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“Lo Scherzo Infinito” 4° puntata

Dario | 6 dicembre 2009

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1°puntata
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3°puntata

Penso che i circoli ARCI siano fatti in serie.
Hanno tutti quell’aria un po’ dismessa, da ex locale abbandonato e poi rimesso in sesto alla buona, con materiali scadenti ed una buona mano di di pittura per farli sembrare nuovi.
Il circolo ARCI di piazza Santa Giulia non fa ovviamente eccezione. Appena entrato un uomo dal sorriso cordiale e dai tatuaggi aggressivi mi sorride e mi chiede la tessera che io prontamente gli schiaffo in faccia con un gesto delicato ma allo stesso tempo deciso.
Entro nel salone principale, un fuoco smorto arde nel camino e, seduti ai traballanti tavoli di legno e formica, decine di persona chiacchierano rumorosamente degli affari loro.
Quattro ragazzoni urlano e sbraitano attorno al calcio balilla al centro della stanza e nell’altra sala si odono altre urla di ragazzi probabilmente impegnati in un’avvincente partita di Taboo.
Sono un po’ confuso, ho già bevuto una birra da 66 cl ed un whisky, per trovare il coraggio di uscire di casa ed andare in un covo di gente estranea e potenzialmente ostile.
“Francescooooooo” una voce urla il mio nome. La localizzo, è Maria Grazia, sulle ginocchia di un anonimo ragazzo in giacca di pelle e barba incolta. Mi avvicino lentamente al tavolo, le altre occupanti sono donne, il che rende tutto molto più interessante.
Maria Grazia fa le presentazioni. È chiaramente contenta che sono venuto, ed inizio ad esserlo anche io. Prima mi presenta il suo uomo, se vogliamo chiamarlo così. Si chiama Arturo, ha solo ventitré anni ed ha un’aria parecchio sciatta.
“Anche tu nello schifoso mondo universitario?”. Gli dico con un sorriso. “No grazie a Dio no, faccio l’operaio. Odio studiare con tutto il mio cuore”. Da un lato l’invidio, probabilmente lavora da cinque anni, avrà sempre denaro in tasca e andrà in pensione molto prima di me. Dall’altro lo compatisco. Odio cordialmente le persone che affermano di odiare la cultura.
Maria Grazia passa a presentarmi le tre ragazze che l’accompagnano. La prima si chiama Federica, look aggressivo, capelli tinti di rosso, un tatuaggio che timidamente fa capolino dal collo e vestiti di colore nero. Molto carina, sembra un tipo interessante. Maria Grazia mi dice che è una delle più brillanti laureate in Antropologia dell’Università di Torino. La seconda ragazza si chiama Francesca, ma a parte il nome non è niente di che, alquanto anonima e, come vuole la logica, è la sorella di Arturo. La terza fanciulla ha per nome Valentina, è alta un metro e cinquanta scarso, magrissima ma con una quarta di seno ed un viso simpatico.
Nella sala serpeggia una musica diffusa da alcuni altoparlanti di infima qualità appesi al soffitto. È “Baba O’ Riley” dei Who e non posso esimermi dal cantare seguito da Maria Grazia e Federica e più timidamente dai due fratelli anonimi che conosco la canzone come “quella di CSI New York”.
Certi colpi di testa non facevano parte della mia vita da un bel pezzo, anzi da quando vivo a Torino. Finita la musica tutti ci sedemmo in imbarazzato silenzio. “E tu cosa fai nella vita?” mi chiede Federica provando a rompere il silenzio. “Al momento il disoccupato. O meglio collaboro con l’Università ma per pochi soldi e solo saltuariamente”. “E come vivi?”. “Ho messo da parte quasi tutti gli stipendi da dottorando che ho percepito a Messina per avere un fondo di emergenza”. “Ed i tuoi genitori?”. “Loro non hanno molto approvato la mia avventura torinese, sostengono ancora oggi che ho sbagliato. Sognavano per me un radioso futuro di docente universitario, ma non è proprio la mia ambizione e poi, detto tra noi, non so assolutamente insegnare”.
Arturo è visibilmente a disagio, sa di non far parte del mondo di noi giovani di cultura e cerca di ingannare il tempo palpando l’enorme seno di Maria Grazia, con enorme imbarazzo di lei, o si guarda intorno con finto interesse. “Si è liberato il calcio balilla, dai facciamo qualche partita”. Urla, improvvisamente pieno di vita e rivolto verso di me. “Ma io non so giocare bene”. Rispondo cercando di evitare l’inevitabile umiliazione. “Ma dai che te ne frega, lo facciamo solo per divertirci e passare il tempo”. Giocando sia con Federica che con Valentina rimedio due sconfitte sette a quattro. Il risultato era scontato ed ora il galletto ignorante gongolava, tenendo sulle sue ginocchia quel fiore di Maria Grazia.
“Bene, dopo il calcio balilla, ora tocca ai giochi d’ingegno”. Sottraggo da uno scaffale pericolante una scatola di Trivial Pursuit e la porto in tavola. Ma dopo mezz’ora il risultato è già scontato Francesco sei lauree, Arturo una. Sono soddisfazioni.
Con un sorriso a trentadue denti mi scuso e vado a fumare. Federica mi segue fuori, dove una decina di persone discutono animatamente sui cofani delle auto parcheggiate, usandole anche come poggia bicchieri. Tiro fuori il mio pacchetto di Gauloises rosse e Federica con un sorrisino me ne scrocca una e da bravo gentiluomo gliela accendo con il mio Zippo vecchio.
Il freddo è pungente ma perlomeno non piove. “Sai che sei un tipo strano?”. Mi fa Federica. “E tu hai dei tatuaggi splendidi”. “Oh grazie, ne ho ben tredici in parecchi posti”. “Qualche volta me li farai vedere” dico con una punta di malizia. “Sfacciatone!”. Mi urla dandomi un buffetto. Oltre ad essere carina e dolce Federica mi affascinava per la limpidezza del suo atteggiamento, una limpidezza ai confini dell’ingenuità. “Ovviamente scherzavo Fede, non potrei mai chiederti seriamente di poter ammirare tutti i tuoi tatuaggi”. “Io non ci vedo nulla di male, però ovviamente con persone con le quali ho confidenza”. Federica sorride timidamente e tira una grossa boccata di fumo, espirandolo poi con delicatezza.
Le contraddizioni di questa ragazza mi affascinano porca miseria, la conosco appena ma anche lei, come Maria Grazia, ha qualcosa di speciale. “A cosa pensi?”. Mi dice all’improvviso dopo qualche minuto di silenzio. “Mi domandavo come fa una ragazza carina e intelligente come Maria Grazia a stare con quel tipo?”. Federica mi guarda con uno sguardo interrogativo e accigliato. “Ma se non lo conosci neanche Arturo? Come fai a giudicare”. “Hai ragione però, così ad una prima occhiata mi sembrano completamente diversi”. Lo sguardo accigliato di Federica si trasforma in una grassa risate. “Si nota vero? Non c’entrano nulla, sono l’acqua e il fuoco. Credimi conosco Maria Grazia da quasi sei anni ed ha avuto sempre sfiga con i ragazzi. Arturo è solo l’ultimo della serie e neanche il più bello e affascinante”. “E allora perchè lei sta ancora con lui?”. “Semplice! Per non stare sola, Maria Grazia ha sempre bisogno di sostegno, di avere qualcuno accanto. Purtroppo quando ha le sue crisi incontra sempre un uomo che non le assomiglia”. “Ho notato” dico buttando a terra la cicca. “E tu Fede? Anche tu hai bisogno di avere qualcuno accanto”. La mia domanda era impertinente e mirata a scoprire di più su di lei e lei lo capì subito. “Fino al mese scorso ero fidanzata con un tizio un po’ strambo, un musicista che si atteggiava a poeta maledetto con il brutto vizio di non esserlo. Era alla fine un borghesuccio abbastanza anonimo. Peccato che ho sprecato ben sei anni della mia vita con lui”. Federica si innervosisce, la storia è ancora troppo fresca. “Scusa Fede, non sapevo. Ti offro qualcosa mi faccio perdonare?”. Continuo. “No no tranquillo. È solo che è finita in maniera così strana che non lo capisco bene”. “Com’è finita?”. “Anzi no scusa, non sono affari miei”. Continuo imbarazzato, cercando di rimediare alla mia lingua troppo lunga. “Ma figurati, anzi mi farebbe bene parlarne”. Porgo un’altra sigaretta a Federica, lei recupera dalla borsetta l’accendino. Entro dentro e prendo due birre piccole in disgustosi bicchieri di carta.
Ci appartiamo un attimo, sotto un lampione giallo mi fa. “C’è poco da dire ahimè. Tornando nell’appartamento che condividevamo ho trovato un suo biglietto scritto al pc con su scritto che tornava ad Ivrea dai suoi genitori e che avevo una settimana per lasciare l’appartamento. Furiosa l’ho chiamato al cellulare per esigere chiarimenti e mi ha risposto semplicemente che non mi amava più e che era finita. Io l’ho ricoperto di insulti e gli ho sbattuto il telefono in faccia e la sai la beffa? Proprio l’altro giorno ha inviato a casa mia in Sardegna le partecipazioni al suo matrimonio che sarà tra sei mesi. Lui, l’uomo che non credeva ai legami ufficiali si sposa. Ma vaffanculo!”. Federica lascia cadere la borsetta in terra ed inizia a singhiozzare.
Recupero la borsa e li sull’asfalto umido trovo due scatole stropicciate. Le guardo con curiosità, una era una confezione ancora intonsa di TAD 600 e l’altra era la fin troppo nota confezione di Temgesic, con all’interno solo una pillola. Avevo in mano una borsetta che sembrava la fotocopia di quella della mia ex dottoressa. Mi alzo tenendo in mano i farmaci e le sorrido. Lei sembra imbarazzata e accenna un sorriso tra le lacrime, quasi a giustificarsi.

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“Lo Scherzo Infinito” 3° puntata

Dario | 28 novembre 2009

Puntate precedenti:

1°puntata
2°puntata

Non so bene perchè mi trovo qui, o meglio dentro di me lo so.
Si è trattato di un singulto di disperazione, un colpo alla cieca, un gesto dettato dall’irrazionalità e dall’avventatezza. Qui in questo bar tutto neon, vetro e acciaio si respira un’atmosfera deprimente, attorno a me decine di persone celebrano il quotidiano rito dell’aperitivo serale, un qualcosa di indefinibile e di rinunciabile per i torinesi di ogni età e classe sociale, un gustoso vezzo per me.
Davanti a me in questo minuscolo e appiccicoso tavolino una ragazza che fino a ieri era una totale e completa sconosciuta. Me l’aveva presentata il professore Merusengo durante la mia visita al suo studio. Mentre mi stava amorevolmente rimbrottando sul ritardo del lavoro sulla cucina delle Langhe, la porta si aprì e fecero il loro ingresso due nuovi personaggi. Il primo in ordine di apparizione fu Augusto Torresan, docente associato di Storia della Critica Letteraria. Un uomo senza dubbio singolare, dal look molto retrò e dall’abbigliamento classicheggiante. In parole povere mi sembrava di avere davanti la brutta copia di Nietzsche, quello che si vede spesso nelle illustrazioni e nelle foto dei libri di filosofia. Capello nero mosso, pizzetto folto, con annessi baffoni, rigorosamente neri e pettinati, volto arcigno e spigoloso, sempre perennemente incazzato. Dietro di lui entrò nella stanza Maria Grazia, la fanciulla che ora è qui innanzi a me intenta a divorare un grosso pezzo di appetitosa focaccia con il lardo.
Il professore Merusengo fece le presentazioni dopo di che iniziò a parlare con il suo collega, lasciandomi implicitamente il compito di intrattenere la ragazza. Fu lei ad attaccare discorso per prima. “Sei un dottorando del professore?”. Mi chiese. “No no”. Risposi di getto, senza neanche pensarci. “Ho già dato con il dottorato presso l’università nel quale mi sono laureato. Sono solo un collaboratore esterno”. “Ah si? Dove ti sei laureato?”. “Messina, ho scritto una tesi su Vincenzo Consolo, che mi ha degnato della sua presenza alla discussione”. Dissi mostrando un orgoglio un po’ spropositato e fuori luogo. Gli occhi di lei ebbero un bagliore quasi sinistro. Le mie parole avevano colpito. “Poi ho vinto il dottorato e ho ampliato il mio lavoro andando a studiare i principali scrittori siciliani di questo secolo”. “Affascinante, anche se un po’ campanilista” commentò lei sorridendo. “Ma scusami, sono proprio imperdonabile e villano. Ti ho enumerato i miei meriti accademici senza neanche presentarmi. Sono Francesco Catalano, per tutti Ciccio”.
La parte del gentleman di solito mi riusciva benissimo e anche stavolta non sbagliai. “Io sono Maria Grazia Miraglia, e sono di origini siciliane, i miei sono di Palermo”. Sai che novità, Torino era piena di immigrati di prima, seconda e anche terza generazione, tutta gente scappata verso l’eldorado piemontese, verso sogni che più o meno si sono realizzati.
Oltre ad essere siciliana di sangue la ragazza era anche discretamente carina, non troppo alta, circa un metro e sessanta, fisico robusto, seno prosperoso, ma il suo punto di forza era sicuramente il volto che ispirava simpatia alla prima occhiata, merito forse di quelle guanciotte paffute e di quegli occhioni vivaci che le cesellavano il viso.
Iniziammo a chiacchierare del più e del meno, senza troppi intellettualismi e senza troppe reminiscenze nostalgiche. Del resto nei momenti di lucidità sarei capacissimo di parlare con un lampione, figurarsi con una ragazza carina e intellettualmente dotata.
Alla fine della discussione, senza neanche rifletterci sputai fuori un “Ti va un aperitivo domani sera?”. E lei, lesta e sorridente, annuì fissando persino l’appuntamento alle sette e mezza in un bar a me sconosciuto di piazza Vittorio Veneto.
Ed eccomi qua, a mangiucchiare cibo vario e riscaldato, a togliere dal mio whisky i cubetti di ghiaccio che qualche barman ignorante ha pensato bene di far scivolare nel bicchiere e ad ascoltare la dolce voce di Maria Grazia.
“Lo sai che sei un tipo strano?”. Mi fa indicando la montagnola di cubetti di ghiaccio che si ergeva su un tovagliolo di carta alla mia destra. “Io ho sempre saputo che il whisky si beve con ghiaccio”. “E’ un mito tutto americano. I bourbon e i whisky americani in genere, avvicinandosi come gusto più al petrolio che ad un nobile distillato, possono essere serviti con ghiaccio, anche solo per renderli più bevibili. Ma un single malt scozzese come questo Lagavulin va servito insieme ad un bicchiere di acqua ghiacciata”. Dissi accigliato. “Te ne intendi eh?”. “Naaaa sono solo un amante del whisky ma non sono un esperto. Sono molto pignolo su queste cose anche un po’ inutili. Al contrario sulle cose veramente importanti tendo ad essere un po’, come dire, superficiale”.
Bevo una sorsata di whisky, cercando di assaporarne con la lingua il gusto torbato, aspettando che lei finisca di masticare. Non ha molta grazia nel mangiare, ma sicuramente io non sono la persona più indicata per giudicare il galateo degli altri. “Allora cosa ti porta a Torino? Non potevi iniziare una carriera accademica giù a Messina?”. “Non è proprio la mia massima aspirazione fare il docente. Il mio sogno è di vivere scrivendo, un sogno puerile, ma che ho da quando sono bambino”.
Lei è visibilmente impressionata, mi batto le mani e faccio i complimenti al mio cervello per queste frasone ad effetto. “Hai scelto una strada difficile, forse era meglio insegnare”. Maria Grazia sorride e beve un po’ del suo Mohito annacquato rosicchiando un po’ i frammenti di ghiaccio pestato con un movimento della lingua che trovo molto sexy.
“E’ per questo che sono qui, sono venuto qui, in una delle patrie dell’editoria italiana, per cercare di realizzare questo sogno. Mi sono imposto questa sfida. Ho affittato una casa per un anno e mi son trasferito puntando tutto su me stesso”. La frase risuonò troppo altisonante persino per le mie orecchie. Forse perchè le mie orecchie sapevano benissimo che stavo mentendo spudoratamente, ma Maria Grazia no.
“E com’è andata finora?”. “Direi male”. Dico sorridendo. “Ho trovato ben poco lavoro ed ho un po’ di pudore a spedire i miei scritti a qualche casa editrice”. “Ma sei scemo? Ma provaci, al massimo ti dicono no. Che ti costa?”. Mi fa lei in preda ad una finta ira. “Non mi costa nulla a parte qualche ferita nell’orgoglio”.
Mi liquida con un sorriso e un’alzata di spalla e scappa verso il buffet del bar.
La osservo mentre cammina e mentre con grazia si intrufola tra la folla accampata nei pressi delle vivande. Torna poco dopo con due piattini di plastica pieni di cibi vari. La osservo con attenzione, è carina, non bella, ma con un suo fascino.
Ringrazio con un sorriso per il piatto e inizio a mangiare di gusto. “Secondo me dovresti guardarti di più attorno, essere più fattivo”, continua a dire con quel sorriso perennemente stampato sulle labbra.
Dentro di me due forze combattono, una mi dice di provarci subito, l’altra mi invita alla prudenza. Decido di seguire i consigli del mio temperamento prudente. “Decisamente si, del resto con il professore Merusengo non sto facendo tutta questa esperienza. Sto imparando molto sulla cucina delle Langhe, ma non mi vedo per niente nei panni di un cuoco di osteria”. Continua a sorridere.
Cazzo, quel sorriso è bastardo, caloroso, invitante, quelle labbrone enormi ispirano baci e tenerezze. Devo resistere, devo fare la persona seria.
“Se vuoi posso chiedere a Torresan se ha qualche lavoretto per te. Credo che un docente di Critica Letteraria sia più confacente ai tuoi studi piuttosto che uno di Etnologia”. “Parole sante mia cara”. Dico sorridendo e porgendo il bicchiere di whisky quasi vuoto per un brindisi. “E ovviamente grazie mille per il disturbo”. “Ma figurati!”. Quel dannato sorriso.
Ad un tratto Maria Grazia guarda l’orologio. “Oh cavolo sono le otto meno un quarto, sono in ritardissimo”. Le tiro un’occhiata interrogativa. “Dovevo vedermi con il mio ragazzo un quarto d’ora fa di fronte Palazzo Nuovo”. Alle parole “il mio ragazzo” un qualcosa mi si ruppe dentro. Non che avessi fatto chissà quali pensieri, però cazzo, perchè devono essere tutte fidanzate le donne più carine che incontro? “Tranquillissima, vai pure io finisco il whisky e vado”. “Allora ti lascio i soldi…”, “Ma non dirlo neanche per scherzo”. La interrompo mentre apre la borsetta. “Ti ho invitato io, quindi offro io”. Lei è imbarazzata è continua a sorridere. “Grazie”. Biascica mentre indossa il pesante giubbotto e il cappello di lana. “Ma senti questo sabato che fai?”. “Nulla di che”.
Posso dirle che i miei sabati torinesi sono fatti di Playstation, Devil May Cry 2, whisky e sigarette fino alla svenimento? Posso dirle che per non pensare al sabato di solito prendo due pasticche di un narcotico per precipitare nell’incoscienza più totale? No non posso assolutamente.
“Guarda io, il mio ragazzo e alcune mie amiche di solito andiamo in un circolo ARCI in Piazza Santa Giulia, se vuoi passare a bere una birra con noi mi fa solo piacere”. Non so bene cosa rispondere. È il primo invito che ricevo da qualcuno che non sia della mia città e sotto effetto di droghe. “Sarà un piacere per me unirmi alla compagnia. Se poi c’è pure della buona birra non posso veramente dire di no”. Dico sorridendo sinceramente. “Bene, ci vediamo sabato allora, ora scappo. Ciaoooo”. Maria Grazia si volatilizza lasciandomi solo al bar, con il mio whisky. Mi guardo intorno. Mi sono rotto le palle di questo posto pretenzioso. Vuoto il bicchiere con un sorso, pago e scappo fuori, nel gelo del gennaio torinese. Sono contento, questo sabato forse mi divertirò. Con un sorriso sulle labbra e l’espressione da ebete corro a prendere un 15 che sta sfrecciando veloce per la piazza.

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“Lo Scherzo Infinito” – 2° puntata

Dario | 19 novembre 2009

Puntate Precedenti:

1°puntata

Corso Belgio è una striscia d’asfalto immersa nella nebbia del mattino. Gli alberi ai bordi addolciscono un tipico paesaggio urbano di tipica metropoli settentrionale. La mattina è fredda ma anche incredibilmente calma. Le otto e mezza, cammino avvolto nel mio cappotto pesante, imbavagliato da una sciarpa troppo leggere per il clima e con in testa il mio berretto di lana nero e grigio che fa pandan con il cappotto.
Corso Belgio non è per nulla accogliente, immerso in questa luce grigia, triste e puzzolente.
Con la mano nella tasca cerco il fogliettino di carta accuratamente ripiegato che costituisce il motivo di quella passeggiata mattutina. Passo innanzi alla Coop con il parcheggio desolatamente deserto e i carrelli intrisi di freddo e di umido. Due signore accanto a me, di almeno cinquant’anni borbottano in uno strano idioma che identifico come dialetto piemontese stretto, trascinano i loro carrellini per la spesa dai colori spenti, probabilmente diretti verso il mercatino di corso Chieti.
Attraverso largo Cadore e mi giungono gli odori provenienti dai bar, profumo di cappuccino, di croissant appena sfornato, di caffè corretto con un goccio di sambuca, tutte sensazioni che si mescolano con il puzzo marcescente della nebbia.
Un vecchio tram arancione mi sferraglia accanto facendomi sobbalzare dalla paura.
Il caro buon 15, compagno di tante puntate verso il centro si ferma e riparte subito rumoreggiando. Sembra sia sul punto di rompersi e di frantumarsi in mille pezzi, in realtà è proprio il modello di tram che non può fare a meno di dare questa sensazione. Mentre cammino a passo svelto incrocio alcuni dei passeggeri scesi dal mezzo, ragazzi, uomini di mezz’età, una decina in tutto, tutti armati di Ipod nelle orecchie insensibili al mondo circostante.
Mi avvicino alla farmacia che si trova praticamente alla fine di corso Belgio, l’insegna verde lampeggiante neanche si vede nella nebbia, da lontano sento lo scrosciare del Po che proprio da quelle parti accoglie le acque della Dora, l’altro fiume di Torino. Entro nella farmacia, non ero mai venuto qui, di conseguenza vengo guardato con sospetto dall’occhialuto farmacista che presidia, come un soldato devoto, il bancone di acciaio e vetro. “Buongiorno, prego mi dica”, dice cortese accennando un sorriso palesemente falso. Senza dire una parola tiro fuori dalla tasca la ricetta bianca e la porgo al farmacista ancora sorridente.
Attento legge quel fogliettino tutto spiegazzato e mi guarda con sguardo interrogativo. “Mi scusi, ma per cosa prende questo farmaco?”. Sapevo che avrei incontrato problemi. Da quando ho intrapreso questa mia piccola truffa al sistema sanitario nazionale mi ero documentato a dovere. “Soffro di un dolore neuropatico, il Temgesic è l’unico farmaco che riesce a calmarlo, almeno per il momento”. Dissi con voce ferma. “Lei sa che questo è un narcotico?”. Mi chiese ancora il farmacista. Vedevo il suo sguardo, dietro quella orribile montatura, farsi diffidente e interrogativo. “Certo che lo so, lo prendo da quasi un anno”. “Sa che non deve assolutamente assumere alcolici insieme a questo farmaco”. “Guardi, per mia sfortuna conosco tutti i problemi che questo farmaco implica, sa non è bello avere un dolore costante tutti i santi giorni della propria vita e sapere di non poter far nulla”. La sceneggiata, unita alla mia faccia da cervo ferito, funzionavano sempre.
Vidi il volto del farmacista rasserenarsi e addirittura vi intravidi un pizzico di umana comprensione. “Vado a prendere il suo farmaco, sa vista la particolarità, non lo teniamo a portata di mano”. Annuì con un sorriso e mi misi in attesa. Il famigerato Temgesic altro non era buprenorfina cloridrato, un oppiaceo non troppo potente, perfettamente legale e a basso costo. L’avevo scoperto per sbaglio un paio di anni fa, quando, insieme ad altri due amici e ad una mia ex, tutti studenti di medicina, cercavano nei farmaci risposte per le nostre tipiche inquietudini post adolescenziali. Un bel giorno la mia ex portò ad una delle nostre riunioni un blister con queste magnifiche compresse sublinguali. Fu un’epifania, l’effetto stravolse il mio sistema nervoso, dandomi una botta incredibile, da allora divenne un’abitudine ricorrere alla “magica pillolina” nei momenti di depressione.
Per procurarcele, la mia ex strappò dal ricettario del medico presso il quale faceva tirocinio, alcuni fogli che compilammo.
La prima volta che andai in farmacia con la ricetta bianca, il farmacista per poco non mi buttò fuori a calci nel culo minacciando di chiamare i carabinieri. La volta successiva mi feci furbo e finsi di non sapere nulla del farmaco e di essere una povera vittima delle prescrizioni di un medico troppo geloso del suo sapere per condividerlo con un suo paziente. La scusa a Messina funzionò a dovere, a Torino no purtroppo e dovetti trovare, grazie a svariate ricerche su internet, la scusa del dolore neuropatico. “Ecco a lei, sono tre euro e sessantadue centesimi”, disse il farmacista tornando con la mitica scatoletta bianca. Pagai e sorrisi falsamente. Non sarei più tornato in quella farmacia, dovevo cercarne una più vicina e più discreta.
Infilo la confezione nello zainetto ed esco fuori, nel freddo e nella nebbia puzzolente. Da lontano sento lo sferragliare di un tram in direzione centro. È uno dei modelli nuovi, meno rumorosi e decisamente più comodi. Con uno scatto raggiungo la fermata dall’altra parte della strada, ignorando e frasi di amore e di amicizia universale rivoltemi dal simpatico guidatore della Ka rossa al quale appositamente taglio la strada.
Il tram è vuoto, adocchio un sedile giallo vomito, accanto l’obliteratrice e mi accascio con una punta di fiatone. La forma fisica tra alcol e fumo stava andando a puttane. Vorrei andare in palestra, vorrei giocare a calcetto come facevo giù a Messina, vorrei qualcuno con cui andare a correre sul lungo Po, insomma vorrei solo un po’ di umano conforto ma al momento sono circondato dal deserto urbano.
Mi attendeva una giornata piena: appuntamento con il professore Merusengo, per un aggiornamento sullo stato dei lavori, in uno dei luoghi più tristi e squallidi dell’interno mondo, Palazzo Nuovo, un mostro di cemento e acciaio immerso nel centro di Torino.
Poi un salto all’Arkanes a San Salvario per vedere se c’è qualcosa per me, poi pranzo con i miei concittadini in via Mantova, presso la sede della loro prestigiosa azienda. Quest’ultimo punto all’ordine del giorno non mi esaltava particolarmente. Sapevo già come sarebbe finita: Pranzo annaffiato da abbondante vino, cannetta dopopranzo e alle quattro più stonato che altro avrei preso il primo mezzo per tornare a casa mentre i miei carissimi concittadini si sarebbe messi a lavoro, a modo loro.
Un rumore attira la mia attenzione, un fruscio che ben presto diventa scroscio violento. Lo immaginavo, sta piovendo. Con sguardo rassegnato prendo dallo zainetto l’ombrello colorato comprato dal mio senegalese di fiducia in via Po e lo impugno con rabbia. Do uno sguardo alla confezione di Temgesic che giace li, sul fondo dello zaino, tra le penne e il pacchetto di fazzoletti profumati.
Non vedo l’ora che arrivi stasera per potermela gustare in silenzio nel mio salotto.

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“Lo Scherzo Infinito” – 1° Puntata.

Dario | 12 novembre 2009

Ricordo ancora le parole della mia professoressa di Lettere il giorno del diploma “Francesco e ora cosa farai?”. “Lo sa già professoressa, il mio sogno è fare lo scrittore, quindi credo mi iscriverò a Lettere”. “Ma cosa devi fare con la laurea in Lettere? Perchè non ti iscrivi a Giurisprudenza o Medicina? Con una laurea in lettere che lavoro speri di trovare?”. “Professore di Lettere in un liceo?”.
Come aveva ragione la cara professoressa Manganaro a dirmi quelle parole. Schiaffato davanti a quel Computer, diventata ormai un’estensione elettronica del mio corpo, in una città che odio, senza altra compagnia se non i miei libri e qualche concittadino sempre troppo fatto per comprendere la tristezza dell’emigrazione.
Su quel monitor quel cursore lampeggiante mi urta il cervello, quasi a ricordarmi che devo darmi da fare. Il professore Merusengo mi ha promesso duecento euro per questo lavoro e detto tra noi quei soldi mi fanno troppo comodo. Certo, curare le note a piè di pagina di un saggio, tutt’altro che breve, sulla cucina delle Langhe non si può definire un lavoro esaltante.
Perchè non mi fanno fare ricerche su Pavese?
Lui si che era uno scrittore con le palle e parlava delle Langhe nei suoi romanzi.
No a me tocca cercare su Internet le variazioni sul tema di questa o di quella ricetta, cercare i principali teorici di un dato piatto o addirittura gli inventori. Per esempio una nota tipica potrebbe essere benissimo questa “L’esimio cuoco x (dove per x si può aggiungere un cognome piemontese random) propone una variante con l’aggiunta di aglio tagliato fine e porro”.
Quando i miei amici di Messina mi chiedono “Ma Ciccio cosa fai lassù in Piemonte?”, non so mai cosa rispondere, la vergogna è troppa. Mentalmente ho mandato decine di maledizioni diverse al mio relatore di tesi di Messina, il professore Rossetti, per avermi trovato questo lavoretto di “consulente freelance” per la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino.
E dire che ero salito a Torino per vivere immerso nell’editoria, nella culla che ha dato i natali a tantissimi scrittori e poeti italici. Speravo che l’aria torinese illuminasse la mia ispirazione frustrata dalla piattezza universitaria e com’è finita? Ovviamente male, l’unico contatto che ho avuto con l’editoria torinese è un lavoretto come consulente editoriale per la piccolissima casa editrice dal nome impronunciabile, la Arkanes Edizioni.
Certo detto così può sembrare un lavoro di tutto rispetto, in realtà il mio lavoro consiste nel leggere pseudo romanzi scritti da gente che conosce a malapena la lingua italiana, poesie pretenziose di aspiranti Eugenio Montale, racconti deliranti sul male di vivere e sull’alienazione della moderna società. Dopo aver letto, devo correggere e fornire la mia valutazione scritta, includendo anche eventuali motivazioni tecniche ed eventuali consigli allo sventurato scrittore, il tutto per circa 200 euro netti mensili. Sono un precario della cultura, ma del resto, come diceva la professoressa Manganaro, “Ma che cosa devi fare con una Laurea in Lettere?”.
Niente da fare, le parole non escono, digito qualcosa, ma poi cancello, non riesco a scrivere in italiano, non riesco proprio a scrivere di cucina piemontese.
Fuori il cielo è del solito colore grigio ghisa.
Depressione, voglia di andare via da questa succursale dell’inferno in terra. Cazzo! Cazzo! Cazzo!
Scatto in cucina. I piatti del pranzo giacciono inerti nel lavandino, sporchi. Sul ripiano del televisore, il pacchetto sgualcito di Gauloises suggerisce alla mia mente che probabilmente non troverò sigarette la dentro. “Ah tu e le tue sigarette francesi. Sei tutto strano”. Diceva così uno dei miei pochi contatti piemontesi, una ragazza né bella né brutta, uno dei pochi esemplari di donna che non ho mai desiderato portarmi a letto.
Ho deciso, spengo il PC, ho bisogno di deconcentrarmi un po’, di sentire qualcosa di diverso da quell’odioso schermo bianco e dalla quella odiosa tastiera.
Il cellulare è muto, non suona da stamattina. Tra qualche ora, alle 8, puntuali come un orologio chiameranno i  miei ed io metterò in scena la solita menzogna quotidiana arricchita da sempre nuovi e fantasiosi dettagli.
Ho deciso, forse. Torno nel mio salotto\ingresso, apro la vetrinetta degli alcolici e la guardo un attimo con attenzione. Individuo subito la mia fida bottiglia di Oban mezza piena. Mi verso un po’ di chiaro whisky single malt scozzese nel bicchiere da whisky regalatomi dalla mia terzultima ex e apro un pacchetto di Gauloises rosse e me ne accendo una. Accendo la tv a cristalli liquidi, la Playstation 2 e getto il mio nobile peso sul divano con accanto il bicchiere, il portacenere e il pacchetto.
Il mondo scompare, non mi accorgo neanche che ha iniziato a diluviare. Sai che novità, questa è sempre Torino, mica Tunisi.
Il buio entra dalle finestre accompagnato dalla gialla luce dei lampioni stradali ma io continuo a stare sul mio divano davanti alla Playstation. Devil May Cry 3 non è un gran gioco, ma passare il tempo a picchiare demoni orripilanti per poi finirli a colpi di pistola sfogherebbe le frustrazioni di un maniaco compulsivo.
Freddo, freddo intenso che la frenesia del gioco ha tenuto lontano ma che ora mi entra nella ossa, non con violenza, ma come tanti piccoli stuzzicadenti che pizzicano la pelle e le ossa. Con un balzo felino abbandono la posizione semi supina sul divano e scatto verso il termostato di casa che implacabilmente segna diciotto gradi, troppo pochi.
Fuori il diluvio prosegue incessante. E chi cavolo si muove di casa con questo tempo? Non che abbia chissà quali impegni mondani, tutt’altro.
I miei simpatici concittadini mi avevano invitato per uno “stono party” dopo le 22 a casa loro, in Corso Regina ma sicuramente non andrò.
Mi preparerò un’ottima pastina in brodo rovente piena di pepe, metterò tutti i piatti nella lavastoviglie, recupererò la mia bottiglia di Oban e mi stenderò sul mio bel lettone a due piazze ascoltando un pezzo di Keith Jarret, una di quelle improvvisazioni che durano minimo 25 minuti.
Sorso dopo sorso aspetterò il sonno sperando che arrivi prima della fine del secondo bicchiere. Non vorrei dovermene versare un terzo.
Che tristezza, mi metto tristezza da solo. A 27 anni ho i vizi e i comportamenti di un cinquantenne depresso. Bevo whisky, fumo sigarette come un ossesso, nelle rare volte in cui ho compagnia bevo birra a più non posso, quasi rifuggissi la lucidità.
La casa si riscalda, iniziò a star bene, un po’. Sono quasi le otto, tra poco chiameranno i miei e non ho la forza di raccontargli per l’ennesima volta una bugia sulle mie condizioni di vita.

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