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“Lo Scherzo Infinito” - 2° puntata

Dario | 19 Novembre 2009

Puntate Precedenti:

1°puntata

Corso Belgio è una striscia d’asfalto immersa nella nebbia del mattino. Gli alberi ai bordi addolciscono un tipico paesaggio urbano di tipica metropoli settentrionale. La mattina è fredda ma anche incredibilmente calma. Le otto e mezza, cammino avvolto nel mio cappotto pesante, imbavagliato da una sciarpa troppo leggere per il clima e con in testa il mio berretto di lana nero e grigio che fa pandan con il cappotto.
Corso Belgio non è per nulla accogliente, immerso in questa luce grigia, triste e puzzolente.
Con la mano nella tasca cerco il fogliettino di carta accuratamente ripiegato che costituisce il motivo di quella passeggiata mattutina. Passo innanzi alla Coop con il parcheggio desolatamente deserto e i carrelli intrisi di freddo e di umido. Due signore accanto a me, di almeno cinquant’anni borbottano in uno strano idioma che identifico come dialetto piemontese stretto, trascinano i loro carrellini per la spesa dai colori spenti, probabilmente diretti verso il mercatino di corso Chieti.
Attraverso largo Cadore e mi giungono gli odori provenienti dai bar, profumo di cappuccino, di croissant appena sfornato, di caffè corretto con un goccio di sambuca, tutte sensazioni che si mescolano con il puzzo marcescente della nebbia.
Un vecchio tram arancione mi sferraglia accanto facendomi sobbalzare dalla paura.
Il caro buon 15, compagno di tante puntate verso il centro si ferma e riparte subito rumoreggiando. Sembra sia sul punto di rompersi e di frantumarsi in mille pezzi, in realtà è proprio il modello di tram che non può fare a meno di dare questa sensazione. Mentre cammino a passo svelto incrocio alcuni dei passeggeri scesi dal mezzo, ragazzi, uomini di mezz’età, una decina in tutto, tutti armati di Ipod nelle orecchie insensibili al mondo circostante.
Mi avvicino alla farmacia che si trova praticamente alla fine di corso Belgio, l’insegna verde lampeggiante neanche si vede nella nebbia, da lontano sento lo scrosciare del Po che proprio da quelle parti accoglie le acque della Dora, l’altro fiume di Torino. Entro nella farmacia, non ero mai venuto qui, di conseguenza vengo guardato con sospetto dall’occhialuto farmacista che presidia, come un soldato devoto, il bancone di acciaio e vetro. “Buongiorno, prego mi dica”, dice cortese accennando un sorriso palesemente falso. Senza dire una parola tiro fuori dalla tasca la ricetta bianca e la porgo al farmacista ancora sorridente.
Attento legge quel fogliettino tutto spiegazzato e mi guarda con sguardo interrogativo. “Mi scusi, ma per cosa prende questo farmaco?”. Sapevo che avrei incontrato problemi. Da quando ho intrapreso questa mia piccola truffa al sistema sanitario nazionale mi ero documentato a dovere. “Soffro di un dolore neuropatico, il Temgesic è l’unico farmaco che riesce a calmarlo, almeno per il momento”. Dissi con voce ferma. “Lei sa che questo è un narcotico?”. Mi chiese ancora il farmacista. Vedevo il suo sguardo, dietro quella orribile montatura, farsi diffidente e interrogativo. “Certo che lo so, lo prendo da quasi un anno”. “Sa che non deve assolutamente assumere alcolici insieme a questo farmaco”. “Guardi, per mia sfortuna conosco tutti i problemi che questo farmaco implica, sa non è bello avere un dolore costante tutti i santi giorni della propria vita e sapere di non poter far nulla”. La sceneggiata, unita alla mia faccia da cervo ferito, funzionavano sempre.
Vidi il volto del farmacista rasserenarsi e addirittura vi intravidi un pizzico di umana comprensione. “Vado a prendere il suo farmaco, sa vista la particolarità, non lo teniamo a portata di mano”. Annuì con un sorriso e mi misi in attesa. Il famigerato Temgesic altro non era buprenorfina cloridrato, un oppiaceo non troppo potente, perfettamente legale e a basso costo. L’avevo scoperto per sbaglio un paio di anni fa, quando, insieme ad altri due amici e ad una mia ex, tutti studenti di medicina, cercavano nei farmaci risposte per le nostre tipiche inquietudini post adolescenziali. Un bel giorno la mia ex portò ad una delle nostre riunioni un blister con queste magnifiche compresse sublinguali. Fu un’epifania, l’effetto stravolse il mio sistema nervoso, dandomi una botta incredibile, da allora divenne un’abitudine ricorrere alla “magica pillolina” nei momenti di depressione.
Per procurarcele, la mia ex strappò dal ricettario del medico presso il quale faceva tirocinio, alcuni fogli che compilammo.
La prima volta che andai in farmacia con la ricetta bianca, il farmacista per poco non mi buttò fuori a calci nel culo minacciando di chiamare i carabinieri. La volta successiva mi feci furbo e finsi di non sapere nulla del farmaco e di essere una povera vittima delle prescrizioni di un medico troppo geloso del suo sapere per condividerlo con un suo paziente. La scusa a Messina funzionò a dovere, a Torino no purtroppo e dovetti trovare, grazie a svariate ricerche su internet, la scusa del dolore neuropatico. “Ecco a lei, sono tre euro e sessantadue centesimi”, disse il farmacista tornando con la mitica scatoletta bianca. Pagai e sorrisi falsamente. Non sarei più tornato in quella farmacia, dovevo cercarne una più vicina e più discreta.
Infilo la confezione nello zainetto ed esco fuori, nel freddo e nella nebbia puzzolente. Da lontano sento lo sferragliare di un tram in direzione centro. È uno dei modelli nuovi, meno rumorosi e decisamente più comodi. Con uno scatto raggiungo la fermata dall’altra parte della strada, ignorando e frasi di amore e di amicizia universale rivoltemi dal simpatico guidatore della Ka rossa al quale appositamente taglio la strada.
Il tram è vuoto, adocchio un sedile giallo vomito, accanto l’obliteratrice e mi accascio con una punta di fiatone. La forma fisica tra alcol e fumo stava andando a puttane. Vorrei andare in palestra, vorrei giocare a calcetto come facevo giù a Messina, vorrei qualcuno con cui andare a correre sul lungo Po, insomma vorrei solo un po’ di umano conforto ma al momento sono circondato dal deserto urbano.
Mi attendeva una giornata piena: appuntamento con il professore Merusengo, per un aggiornamento sullo stato dei lavori, in uno dei luoghi più tristi e squallidi dell’interno mondo, Palazzo Nuovo, un mostro di cemento e acciaio immerso nel centro di Torino.
Poi un salto all’Arkanes a San Salvario per vedere se c’è qualcosa per me, poi pranzo con i miei concittadini in via Mantova, presso la sede della loro prestigiosa azienda. Quest’ultimo punto all’ordine del giorno non mi esaltava particolarmente. Sapevo già come sarebbe finita: Pranzo annaffiato da abbondante vino, cannetta dopopranzo e alle quattro più stonato che altro avrei preso il primo mezzo per tornare a casa mentre i miei carissimi concittadini si sarebbe messi a lavoro, a modo loro.
Un rumore attira la mia attenzione, un fruscio che ben presto diventa scroscio violento. Lo immaginavo, sta piovendo. Con sguardo rassegnato prendo dallo zainetto l’ombrello colorato comprato dal mio senegalese di fiducia in via Po e lo impugno con rabbia. Do uno sguardo alla confezione di Temgesic che giace li, sul fondo dello zaino, tra le penne e il pacchetto di fazzoletti profumati.
Non vedo l’ora che arrivi stasera per potermela gustare in silenzio nel mio salotto.

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"Lo Scherzo Infinito", Parole in libertà, Racconti
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"Lo Scherzo Infinito", Dario Ganci, Romanzo a puntate, Torino
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2 risposte

Ciao Dario, come stai? sicuro di stare bene? Ti invio i

Antonella | 20 Novembre 2009

Ciao Dario, come stai? sicuro di stare bene?
Ti invio i miei pensieri..Sicuro di stare bene? Ripeto, ma perchè tutto questo pessimismo?Non mi entusiasma, se poi penso che sia tu il depresso mi rattrista. Cmq l’idea di un racconto a puntate è ok. Dopo aver letto la prima ho aspettato di leggere la seconda uhm non mi convince non so perchè forse per il pessimismo o per le droghe o l’alcol… sono cose di cui al momento farei volentieri a meno. E poi sempre questa Messina in mezzo ai piedi. Molla le ancore e trasferisciti chessò a tokyo, dove vuoi tu libera le tua fantasia e respira profondamente. Sul grigio ghisa e sui colori sono con te ma non basta, potrebbe starci anche un po’ di sole. Carina l’idea di un commentatore di ricette on line.
Per l’ode invece, la lettura scorre a tratti veloce a volte lenta, putroppo ci sono diversi errori, quindi sarebbe da rivedere; non c’è un filo conduttore e sono pensieri in libertà, alcuni fotografici o romantici, altri di pura riflessione….questo naturalmente va bene.
Ma è sempre il pessimismo che domina. Io cmq preferisco vederlo, ed anzi lo cerco, “quel raggio di luce gialla che perfora le nubi grigie” Su con la vita! E aspetto i tuoi scritti mi raccomando, aggiornami sempre. Ciao!

condivido abbastanza i commenti scritti da Antonella (che saluto non

marcello | 17 Dicembre 2009

condivido abbastanza i commenti scritti da Antonella (che saluto non conoscendo): anche a me non convince molto questo mix di droghe alcool e psico farmaci che rende il personaggio maudit ma senza una vera e propria anima autolesionista.

In più, ma credo tu l’abbia fatto apposta, “pandan” non esiste e, cosa più importante, non mi piace. Se giochi con le parole, inventando delle nuove, giocaci sempre, non solo ogni tanto.

Solo una curiosità: perchè Arkanes è a San Salvario? C’entro mica io?

A presto!

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