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La Foresta e l’albero

Dario | 25 Aprile 2010

C’è chi guarda soltanto all’albero e chi è responsabile della foresta. È normale che un individuo e una famiglia guardino all’albero della propria felicità ed è normale che una classe dirigente si dia carico dei problemi dell’intera foresta, la faccia potare, ne faccia tagliare le piante secche e ne faccia germogliare nuovi arbusti. Ciò che non è normale è una classe dirigente che guardi anch’essa soltanto ad un suo albero mandando tutto il resto in malora. Ciò che non è normale è quando il senso civico si trasforma in puro egoismo e localismo e i paesi si cingono di torri e porte e mura merlate e difendono il territorio dalla contaminazione degli altri. Una Chiesa cristiana dovrebbe denunciare chi compie questa strage dell’impegno civico. La coscienza nazionale dovrebbe denunciarla. Eugenio Scalfari oggi su Repubblica

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E’ un brutto giorno per la democrazia

Dario | 6 Marzo 2010

Fin da piccolo mi è sempre stato insegnato che esistono delle regole e che queste non devono mai essere violate. Non rubare, non picchiare i tuoi compagni di classe, timbra sempre il biglietto sul bus e così via. Tutta una serie di piccoli comportamenti che dovevano assicurare la mia integrazione in una società governata da un enorme corpus di regole per la convivenza civile.
Ma leggendo i giornali di queste ultime ore, sembra che non tutti la pensino così.
Il principale partito di governo ha violato le regole, ha saccheggiato il santuario della vita democratica di una nazione, la tornata elettorale.
I fatti sono noti. In Lombardia e nel Lazio, le liste che sostenevano i due candidati del Popolo delle Libertà sono state presentate in modo irregolare. Questo fatto avrebbe portato, nel caso della Lombardia, all’esclusione del presidente uscente Formigoni dalla competizione e nel caso del Lazio a perdere i voti di Roma e provincia.
Ci si sarebbe trovati in una situazione paradossale, ove il partito di maggioranza relativa non avrebbe potuto concorrere in una competizione elettorale in due regioni chiave, creando una grave anomalia.
Un caso di così grave sciatteria politica non si era mai visto a memoria d’uomo, se si esclude un caso simile, ma  molto più circoscritto, in Molise nel 2005.
A rigor di logica, in questi casi, la decisione sull’ammissibilità o meno delle liste alla competizione elettorale spetta in primo luogo alla Corte d’Appello e in seconda istanza alla magistratura amministrativa.
I primi pronunciamenti dei giudici in questo caso sono stati negativi, in virtù di una serie di vizi di forma nella presentazione delle liste elettorali.
Ma invece di riconoscere le regole, il governo ha deciso di agire con arroganza, varando una decreto legge “interpretativo” per far riammettere le liste escluse, decreto prontamente firmato da Giorgio Napolitano, novello Vittorio Emanuele III.
Il decreto “ad listam” renderà formali i pronunciamenti del TAR riguardo l’ammissione delle liste incriminate. I tribunali non potranno che applicare l’interpretazione fornita dal governo e creata “ad hoc” per questo caso.
Ci troviamo davanti ad un momento gravissimo per il nostro paese. Per coprire delle evidenti negligenze sono state aggirate e modificate le regole che garantiscono il corretto esercizio del diritto di voto e tutto questo senza che il partito colpevole di questo vulnus democratico, chiedesse scusa, quanto meno ai propri elettori.
Il governo ha appena perpetrato un vero e proprio abuso di potere, creando un pericoloso precedente ma soprattutto rafforzando l’idea che in questo paese, violare la regole, non solo è permesso ma è addirittura incoraggiato, se fatto per i propri scopi.
Da cittadino, titolare del diritto\dovere di voto, da oggi decido volontariamente di non esercitare più questo mio diritto, almeno fino a quando ci saranno questi partiti al potere.
Non ritengo sia mia dovere esercitare il diritto di voto quando lo stato di diritto e le regole vengono piegate e sono sacrificabili.
Non mi riconosco più in istituzioni che garantiscono impunità e coloro che violano le regole base della democrazia.
Non mi interessa votare per un sistema democratico “pieghevole” e protesto nell’unico modo che ritengo appropriato alle circostanze.
Del resto è stato lo stesso Presidente del Consiglio, nel 2006 a suggerire una cosa simile, ricordate il suo grande slogan “Restate a casa per mandarli a casa”?.

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La grande ipocrisia della Questione Meridionale

Dario | 15 Ottobre 2009

Negli ultimi mesi, dopo un allarmante rapporto dello SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) è tornata alla ribalta, o per meglio dire, di moda la Questione Meridionale. Improvvisamente ci si è accorti, nuovamente, che una larga parte del paese vive in un perenne stato di crisi e di degrado economico e sociale.

Dopo i goffi e malriusciti tentativi di risanare il sud Italia, messi in atto da governi di ogni colore ed epoca, oggi si ripropongono, in versione leggermente diversa, sempre le stesse soluzioni: Banca del Sud, Sviluppo Italia, vantaggi fiscali e altre. Tutte soluzioni che in passato hanno dato risultati modesti e hanno favorito il proliferare del clientelismo, della corruzione e hanno reso generazioni di meridionali dipendenti dalla mammella statale, una mammella ormai sempre più avara di latte.
Tutti questi tentativi meriterebbero svariati articoli, ma qui vogliamo soffermarci su un fatto che raramente la storiografia italiana ricorda e che solo negli ultimi anni sta tornando alla luce.
Ci riferiamo all’origine storica della Questione Meridionale.
I libri di storia, parlano spesso del Regno delle Due Sicilie, al momento dell’annessione piemontese, come uno stato povero, lacerato dalla corruzione, in condizioni economiche disastrate e privo di un’economia sviluppata. Di conseguenza, l’impresa di Giuseppe Garibaldi, oltre a liberare dal dominio borbonico una larga fetta della penisola, avrebbe salvato il meridione da una condizione di povertà estrema. Vista la situazione odierna possiamo dire che alla storia non manca certo il senso dell’umorismo.
Ma i documenti storici e le cronache dell’epoca ci parlano di una realtà molto diversa.
Al tempo della sua annessione, il Regno delle Due Sicilie, era uno stato florido ed in pieno sviluppo economico.
Dopo la fine dei moti del 1821, un certo periodo di stabilità politica permise a Francesco I e a Ferdinando II di avviare una serie di riforme economiche per modernizzare il Regno.
Riforme che si diressero in tre direzioni fondamentali: la ricerca tecnologica, la riduzione della fiscalità e la creazione di un tessuto industriale sostenuto da capitali pubblici.
I risultati iniziarono presto ad arrivare.
Nel 1839 venne inaugurata la prima ferrovia italiana, la famosa Napoli – Portici, che presto venne ampliata ed aperta al traffico commerciale.
Nel 1818 i cantieri navali napoletani avevano varato il primo piroscafo a vapore e, sotto il regno di Ferdinando II continuarono ad ampliare la flotta fino a renderla la terza in Europa per numero di navi e tonnellaggio.
Per sostenere la crescita della flotta duosiciliana e della rete ferroviaria vennero varati dei piani per lo sviluppo di un’industria siderurgica capace di affrancare il Regno delle Due Sicilie da tecnologie estere. Vennero così realizzati gli impianti di Pietrarsa a Napoli e di Mongiano in Calabria, specializzati nella produzione di materiale ferroviario e armamenti.
A queste prime e ancora fragili iniziative industriali, si aggiunse lo sviluppo delle tradizionali industrie della seta e del lino (Messina, Reggio Calabria e Agro Casertano) del settore agricolo (Già iniziato in verità con l’abolizione della feudalità nel 1806), sostenute da una tassazione ridotta e da forti barriere protezionistiche.
Dal punto di vista finanziario, il Regno delle Due Sicilie godeva di una certa stabilità. Una pressione fiscale bassa e un debito pubblico praticamente inesistente erano il frutto di una costante riduzione delle spese pubbliche improduttive, come per esempio le spese di corte, e di una costante lotta alla corruzione.
Abbiamo quindi un Regno che nel 1861, si avviava a svilupparsi economicamente, dove circolava ancora moneta pregiata, dove si stava lentamente formando una classe borghese, uno stato che riusciva a garantire ai suoi cittadini un tenore di vita accettabile.
Tutto questo finì con la conquista piemontese.
Il governo sabaudo distrusse in breve i privilegi economici di cui godevano le nascenti industrie meridionali, innalzò le tasse, dismise le industrie di stato concorrenti, per esempio le fonderie di Mongiano e molte delle aziende seriche di San Leucio, vicino Caserta. Inoltre, il nuovo governo piemontese saccheggiò letteralmente le riserve auree del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli per ripianare i debiti contratti per finanziare lo sforzo bellico.
Le industrie meridionali vennero deliberatamente sfavorite dal nuovo regime a vantaggio di quelle settentrionali.
Il meridione si trovò a pagare un conto salato, il costo di una guerra che non desiderava.
In virtù di queste brevi e superficiali riflessioni, come si può non vedere l’ipocrisia di fondo della famigerata Questione Meridionale?
E’ il frutto di una secolare politica miope che ha trattato il meridione appena conquistato come una colonia da saccheggiare e non come un pezzo di nazione da sviluppare, continuando il cammino iniziato dai Borboni.
Tale atteggiamento colonialista  è continuato nel corso degli anni, si è esplicitato nelle politiche messe in atto dai vari governi italiani per rimediare ai danni causati dai Savoia.
Le varie riforme agrarie, le leggi speciali dei Governi Giolitti, gli investimenti di I.R.I. E I.M.I.  durante il periodo fascista fino ad arrivare alle politiche assistenzialistiche messe in atto dal secondo dopoguerra fino agli anni Novanta.
Una sorta di rapporto subordinato al governo di Roma, grande elemosiniere, che per decenni ha innaffiato di denaro pubblico il sud, sperando che qualcosa crescesse.
I risultati di tale politica sono sotto gli occhi di tutti.
Invece di continuare a concedere elemosine, a riciclare leggi e provvedimenti che in passato non hanno sortito benefici rilevanti, perchè questo governo, se ha veramente interesse a risolvere la Questione Meridionale, non mette in condizione i meridionali di alzarsi sulle loro gambe e costruirsi un futuro.

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Assistenzialismo, IRI, Questione Meridionale, Regno delle Due Sicilie
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La tragedia della mediocrità

Dario | 4 Ottobre 2009

Rubo titolo ed ispirazione per questo articolo da un interessante articolo dell’amico Domenico Malara (http://malarablog.wordpress.com/2009/10/03/natura-assassina-no-uomo-coglione/).

In questi giorni di disperazione, di rabbia e di sangue, la natura, le colline, la pioggia, sono diventati i grandi imputati di un processo mediatico e politico. Davanti a tragedie come la devastante alluvione che ha colpito la zona sud di Messina, bisognerebbe tacere, profondere ogni energia nei soccorsi e nella solidarietà verso chi ha perso letteralmente tutto in quella dannata notte. Ma questo rischia di diventare un alibi, un modo per mascherare questa alluvione, di trasformarla in una tragica fatalità dovuta ad eccezionali condizioni metereologiche.

Ma in questa faccenda di casuale non c’è proprio nulla.

Quella collina era già venuta giù due anni prima e puntualmente ad ogni nubifragio un pò di fango fa capolino sulle porte delle case. Il comune, la regione e la miriade di enti che “dovrebbero” salvaguardare la nostra incolumità stanno, in queste ore, rimbalzandosi addosso le responsabilità per i mancati interventi e per la cattiva gestione delle poche risorse disponibili. In parole povere nessuno vuole assumersi una precisa responsabilità, di conseguenza la colpa è della natura infingarda e assassina, massacratrice di uomini e di umane opere.

Ma la natura rilascia licenze edilizie? La natura permette la costruzione di case lungo gli alvei dei torrenti e lungo le foci? La natura costruisce muretti insignificanti per proteggere grossi agglomerati urbani? La natura approva varianti al Piano Regolatore dei comuni? La natura ha una coscienza maligna e gode della morte degli uomini?

La natura si limita a ripristinare una parvenza di equilibrio quando questo viene stravolto dagli uomini.

In questa storia vi sono responsabilità precise che ovviamente non ricadono solo sulle attuali amministrazioni, ma che vanno ricercate anche molto indietro nel tempo e che trovano la loro sublimazione in un modello di sviluppo e di vita sociale aberrante.

E’ il modello della tolleranza, dell’indolenza, del vivi e lascia vivere, degli amici che devono fare affaroni d’oro. Un modello di sviluppo che vede nella cementificazione selvaggia l’unico modo per creare posti di lavoro, di conseguenza una mano più libera nel rilascio delle licenze è non solo cosa buona ma anche giusta perchè aiuta l’economia della città.

Nell’ultimo decennio a fronte di un costante impoverimento dell’economia cittadina e della costante emigrazione delle migliori menti verso altri lidi, a Messina si è avuto un vero e proprio boom edilizio. Si è costruito letteralmente ovunque: su colline di sabbia e argilla, a ridosso di altri palazzi già costruiti, lungo i torrenti, lungo gli affluenti dei torrenti, sulla cima delle colline. Centinaia di palazzi, spesso dai colori vivaci, cantieri che hanno dato lavoro a migliaia di persone, che hanno rovinato il panorama e, a quanto pare, compromesso il fragile equilibrio idrogeologico della zona.

Per ovvi motivi non conosco l’ammontare degli investimenti nel settore edilizio fatti a Messina negli ultimi dieci anni, ma posso ritenere si tratti di cifre abbastanza consistenti. Se questi soldi fossero stati dirottati verso altre attività produttive, nel settore turistico, nell’industria manufatturiera (Abbiamo due zone industriali drammaticamente vuote), nell’industria culturale forse oggi non ci troveremo a fare la storiografia delle alluvioni a Messina.

Abbiamo un territorio splendido, invidiato dal mondo intero, unico nel suo genere, ma, per incapacità e mediocrità lo riempiamo di palazzi, perchè il mattone è un investimento sicuro con pochi rischi (A meno che la famigerata natura non si incazza e butta giù una montagna) e con un ritorno assicurato.

Ma se gli imprenditori, giustamente, seguono il loro profitto e le strade più semplici per ottenerlo, abbiamo delle istituzioni che, invece di orientare e favorire un certo tipo di sviluppo, si adattano e seguono biecamenti modelli stabilti da altri. La soluzione più semplice che porta meno problemi e meno responsabilità.

Mediocrità! E’ questo il grido che si alza dalle case devastate della zona sud, dalle sale del potere cittadino, da ogni angolo di questa città. Una gestione più responsabile e coraggiosa probabilmente avrebbe evitato simili disastri, ma si è preferito evitare di assumersi vere responsabilità e di limitarsi a subire gli eventi.

La tragedia di Giampilieri è la tragedia delle mediocrità, di tutti noi.

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La Terza Repubblica (delle Veline?)

Dario | 15 Aprile 2008
L’Italia ha fatto la sua scelta. Ha scelto per la terza volta Silvio Berlusconi come suo leader maximo. Sua Emittenza torna così a Palazzo Chigi per formare il suo quinto governo. I numeri parlano fin troppo chiaro: Alla camera il PDL insieme alla Lega Nord e al Movimento per l’Autonomia arriva al 46,8% assicurandosi 340 deputati, il PD di Veltroni e Italia dei Valori di Di Pietro si attestano sul 37,6% per un totale di 239 deputati, terzo ed ultimo partito l’UDC di Casini che racimola il 5,6% e 35 deputati. Al Senato la polarizzazione è ancora più netta con la PDL al 47,3% e ben 168 senatori, il PD con il 38% e 130 senatori ed infine l’UDC che con il 5,7% riesce a portare a Palazzo Madama solo 3 senatori(Il messinese Giampiero D’Alia,Francesco D’Onofrio e il "mitico" Salvatore "Totò Vasa Vasa" Cuffaro, detto l’uomo dei cannoli), grazie alla legge elettorale. Ci troviamo davanti ad un Parlamento tripartitico, mai nella storia della Repubblica vi erano mai stati così pochi partiti a Montecitorio e a Palazzo Madama. I vari partitini, croce e delizia dei precedenti governi, sono stati spazzati via dall’elettorato. Clamoroso il flop della Sinistra Arcobaleno che esce dopo oltre sessant’anni dal parlamento. La formazione politica nata dall’aggregazione dei vari partiti comunisti italiani e dei verdi ha sicuramente pagato gli errori del passato, le polemiche, spesso pretenziose, con il governo Prodi ed un atteggiamento sostanzialmente portato al "no su tutta la linea" che ha sicuramente alienato parte del consenso. Escono dal parlamento anche i socialisti, i fascisti ex e post, la "democrazia cristiana", tutte formazioni storiche prive di ormai di qualunque contatto con il glorioso passato. Formazioni politiche che miravano a raccogliere i voti di quegli italiani dissidenti che si sentivano offesi o disorientati dalla nascita del PD e del PDL. Il dato che emerge è che hanno totalmente sbagliato le loro previsioni.
L’elettorato ha quindi accolto l’invito al "voto utile" all’aggregazione dei voti verso i due grandi partiti di massa consacrati da questa tornata elettorale. Sulle ceneri dei partiti si avvia una fase storica per il nostro paese, quella che molti commentatori politici chiamo "Terza Repubblica". La ridotta frammentazione partitica e la nascita di due blocchi monolitici di centro-destra e di centro-sinistra, sicuramente aiuterà la governabilità, come sarà d’aiuto la convergenza ideologica di PD e PDL che sotto parecchi aspetti sono due facce della stessa medaglia. In questo contesto gioca un ruolo determinante la Lega Nord, vera mattatrice di queste Politiche. Il partito di Bossi si è rafforzato notevolmente e ha già annunciato che farà sentire a Silvio Berlusconi "La voce del Nord". Lo stesso Berlusconi ha avvertito questo pericolo, non a caso ha già invitato Veltroni al "dialogo sulle riforme". Questa esigenza di un dialogo con l’opposizione non nasce solo dalla necessità di limitare Bossi ma anche dalla volontà del futuro Premier di voler condividere con il suo epigono di centro-sinistra il peso delle inevitabili riforme. Al nuovo governo spetta un compito delicatissimo, deve far ripartire l’Italia in un mondo che sta attraversando una delle sue più gravi fasi recessive, deve aiutare la sua gente ad arrivare alla fine del mese, deve gettare le basi per una nuova fase di sviluppo economico. Tali sfide richiederanno leggi impopolari ed un’austerità ben diverse da quelle del vecchi governi berlusconiani. C’è bisogno di un governo deciso, pragmatico e coraggioso. La storia ahimè ci insegna che queste doti i governi berlusconiani le tirano fuori soltanto quando ci sono da difendere gli interessi del capo e dei suoi lacchè.
Gli Italiani hanno smentito Indro Montanelli, il vaccino anti-berlusconiano, non ha funzionato ed il popolo ha deciso per la terza volta di dar fiducia all’imbonitore di Arcore. L’Italiano medio si è adagiato sulle promesse e sui sorrisi, sulle promesse di benessere e sul vecchio argomento, mai in disuso, del taglio delle tasse. L’italiano medio ha premiato l’imprenditore che è sceso in politica per salvare dal fallimento le sue aziende, colui che ha definito Vittorio Mangano,noto mafioso, un "eroe", un bugiardo compulsivo e recidivo che millanta meriti e opere che non ha compiuto. Ma la cosa ancora più grave è che l’italiano medio ha dimostrato per l’ennesima volta di non avere una coscienza critica, di essere intellettualmente pigro, di non avere l’intelligenza di porsi domande più che legittime, di non indignarsi per la muffa marcia e insidiosa che infesta i palazzi. L’italiano medio ha scelto che qualcun’altro pensi per lui.
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