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“Lo Scherzo Infinito” - 1° Puntata.

Dario | 12 Novembre 2009

Ricordo ancora le parole della mia professoressa di Lettere il giorno del diploma “Francesco e ora cosa farai?”. “Lo sa già professoressa, il mio sogno è fare lo scrittore, quindi credo mi iscriverò a Lettere”. “Ma cosa devi fare con la laurea in Lettere? Perchè non ti iscrivi a Giurisprudenza o Medicina? Con una laurea in lettere che lavoro speri di trovare?”. “Professore di Lettere in un liceo?”.
Come aveva ragione la cara professoressa Manganaro a dirmi quelle parole. Schiaffato davanti a quel Computer, diventata ormai un’estensione elettronica del mio corpo, in una città che odio, senza altra compagnia se non i miei libri e qualche concittadino sempre troppo fatto per comprendere la tristezza dell’emigrazione.
Su quel monitor quel cursore lampeggiante mi urta il cervello, quasi a ricordarmi che devo darmi da fare. Il professore Merusengo mi ha promesso duecento euro per questo lavoro e detto tra noi quei soldi mi fanno troppo comodo. Certo, curare le note a piè di pagina di un saggio, tutt’altro che breve, sulla cucina delle Langhe non si può definire un lavoro esaltante.
Perchè non mi fanno fare ricerche su Pavese?
Lui si che era uno scrittore con le palle e parlava delle Langhe nei suoi romanzi.
No a me tocca cercare su Internet le variazioni sul tema di questa o di quella ricetta, cercare i principali teorici di un dato piatto o addirittura gli inventori. Per esempio una nota tipica potrebbe essere benissimo questa “L’esimio cuoco x (dove per x si può aggiungere un cognome piemontese random) propone una variante con l’aggiunta di aglio tagliato fine e porro”.
Quando i miei amici di Messina mi chiedono “Ma Ciccio cosa fai lassù in Piemonte?”, non so mai cosa rispondere, la vergogna è troppa. Mentalmente ho mandato decine di maledizioni diverse al mio relatore di tesi di Messina, il professore Rossetti, per avermi trovato questo lavoretto di “consulente freelance” per la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino.
E dire che ero salito a Torino per vivere immerso nell’editoria, nella culla che ha dato i natali a tantissimi scrittori e poeti italici. Speravo che l’aria torinese illuminasse la mia ispirazione frustrata dalla piattezza universitaria e com’è finita? Ovviamente male, l’unico contatto che ho avuto con l’editoria torinese è un lavoretto come consulente editoriale per la piccolissima casa editrice dal nome impronunciabile, la Arkanes Edizioni.
Certo detto così può sembrare un lavoro di tutto rispetto, in realtà il mio lavoro consiste nel leggere pseudo romanzi scritti da gente che conosce a malapena la lingua italiana, poesie pretenziose di aspiranti Eugenio Montale, racconti deliranti sul male di vivere e sull’alienazione della moderna società. Dopo aver letto, devo correggere e fornire la mia valutazione scritta, includendo anche eventuali motivazioni tecniche ed eventuali consigli allo sventurato scrittore, il tutto per circa 200 euro netti mensili. Sono un precario della cultura, ma del resto, come diceva la professoressa Manganaro, “Ma che cosa devi fare con una Laurea in Lettere?”.
Niente da fare, le parole non escono, digito qualcosa, ma poi cancello, non riesco a scrivere in italiano, non riesco proprio a scrivere di cucina piemontese.
Fuori il cielo è del solito colore grigio ghisa.
Depressione, voglia di andare via da questa succursale dell’inferno in terra. Cazzo! Cazzo! Cazzo!
Scatto in cucina. I piatti del pranzo giacciono inerti nel lavandino, sporchi. Sul ripiano del televisore, il pacchetto sgualcito di Gauloises suggerisce alla mia mente che probabilmente non troverò sigarette la dentro. “Ah tu e le tue sigarette francesi. Sei tutto strano”. Diceva così uno dei miei pochi contatti piemontesi, una ragazza né bella né brutta, uno dei pochi esemplari di donna che non ho mai desiderato portarmi a letto.
Ho deciso, spengo il PC, ho bisogno di deconcentrarmi un po’, di sentire qualcosa di diverso da quell’odioso schermo bianco e dalla quella odiosa tastiera.
Il cellulare è muto, non suona da stamattina. Tra qualche ora, alle 8, puntuali come un orologio chiameranno i  miei ed io metterò in scena la solita menzogna quotidiana arricchita da sempre nuovi e fantasiosi dettagli.
Ho deciso, forse. Torno nel mio salotto\ingresso, apro la vetrinetta degli alcolici e la guardo un attimo con attenzione. Individuo subito la mia fida bottiglia di Oban mezza piena. Mi verso un po’ di chiaro whisky single malt scozzese nel bicchiere da whisky regalatomi dalla mia terzultima ex e apro un pacchetto di Gauloises rosse e me ne accendo una. Accendo la tv a cristalli liquidi, la Playstation 2 e getto il mio nobile peso sul divano con accanto il bicchiere, il portacenere e il pacchetto.
Il mondo scompare, non mi accorgo neanche che ha iniziato a diluviare. Sai che novità, questa è sempre Torino, mica Tunisi.
Il buio entra dalle finestre accompagnato dalla gialla luce dei lampioni stradali ma io continuo a stare sul mio divano davanti alla Playstation. Devil May Cry 3 non è un gran gioco, ma passare il tempo a picchiare demoni orripilanti per poi finirli a colpi di pistola sfogherebbe le frustrazioni di un maniaco compulsivo.
Freddo, freddo intenso che la frenesia del gioco ha tenuto lontano ma che ora mi entra nella ossa, non con violenza, ma come tanti piccoli stuzzicadenti che pizzicano la pelle e le ossa. Con un balzo felino abbandono la posizione semi supina sul divano e scatto verso il termostato di casa che implacabilmente segna diciotto gradi, troppo pochi.
Fuori il diluvio prosegue incessante. E chi cavolo si muove di casa con questo tempo? Non che abbia chissà quali impegni mondani, tutt’altro.
I miei simpatici concittadini mi avevano invitato per uno “stono party” dopo le 22 a casa loro, in Corso Regina ma sicuramente non andrò.
Mi preparerò un’ottima pastina in brodo rovente piena di pepe, metterò tutti i piatti nella lavastoviglie, recupererò la mia bottiglia di Oban e mi stenderò sul mio bel lettone a due piazze ascoltando un pezzo di Keith Jarret, una di quelle improvvisazioni che durano minimo 25 minuti.
Sorso dopo sorso aspetterò il sonno sperando che arrivi prima della fine del secondo bicchiere. Non vorrei dovermene versare un terzo.
Che tristezza, mi metto tristezza da solo. A 27 anni ho i vizi e i comportamenti di un cinquantenne depresso. Bevo whisky, fumo sigarette come un ossesso, nelle rare volte in cui ho compagnia bevo birra a più non posso, quasi rifuggissi la lucidità.
La casa si riscalda, iniziò a star bene, un po’. Sono quasi le otto, tra poco chiameranno i miei e non ho la forza di raccontargli per l’ennesima volta una bugia sulle mie condizioni di vita.

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"Lo Scherzo Infinito", Parole in libertà, Racconti
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"Lo Scherzo Infinito", Dario Ganci, Romanzo a puntate, Torino
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2 risposte

[...] 1°puntata 2°puntata 3°puntata [...]

DarkShine » “Lo Scherzo Infinito” 4° puntata | 6 Dicembre 2009

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Ciao dario. Vado al sodo. Penso che tu da me

marcello | 16 Dicembre 2009

Ciao dario. Vado al sodo.
Penso che tu da me pretenda sincerità nei commenti, e io sarò sincero. D’altronde non posso non esserlo e credo che l’amicizia sia da prescindere dalla “critica letteraria” usando un’etichetta altisonante.

Il difetto che noto qui è lo stesso che ho visto in quel racconto che mi hai inviato tempo fa sul prete “punk”: troppi clichè.
Non è una critica leggera in effetti e secondo me un modo per uscirne è quello di tagliare, tagliare e tagliare. Evita magari qualche aggettivo di troppo, non avere fretta di caratterizzare e definire i personaggi: se è un romanzo, c’è tutto il tempo di aggiungere, uno per volta, tutti i dettagli che vorrai.
Faccio un esempio a caso, che mi viene in mente ora e che forse c’entra poco con quanto detto finora: “casa editrice dal nome impronunciabile, la Arkanes Edizioni”. Arkanes non è impronunciabile. Arksanex, Arskanex forse sì.
Capisco l’autobiografismo ma uno studente universitario precario ed emigrato, per quanto aristocratico si atteggi, non ha una casa con televisore al plasma, una vetrina piena di whisky pregiato e non fuma Gauloises. Se è così, perchè non spiegare tutta questa fortuna. Inoltre l’eccesso di caratteristiche ti ha fatto cadere in una trappola: se la casa ha la lavastoviglie perchè i piatti del pranzo giacciono sporchi nel lavabo?
Non è rilevante, probabilmente, ma è da questi “errori” che giudico un libro buono da uno cattivo, non so tu.

L’idea generale, per farla breve e non essere prolisso, è la fretta. Trasmette l’idea di una cosa buttata giù di fretta e non riletta abbastanza.

Ora vado.
Spero che la cosa non ti abbia dispiaciuto o offeso, in tal caso ti inviterei a farmelo notare - con lo stesso tatto che ho tentato di utilizzare nelle critiche - di modo da non offenderti ulteriormente. E magari trattenermi.
A presto. Anzi…alle prossime puntate dello “Scherzo”.

Ciao.

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