.

“Dicevo. È venuto un uomo di Don Masino e mi ha chiesto dei soldi per la protezione, troppi soldi per me”.

“Il pizzo”. Esclamò Don Nino infastidito.

“Shhh! Non dica certe cose, poi tutti ci sentono. Comunque quello è! E ora non so cosa fare, mi chiedono troppi soldi”.

“Hai parlato con i Carabinieri?”.

“Ma neanche morto io con gli sbirri non ci parlo. Volevo un consiglio da lei o un’intercessione con Don Masino”.

“Tu pensi che Don Masino mi ascolterà?”.

“I preti li ha sempre rispettati”.

Don Nino tacque un attimo. Stava pensando sul da farsi e non sapeva bene come comportarsi in certe circostanze.

Era cresciuto in una famiglia borghese, di quella borghesia parassitaria che viveva bene grazie ad un pachidermico e svogliato settore pubblico. Il mondo Don Nino era fatto di passeggiate pomeridiane, abiti alla moda, le vacanze nella casa al mare rigorosamente vicina a quelle dei colleghi del padre. La domenica c’era la messa, vestito di tutto punto e con lo sguardo devoto verso il Cristo sull’altare. Il mondo più vero, quello delle strade, quello fatto da coloro che vivevano ai margini della borghesia dorata cittadina e se ne spartivano le poche briciole, Don Nino lo scoprì solo durante gli anni dell’università. Sui pomposi scranni della aule di giurisprudenza incontrò colleghi e amici dai padri decisamente meno ricchi ed influenti del suo, che facevano di tutto per far studiare il figlio con successo. Dopo la laurea in legge, si ribellò alla volontà paterna di fare il tirocinio da avvocato ed iniziò a fare volontariato presso le famiglie disagiate della città. Fu li, che in preda ad un furore mistico, sentì la chiamata di Dio. Suo padre ovviamente fu contrario all’inizio ma quando, durante uno dei tanti impegni al Rotary, scoprì che un figlio prete poteva giovare al prestigio della sua famiglia, si prodigò per farlo entrare in seminario.

Ed eccolo qui, Don Nino Bonaventura, prete borghese di ottima famiglia, in procinto di mettere il piede nel fango per la prima volta.

“Fai così, quando vedi gli uomini di Don Masino, fammi uno squillo al cellulare. Poi con i Carabinieri ci parlo io. Così tu non sei coinvolto e l’iniziativa parte da me”. Disse infine Don Nino con sufficiente sicurezza.

“Ma lei è sicuro? Quelli sono cani è gente losca, non è bello averli contro e lei è arrivato proprio ieri. Vuole iniziare con il piede sbagliato?”.

“Al massimo se avrò problemi farò domanda di trasferimento”. Disse Don Nino sorridendo.

“Farò come dice, ma per piacere non mi metta in mezzo. La putìa è tutto quello che ho, ci campo ancora mia moglie e mia suocera”.

Don Nino diede una pacca sulla spalle del povero e spaventato Sasà Lavello e lo congedò.

Nella sua testa iniziava a formarsi un piano, ancora nebuloso, ma che sarebbe ben presto diventato chiarissimo.

Una settimana dopo la discussione in confessionale Sasà Lavello fece lo squillo a Don Nino.

Era un pigro pomeriggio primaverile, molto caldo ed il quartiere era deserto, quasi morto. Il prete uscì dalla porta secondaria della chiesa e si accese una sigaretta puntando lo sguardo verso la putìa di Sasà dall’altra parte della piazza.

In giro non c’era nessuno, gli altri negozi erano chiusi, solo al bar, sui tavoli sgangherati che davano sulla strada c’erano un paio di vecchietti spossati dal sonno e dal caldo. Don Nino vide due tizi, scendere da una lussuosa Jaguar verde metallizzato ed avvicinarsi a Sasà impegnato a sistemare delle cassette di frutta. Vide i due uomini camminare con fare arrogante e urlare qualcosa contro il povero fruttivendolo.

Si avvicinò all’unico cestino dell’immondizia intatto nella piazza e riuscì a vederli meglio. Li riconobbe subito, si trattava di due dei gregari che avevano accompagnato Don Masino durante la sua prima visita in chiesa.

Spense la sigaretta e tornò in parrocchia, annunciò alla signorina Cicala, intenta a spazzare l’interno della chiesa, che sarebbe uscito per una breve commissione, salì sulla moto e partì rombando.

La caserma dei Carabinieri competente si trovava poco lontano dal quartiere, in fondo al grande viale che costeggiava ad ovest il quartiere stesso. Era un edificio orribile, rosa e nero, circondato da una recinzione cosparsa di telecamere di sorveglianza.

Quando Don Nino entrò nell’ufficio del maresciallo Valenti, quest’ultimo penso che il parroco fosse venuto per una ramanzina sulla sua assenza alla prima messa domenicale.

“Voglio denunciare una tentata estorsione”, esordì Don Nino lasciando il maresciallo Valenti ed il suo assistente di sasso.

“Son venuti a chiederle soldi in chiesa?”. Chiese il sottufficiale sistemandosi nervosamente la strabordante pancia.

“No no, ho assistito io stesso ad un tentativo di estorsione, con i miei occhi”.

“Ma lei Don Nino, perché si intriga in queste cose?”. Chiese il maresciallo visibilmente sollevato.

“Perché non dovrei? Un mio parrocchiano viene minacciato perché non paga la “protezione” ed io non devo fare nulla? In effetti dovrebbe essere competenza vostra”.

“A noi non sono giunte notizie, né denunce. Don Nino, lei forse non sa come vanno le cose da queste parti”.

“E come vanno? Un criminale arrogante vestito da dittatore sudamericano può permettersi di taglieggiare i commercianti?”.

“I commercianti stessi non dicono nulla, pagano e stanno tranquilli. Senza denuncia noi abbiamo le mani legate”.

“Potreste mandare qualche auto a pattugliare la piazza per esempio. Vi serve la denuncia per questo?”.

“Senta io non vengo in chiesa a dirle come dire messa e lei non può venire nella mia caserma a dirmi come devo fare il mio lavoro”.

“Giustissimo. Ma il suo lavoro, se non sbaglio è proteggere la gente dai criminali a prescindere da tutto”.

“E’ vero, ma non ho notizie di problemi di ordine pubblico né, come le ho detto prima, denunce”.

“Per questo son venuto a denunciare questi due uomini e sono pronto anche ad indicarglieli se li vedo per strada”.

“Ma lei perché si deve mettere nei guai così? Me lo spiega?”. Il maresciallo aveva perso la sua tranquillità e si era irrigidito sulla sua sedia. Se avesse potuto avrebbe sbattuto quel prete sbarbatello fuori dal suo ufficio, ma non poteva rischiare atti insensati o violenti.

“Lei sta rifiutando la mia denuncia?”. Disse Don Nino acido e con lo sguardo furioso.

“Le spiego come funziona. Lei dichiara di aver visto questi due uomini minacciare un signore. Bene io devo prelevare o quantomeno convocare questo signore che dovrebbe confermare le sue dichiarazioni. Nella recondita ipotesi in cui lo faccia, dovremmo anche sapere i nomi di questi due estorsori e ammesso che riusciamo a trovarli, al suo commerciante taglieggiato, come minimo gli bruciano il negozio, come massimo gli sparano, ad una gamba o alla testa, al buon cuore di Don Masino”.

Don Nino rifletté un paio di secondi.

“Quindi il risultato sarebbe identico o peggiore”.

“Esattamente”. il maresciallo si rilassò nuovamente sulla sua sedia, contento di aver messo in difficoltà quel prete che si intendeva tanto furbo.

“Un’ultima cosa. Lei ha detto che la sorte del povero commerciante sarebbe nelle mani di Don Masino, ma se sapete che sta lui dietro tutto questo, perché non fate qualcosa?”.

“Non abbiamo prove e non rischio i miei uomini per scontrarmi contro Don Masino. Tutti noi abbiamo famiglie e figli”.

Don Nino uscì fuori dalla tenenza dei carabinieri amareggiato e deluso.

Tornato in parrocchia per la messa serale, fu tutto il tempo distante e pensieroso e continuò ad esserlo per tutta la cena.

Per le undici di sera, incapace di trattenere i pensieri e la rabbia serpeggiante che gli montava dentro uscì in moto e rientrò molto tardi.

Quella notte però accaddero molte cose.

La Jaguar verde appartenente a Vincenzo Pannuccio, noto gregario di Don Masino venne rigata più volte con una grossa chiave, quasi nello stesso istante, nella piazza del quartiere, la putìa di Sasà Lavello prese fuoco. I pompieri non ebbero alcun dubbio sul dolo.

Don Nino sempre più nervoso e perplesso meditò ore e ore sulla possibilità di lasciare quell’incarico troppo duro. Non riusciva, come i suoi predecessori, a guardare quelle manifestazioni di arroganza, quei ricatti perpetrati da chi si intendeva più scaltro dei suoi simili solo in presenza di uomini armati attorno a lui. D’altra parte non sapeva neanche come fare per uscire da quella spirale. I fedeli che incontravano

I parrocchiani in quei giorni videro Don Nino sempre assente, nervoso, in preda a pensieri inconoscibili e a tormenti interiori dilanianti. La signorina Cicala provò a parlare con lui, ma fu solo in grado di dimostrargli la sua solidarietà per il tentativo di denuncia ai Carabinieri. Questa attestazione di fiducia, seguita dai ringraziamenti calorosi di Sasà Lavello che, nonostante avesse perso la putìa, era grato a Don Nino perché aveva preso a cuore la sua faccenda, spinsero il prete a stringere i denti e a restare.

La notte successiva all’incendio della putìa accadde un fatto inatteso, che riempì di chiacchiere e discussioni il quartiere. Qualcuno aveva lanciato due bottiglie incendiarie sulle due auto di grossa cilindrata di Don Masino, orgogliosamente parcheggiate davanti al portone della sua palazzina popolare.

Ben presto si sparse la voce che Don Ciccio Musarra, criminale di punta del quartiere vicino (quello situato dall’altra parte del viale) volesse espandersi ed esautorare Don Masino.

Don Nino espresse in più omelie la sua preoccupazione per un eventuale scontro armato tra le strade del quartiere ed invitò Don Masino e Don Ciccio, a levare l’occasione e ad accontentarsi dei loro feudi.

Ma l’escalation era appena iniziata e Don Nino la visse in prima persona o quasi.

Don Masino rispose al presunto attacco di Don Ciccio distruggendo il garage dove quest’ultimo teneva le sue auto d’epoca. Don Ciccio ordinò ai suoi uomini di gambizzare Felice Alleruzzo, fedele affiliato di Don Masino, lasciandogli anche un messaggio inquietante “Perché avete rotto la tregua che c’era tra di noi? Se volete la guerra l’avrete”.

Don Masino, perplesso da quel messaggio, chiese un incontro in campo neutro al suo eponimo del quartiere vicino.

Il luogo scelto fu il piccolo parco innanzi la caserma dei Carabinieri in fondo al viale. Don Masino arrivò scortato da ben dieci uomini, Don Ciccio lo stesso.

Nessuno riferì mai le parole precise di quell’incontro, per certi versi storico. Si seppe solo che si arrivò ad un passo da un conflitto a fuoco in mezzo alla piazza e che i toni furono a dir poco ostili. Don Ciccio ribadì la sua estraneità all’incendio delle auto di Don Masino e quest’ultimo impiegò molto tempo per convincersi. Alla fine venne stretta una tregua temporanea in attesa di eventi chiarificatori, eventi che erano lungi dall’arrivare.

La stessa notte dell’incontro qualcuno crivellò di colpi di mitra il garage di Don Masino che però ebbe l’accortezza di telefonare a Don Ciccio per informarlo dell’accaduto.

Due giorni dopo, Francesco Santovito, il macellaio, entrò in sagrestia per parlare con Don Nino. Era stato pestato a sangue da due uomini di Don Masino perché si era rifiutato di pagare la protezione mensile. Don Nino gli diede la somma necessaria e lo congedò con un abbraccio. Poco dopo giunse Sasà Lavello.

“Don Nino, sono venuto a salutarla, me ne vado”.

“Te ne vai? Perché?”. Chiese il prete per nulla stupito da quella dichiarazione.

“Ma non vede com’è la situazione? Sparatorie, ammazzatine. Io ho perso tutto, la mia liquidazione di onesto lavoratore era in quella putìa e ora è cenere. Almeno vado a trascorrere gli anni che mi restano e a godermi la pensione in qualche posto più tranquillo”.

“Volevo chiederti una cosa prima che te ne vada. In questo quartiere ci sono nove negozi, tutti pagano la protezione a Don Masino?”.

“E’ una strada domanda. Perché lo vuol sapere?”.

“Sto cercando di mettere su un fondo per aiutare i commercianti che subiscono questo ricatto indegno”.

“E non poteva farlo prima”. Disse con un sorriso amaro Sasà.

“Pensavo di poter combattere questi signori usando la legge, ma ho capito che è una lotta inutile. Almeno cerco di evitare pestaggi assurdi come quello di Francesco Santovito. Hai saputo no?”

“Eh come se ho saputo, bastardi indegni. Comunque per rispondere alla sua domanda. Qui lo pagano tutti tranne due”.

“Chi?”. Don Nino si sistemò comodamente sulla sua sedia e ascoltò con maggiore attenzione.

“Il supermercato e la farmacia”. Disse quasi schifato Sasà.

“E come mai?”

“Il supermercato non paga la protezione ma il titolare, Calogero Denaro ha dovuto assumere il figlio scemo di Don Masino, Cosimo. Quindi non paga la protezione ma paga un imbecille che non riesce nemmeno a sistemare le cose negli scaffali. Lei pensi che il supermercato sta chiudendo perché ha pochi clienti ma Don Masino ha mandato a dire a Calogero che se chiude o licenzia suo figlio lo ammazza sulla piazza a colpi di pistola”.

Don Nino prese note mentalmente dell’informazione. “E la farmacia?”. Chiese ancora.

“La farmacia è della figlia intelligente di Don Masino, Jessica. Una figliola a posto, a parte per il nome, ma non è colpa sua. Una ragazza sveglia che non si vuole immischiare con le porcherie del padre. Un’onesta lavoratrice e suo padre la protegge gratis”.

“Insomma un figlio scemo ed una figlia onesta, come farà Don Masino quando lascerà le redini?”.

“C’è il terzo figlio no? Il primogenito, Manolo. Quello che a modo suo segue le orme del padre”.

“Non ne ho mai sentito parlare”.

“Per forza. È in galera da un annetto. Rapinava le coppiette in una stradina deserta in collina, sempre la stessa strada tutti i sabati sera. La polizia si è allarmata e ha mandato due agenti in borghese a sorvegliare. E indovini ci ha rapinato quel cretino? Proprio la volante della polizia. Don Masino ha detto che romperà le dita a coloro che prenderanno in giro il suo erede ma in quartiere tutti ridono di lui, quando sono al sicuro in casa”.

“Sasà”. Disse Don Nino alzandosi per congedare l’ex fruttivendolo. “Ascoltami, non te ne andare da qui ora che sei tornato. Le cose stanno cambiando, lo sento nell’aria”.

“Qui non cambia mai niente Don Nino carissimo. Siamo sempre nella stessa situazione di merda, scusi il termine”.

“Fidati di me per favore”.

“L’ultima volta che l’ho fatto mi è andata a fuoco la putìa” disse ridendo Sasà Lavello uscendo dalla canonica.

Per un mese circa, nel quartiere regnò la pace, sembrava che Don Ciccio Musarra o chi per lui avesse deciso di smetterla con quella stupida guerra. Si mormorava in giro che Don Masino aveva minacciato di occupare militarmente il quartiere di Don Ciccio e di schiaffeggiarlo sulla pubblica piazza.

Ma un mese e un giorno dopo il pestaggio di Francesco Santovito, la nuova auto sportiva, appena acquistata da Don Masino subì l’identica sorte delle altre.

Qualcuno lanciò una bottiglia incendiaria contro il coupè del signorotto locale riducendolo ad uno scheletro annerito.

La notte dopo la farmacia della figlia di Don Masino saltò improvvisamente in aria, spargendo rottami e calcinacci per tutta la piazza in un raggio di venti metri.

Nessun ferito ma parecchia paura. Jessica a causa dell’attentato, mandò il padre a quel paese decidendo di aprire una nuova farmacia in un altro quartiere, lontano dal regno in decadenza del genitore.

Ma l’escalation non era ancora finita.

Due giorni dopo gli attentati, alle sei del mattino venne trovato Cosimo, il figlio scemo di Don Masino, appeso ad un lampione della piazza dentro un sacco di letame e con attaccato il cartello “guardate sono come mio padre”.

Quella fu la goccia che fece traboccare il già colmo vaso di Don Masino. Mise una taglia sulla testa di coloro che continuavano ad infangare il suo nome e quello della famiglia in modo così raccapricciante (fu questa la parola usata), iniziò a far girare i suoi uomini armati per vie del quartiere, addirittura ne fece arrivare altri da fuori. Aumentò la pressione sui commercianti e sulla gente fino a livelli intollerabili.

Gli abitanti del quartiere, sempre di più, affluivano nella canonica di Don Nino in cerca di consiglio e conforto. A tutti il prete diceva di avere pazienza, che Nostro Signore, non tollererà a lungo una situazione simile, che l’aria stava già cambiando.

La gente tornava a casa sollevata, ma gli uomini di Don Masino, in giro con i mitra continuavano a spaventare e a minacciare.

Uscì persino un articolo sul principale quotidiano cittadino dal titolo altisonante “Quartiere cittadino militarizzato. Tommaso Arena, persona nota alle forze dell’ordine e sospettato di tenere in pugno il quartiere con la paura e le estorsione fa pattugliare le strade da uomini armati”.

L’articolo era corredato da una mappa della zona con i principali punti sorvegliati e raccoglieva le dichiarazione di autorità religiose, civili e militari che annunciavano provvedimenti drastici e immediati contro quest’uomo che aveva creato una sorta di stato nello stato.

La reazione delle autorità fu sostanzialmente di facciata in quanto arrestarono solo qualche sodale di secondo piano dell’organizzazione di Don Masino, ma l’effetto psicologico fu enorme.

Mai prima di quel momento si erano viste auto della polizia nel quartiere, mai prima d’ora il nome di Don Masino Arena era apparso sui giornali cittadini con toni tanto critici.

La credibilità del signorotto fu duramente scalfita da quell’articolo, così come la sua autorità e il rispetto che godeva.

Il primo segno visibile di tale decadenza si vide il giorno dopo il famigerato articolo.

Calogero Denaro, con una vistosa sceneggiata, licenziò il figlio di Don Masino scaraventandolo letteralmente fuori dal negozio urlandogli frasi del tipo “Demente, non sai fare un cazzo. Fatti dare un lavoro da tuo padre invece che rubarlo a qualche ragazzo onesto”. Cosimo Arena, in lacrime scappò a casa a piangere sulla spalla del padre che ordinò subito provvedimenti drastici.

Non voleva uccidere Calogero, un omicidio dopo l’articolo avrebbe creato troppo scalpore ma ordinò ai suoi uomini di far saltare con un po’ di tritolo il supermercato durante la notte. Inspiegabilmente, il mattino dopo, la bomba era ancora davanti al negozio, inesplosa, anzi disattivata da una mano abile.

Don Masino Arena stava perdendo la guerra contro un misterioso nemico invisibile ma soprattutto stava perdendo il suo onore, la faccia e la credibilità come uomo forte e signore incontrastato del quartiere. Ormai usciva raramente di casa e così i suoi uomini.

Nel mese di luglio non vennero esattori per riscuotere la quota mensile per la protezione. “Don Nino aveva ragione, le cose stanno cambiando” urlavano i bambini per strada. Lo stesso Sasà Lavello aveva deciso di fidarsi del prete ed era rimasto nel quartiere.

La grigia cappa che sembrava soffocare tutta la zona aveva iniziato a diradarsi e tutti davano il merito a Don Nino e allo Spirito Santo, complice dei misteriosi nemici che tanto efficacemente stavano contrastando Don Masino.

Quest’ultimo nel suo covo meditava vendetta, studiava piani per riprendere il controllo della situazione, si consultava telefonicamente con amici e affiliati per stabilire una nuova linea di condotta. Tutti erano concordi sul fatto che la situazione era precipitata da quando Don Nino era arrivato nel quartiere. Forse la sua presenza aveva ispirato qualcuno e così era nata una fazione opposta al potere di Don Masino. Ma oltre questo non si riusciva ad andare, non si capiva chi potesse essere il colpevole di un piano così ben congegnato, chi avesse armi ed esplosivi per condurre quella guerra.

Il tarlo del dubbio e l’ombra del fallimento tormentavano ormai il vecchio signorotto, ridotto all’ombra di se stesso.

Il suo sodalizio intanto iniziava a sfaldarsi.

Molti degli uomini di Don Masino avevano pubblicamente manifestato l’intenzione di lasciare il quartiere o quantomeno di redimersi.

Felice Alleruzzo, l’uomo gambizzato dagli uomini di Don Ciccio, aveva addirittura annunciato l’intenzione di voler aprire un negozio di abbigliamento al posto dell’ex farmacia e di chiudere con la vita criminale.

Dopo settimane angosciate e inutili consigli, Don Masino arrivò alla conclusione che l’unico modo di riprendere il controllo della situazione era un’azione militare forte. Così una notte inviò i suoi uomini, quei pochi rimasti, in giro per il quartiere e crivellare di colpi di mitra tutte le saracinesche del quartiere. Inoltre gli stessi uomini ricevettero l’incarico di incollare centinaia di pezzi di carta su tutti i pali e le superfici solide disponibili con su scritto “quando il gatto non c’è il topo balla?”.

La reazione non tardò e la notte dopo qualcuno scagliò contro le finestre di casa di Don Masino dei sacchetti riempiti con deiezioni canine.

Una settimana dopo apparve, sempre sotto casa del signorotto un colorato murale recante la scritta “Tommasino Arena Fogna”.

Mentre Don Masino veniva schiacciato da un nemico invisibile, Don Nino diventava il nuovo punto di riferimento del quartiere. Il giovane prete era sempre pronto ad appoggiare iniziative di ogni tipo pur di dare nuova vita e nuove speranze ai suoi parrocchiani. Una serie di spettacoli di teatro in dialetto, corsi di catechismo, animazione in oratorio, corsi di educazione civica per ragazzi, il tutto grazie alla collaborazione della signorina Cicala, di Sasà Lavello e della signora Tamburrano, diventati ormai i collaboratori di fiducia di Don Nino.

Ma come spesso accade, il flusso degli eventi non segue mai una direzione fissa per troppo tempo, anzi le svolte, i cambiamenti sono sempre possibili ed imprevisti.

Ed era imprevista, infatti, la visita di Angelo Arena, fratello minore di Don Masino e speculatore edilizio di discreto talento e di fama nazionale.

“Vedi Masì, tu usi metodi arcaici basati sulla forza bruta. Devi colpire questo avversario o questi avversari con le loro stesse armi”. Disse Angelo cercando di consolare il fratello sempre più depresso.

“E che dovrei fare scusa? Ammazzo a tutti?”.

“Hai visto che non hai capito niente? Basta con la violenza, almeno per ora”.

“Io devo riprendere il controllo della situazione e voglio farlo a qualunque costo”.

“Ascoltami Masì, ingaggia un paio di detective privati per cercare di capire chi ci può essere dietro a questa offensiva, dopo di che organizzi una trappola, in modo da farvi cadere chi di dovere. A quel punto, ma solo a quel punto puoi tornare ad usare la violenza”.

“Trappola? E che trappola dovrei organizzare, non so bene”.

“Un qualcosa che serva a riaffermare la tua presenza nel quartiere”

“Un conflitto a fuoco?”

“Minchia ma hai la testa monotematica tu. Per forza ti stanno facendo le scarpe. Io intendo un evento pacifico”.

“Cioè? Non me ne intendo di pace”.

“Un qualcosa che mostri al quartiere il tuo lato generoso, il tuo lato più umano ecco”.

“Una cena in piazza offerta da me?”.

“Troppo confusionaria e logistica-mente difficile da organizzare, qualcosa di un po’ più modesto che suoni un po’ come una provocazione. Il nostro nemico e i suoi alleati non resisteranno alla tentazione di rovinare o sbeffeggiare la tua conversione al bene”.

“Si ma io non so proprio cosa fare”.

“Non è importante saperlo ora, intanto dobbiamo raccogliere più informazioni possibili sui tuoi nemici”.

I due fratelli si strinsero la mano e strinsero una diabolica alleanza contro l’invisibile avversario che aveva ben più che oltraggiato Don Masino Arena.

Vennero ingaggiati i migliori detective privati della città e furono mandati ad investigare su persone ed eventi. Vennero analizzati il murale, i sacchetti di deiezioni canine, i bossoli dei colpi sparati contro il garage di Don Masino i resti delle bottiglie molotov e della bomba che distrusse la farmacia della figlia.

Tutto venne esaminato, catalogato e collegato. Vennero fatti controlli incrociati, piratati siti internet, interrogate persone. Tutti i maschi dai tredici ai settant’anni erano sospettati, inclusi i sodali ed ex sodali di Don Masino.

Ben presto le minuziose(e costose) indagini iniziarono a ridurre il numero di indiziati a pochi nomi fortemente sospetti, tra i quali Sasà Lavello. Quest’ultimo fu interrogato e le sue risposte ambigue ed evasive alimentarono i sospetti che fosse lui la mente a capo della coalizione anti famiglia Arena.

“Bene, dobbiamo attirarlo in una trappola e verificare che sia proprio lui lo stronzo che ti sta rovinando”. Disse Angelo Arena durante un incontro con gli investigatori ed il fratello.

“Io forse ho un’idea. Me l’ha data un tizio che ha un vivaio poco vicino da qui”. Disse Don Masino esaltato.

“Cioè?”.

“Immagina. Faccio un annuncio ufficiale con il quale voglio chiedere scusa e riconciliarmi con il quartiere, un po’ come ha fatto quel figlio di buttana di Alleruzzo”.

“Questo potrebbe essere un buon inizio” commentò Angela Arena con uno sguardo che esprimeva tutt’altra opinione.

“Dicevo, per iniziare annuncio che donerò a tutti i condomini del quartiere dei Pitosfori o come si chiamano loro, degli alberi bellissimi che ho visto nel vivaio. Allora pianto il primo di questi alberi nel cortile del mio condominio e lo sorveglio in attesa di Sasà Lavello che probabilmente lo danneggerà o troverà qualche altro modo per umiliarmi”.

“E’ un piano talmente stupido che potrebbe anche funzionare”. Commentò il fratello con un’espressione poco convinta sul viso.

L’annuncio di Don Masino mise in subbuglio l’intero quartiere, nessuno, neanche il più ottimista si attendeva una mossa simile da parte del vecchio criminale. Don Nino durante un’omelia domenicale commentò così il fatto. “Come Giuda, pentitosi del suo gesto, sceglie la via della redenzione togliendosi la vita impiccandosi ad un albero, noi possiamo vantare persone che si pentono dei loro peccati piantando alberi”. Il tono acido di Don Nino sorprese molto i fedeli accorsi, come ogni domenica, numerosissimi.

Sembrava che l’iniziativa di Don Masino infastidisse parecchio il giovane prete al punto da fargli abbandonare il tono sempre gioviale, allegro e positivo.

Alla cerimonia della posa del primo albero c’era tutto il quartiere o quasi, persino il maresciallo fece una capatina per osservare quel momento da tutti definito storico.

Il sindaco mandò un messaggio nel quale dichiarava di apprezzare il gesto nobile di un cittadino molto discusso, auspicando che la sua redenzione fosse sincera.

Anche Don Nino era presente ed ebbe l’ingrato compito di leggere un messaggio inviato dall’arcivescovo in persona nel quale l’alto prelato si scusava per l’assenza e sperava per il futuro altri gesti di questa portata arrivando a citare anche alcuni passi del vangelo di Giovanni.

Quella stessa notte un ombra furtiva con una tanica di benzina si introdusse nel cortile di Don Masino, cosparse la parte bassa del tronco del pitosforo del liquido infiammabile ed appiccò un piccolo incendio alla pianta. Dal balcone interno, Don Masino osservava la scena con un binocolo a raggi infrarossi e grande fu la sua sorpresa quando vide che l’autore del gesto altri non era che Don Nino.

“Non posso crederci. Don Nino non è sicuramente uno dei miei migliori amici ma mai mi ha mai manifestato ostilità. Domani tutti sapranno che il loro amato prete ha distrutto il simbolo della mia redenzione”.

“Stai calmo Masì, invece di giocarti questa carta subito, fai indagini su di lui. Don Nino potrebbe essere solo uno strumento della cospirazione. Sii prudente”.

Gli investigatori, che fino a quel momento avevano scoperto poco o nulla di concreto iniziarono ad indagare sul prete e ben presto vennero a galla le prime conferme.

Si scoprì per esempio che Don Nino era compagno di stanza al seminario del giornalista che aveva scritto il famigerato articolo. Inoltre saltò fuori che il prete, oltre ad avere il porto d’armi, aveva fatto il militare in un reparto d’élite di artificieri fuori città, di conseguenza sapeva maneggiare esplosivi ed armi da fuoco con una certa abilità.

“Bene, direi che possiamo collegare il nostro caro pretucolo a tutte le provocazioni che hai subito in questi mesi”. Disse, finalmente soddisfatto Angelo Arena.

“Non posso crederci, quel ragazzo, un prete, capace di farmi tutto questo? Neanche Rambo sarebbe stato capace di tanto”.

“Lascia perdere i film, ora come intendi comportarti?”.

“Nell’unico modo possibile”.

Passò una settimana e l’autunno, con il suo carico di piogge fece capolino sulla città rovesciando quotidianamente acqua in enormi quantità.

Don Nino, ignaro di essere stato scoperto, continuava la sua vita di sempre, fatta di messe, catechismo, giri in moto (tempo permettendo) e di tempo dedicato ai tanti parrocchiani che sempre di più si avvicinavano a lui

Una piovosa sera autunnale, particolarmente fredda si trovò in chiesa solo.

Alla messa serale non era venuto nessun fedele, cosa alquanto strana che non era mai accaduta fino a quel momento. Nonostante questo decise di celebrare ugualmente la messa ed iniziò, come se la chiesa fosse piena di fedeli.

Giunto alla prima lettura, la porta della navata centrale si aprì con un clangore sinistro, amplificato dal silenzio che regnava sovrano e dall’ininterrotto scrosciare della pioggia.

In chiesa entrarono cinque uomini, uno accanto all’altro tutti armati di mitra.

Con passo lento si diressero verso l’altare dove Don Nino, paralizzato li osservava con uno sguardo neutro, quasi fossero fedeli giunti in ritardo alla messa.

I cinque uomini, nella corsia centrale della chiesa avanzavano sempre più lentamente e i loro passi rimbombavano come campane a morto. I loro volti erano spietati, impassibili, ma di un’impassibilità macchiata dal dubbio, da una reticenza morale quasi primitiva che rendeva più difficile, ma non impossibile, quello che si accingevano per fare.

Giunti ad un paio di metri dall’altare si fermarono all’unisono ed iniziarono a sollevare i mitra.

“Un mio collega, Don Pino Puglisi, tanto tempo fa disse una frase ai suoi assassini poco prima di essere ucciso “Vi stavo aspettando”. Anche io vi stavo aspettando, vi aspettavo da tempo”. Disse Don Nino senza una sola nota di paura nella voce.

“Chi si mette contro Don Masino, chi lo umilia non ha che un solo destino, la morte”. Disse il più alto dei killer, probabilmente il capo del comando di fuoco.

“Ci avete messo parecchio tempo, più di quanto pensassi, a scoprirmi”.

“E’ stato bravo Don Nino, molto bravo, ma alla fine la giustizia arriva e i torti si pagano”.

“Avete ragione, la giustizia arriva sempre, solo che non pensavo fosse sotto forma di gregari di bassa lega al soldo di un criminale frustrato”. La voce di Don Nino era strafottente, quasi cinica.

“Questo è l’ultimo insulto che uscirà dalla sua bocca Don Nino, un ultimo momento di gloria per lei, spero se lo goda”. Continuò il campo del gruppo di fuoco, visibilmente alterato.

“Non me lo godo, non godo nel vedere dei ragazzi come voi pronti a far fuoco su un prete, un servo di Dio”.

“L’errore è stato suo. Ognuno ha il suo posto nel mondo e lei è andato ben oltre il suo posto”. I cinque membri del gruppo di fuoco armeggiarono con gli otturatori e mirarono contro Don Nino che, impassibile li guardava”.

“Vi chiedo solo una cosa. Sono un prete posso recitare un ultimo Padre Nostro, prima di essere crivellato di colpi?”.

“Faccia presto, non possiamo perdere troppo tempo”. I mitra restarono puntati contro il bersaglio.

Don Nino alzò le braccia e pose i palmi delle mani all’altezza delle spalle, nella tipica posizione con la quale il sacerdote guida i fedeli alla preghiera. Dopo di che iniziò lentamente a recitare.

“Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome…”. Si interruppe improvvisamente quando vide le canne dei mitra abbassarsi leggermente. Con un movimento fluido e rapidissimo delle braccia infilò le mani sotto la tovaglia dell’altare, li dove vi erano due strani rigonfiamenti. Velocemente estrasse due mitra uzi e sparò senza esitare un attimo contro il gruppo di fuoco.

I killer presi alla sprovvista ricevettero in pieno le raffiche sparate dalle micidiali mitragliette e si accasciarono, dopo pochi secondi, morti sul marmo della chiesa. Don Nino gettò in terra le due armi roventi e continuò a guardare davanti a lui i cadaveri. Il suo sguardo era un caleidoscopio di emozioni: rabbia, paura, dolore ed una punta di pentimento per quello che aveva appena fatto.

“E venga il tuo regno…amen”.

Categorie
Parole in libertà, Racconti
Tags
Pulp, Racconti
Commenti RSS
Commenti RSS
Trackback
Trackback

« Forme di espressione… La tragedia della mediocrità »

Lascia un commento

Puoi usare questi tag : <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Siti Amici

  • Camminando Scalzi.it
  • Drowning into Chocolate
  • Edizioni Smasher
  • Evviva la vita!!!
  • F’s Kitchen – A blog dedicated to Daredevil, The Man Without Fear
  • Giulio Ganci Personal Site
  • I Palati Elisi
  • Il Mondo di Soraya
  • La vita è un sogno
  • Llizzah’s space
  • Nuovo Giangurgolo
  • O Paraiso do Mundo
  • On an Island
  • Pagine Grigie
  • Patanjalifreethinker’s Weblog
  • Roberto’s Blog – La vita va vissuta fino in fondo
  • Room 112
  • Sicilia Planet
  • SNI – Spazio Notizie Inutili
  • Wiki Serial – Il portale delle serie TV…dove contribuisci anche tu

Categorie

  • "Lo Scherzo Infinito"
  • Archeologia Industriale
  • Camminando Scalzi.it
  • Cronache Torinesi
  • Geoglobo
  • Le Campane dell'Inferno
  • Musica
  • Notizie e politica
  • Parole in libertà
  • Poesia
  • Poldo for President
  • Racconti
  • Recensioni
  • Riflessioni e Pensieri
  • Senza categoria
  • Storie Italiane

Commenti recenti

  • Cristi su Favoletta – Il Re dell’Alto Castello
  • Gabriella La Nunziata su La Grande Sconfitta
  • Luca su La Grande Sconfitta
  • Luigi su “Lo Scherzo Infinito” 4° puntata
  • Gabriella La Nunziata su E’ un brutto giorno per la democrazia

Articoli recenti

  • La pioggia del Sud non fa rumore
  • Le grandi sfide di Mario Monti
  • Italia di serie A e di serie B…anche nelle disgrazie
  • Benvenuti al Sud
  • Intercettazioni: Il Governo ci riprova, Wikipedia protesta

Meta

  • Collegati
  • Voce RSS
  • RSS dei commenti
  • WordPress.org
rss Commenti RSS valid xhtml 1.1 design by jide powered by Wordpress get firefox