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Ode(?) Post Moderna

Dario | 11 novembre 2009

La televisione lampeggia annoiata
su volti sfatti di sonno e droga audiovisiva.
I giornali sono vuoti, ottima carta per il pesce
o per i peperoni o per pulire i vetri.
Anche la parole sono vuote, prive di senso
sebbene hanno ancora forma fonetica
la loro semantica è smarrita da qualche parte.

Dalla finestra di casa tua, bella vetrata
panoramica sul mare, la mia mente riflessiva
si scontra con la tua ma nulla vi esce
Solo idee confuse, sogni vaghi e strani metri.
Guardo il mare nero, sento la tua voce e penso
che è inutile percorrere una via statica
cercando di coltivare nel disinteresse un’arte.

“Tra qualche anno ci incontreremo nuovamente, sfatti e disillusi dalla vita e dal lavoro. Così in preda ad un raptus di follia voleremo in Spagna, affitteremo un mega appartamento da trasformare in una sorta di comune e camperemo servendo costosi e pretenziosi cocktail a nostri connazionali pieni di soldi che vengono in Spagna a dilapidare il patrimonio del padre o il proprio per il puro gusto di farlo.”

Vi sono parole che sono spente profezie
urlate sottovoce o per esprimere il proprio parere.
Apologia di un pensiero spiraleggiante
che si avviluppa nel piatto muovere aria.
“Siamo soli nell’immenso vuoto che c’è” ripetiamo
come automi questa canzone, scarno inno
di una generazione priva di idee valide.

Camminammo per tre ore senza rivolgerci la parola
imbacuccati nelle nostre sciarpe e nei nostri abiti
neri, per raccogliere il poco calore esterno.
Attorno a noi torrenti di parole esondavano
Ma tu niente, pensavi a qualcosa forse alle tue fotografie
a quei quadri sbiaditi di arte post moderna
Dipinti non per trasmettere qualcosa ma per non essere capiti.

“La ragazza camminava zoppicando su lunghi tacchi dodici a stiletto tra il basolato della strada. Con vergogna cercava di tirarsi giù la gonna mentre un espressione imbarazzate le corrugava il volto truccato. Non cercava di spogliarsi in un luogo pubblico o di mostrare le sue grazie, tutt’altro. Tentava di nascondere le sensuali calze autoreggenti che impertinenti avevan fatto capolino. Dolce regalo per il suo fidanzato o per un amante focoso.”

Il tammarro voltò l’angolo con il suo tirapugni,
monile d’argento macchiato di sangue a grumi
la cintura borchiata cadeva lungo i fianchi
come la briglia sciolta di un cavallo domato.
Il volto è contratto sta per scagliarsi contro
un povero ragazzo solo ma vestito a puntino.
Negli occhi non c’è ostilità, ma noia profonda.

Lei si mise il rossetto più colorato e costoso
mentre Rebecca con la sua cazzuola in setola
piallava lo strato chimico di trucco e colore.
“Devo essere perfetta oggi potrei vederlo”.
Bisbiglia eccitata come una gallina isterica.
Si controlla il jeans di marca e conta i centimetri
di tessuto intimo visibili ed esposti agli sguardi.

“Camminano in branchi, squadra bene assortite e colorate. I maschi orgogliosamente con la mutanda sporgente dal jeans dalla vita volutamente bassa, le donne con tre chili di stucco sul volto, quella polvere magica che arrotonda le spigolosità e copre i brufoli e le cicatrici della pubertà. Nuotano nelle vie senza uno scopo apparente se non quello di farsi vedere dai loro simili. Uno strano modo di esistere e di riaffermare la propria presenza ai propri simili.”

Le cicale cantavano nella loro lingua enigmatica.
Attraversammo la strada del paese tranquillo.
Luci al sodio grige che pendono mute dai balconi
Bestemmie e rumore di carte tirate sul tavolo.
“Io potrei morire qui”, dicesti quasi indignata
mentre sognavi metropoli stanche e senza cielo
ove camminare serena nell’anonimato.

Il mio avatar mi ha parlato e mi ha detto
che sono un cretino asino analfabeta sciatto.
Non so in base a quale conoscenza quel
piccolo ammasso di pixel colorati da led
mi abbia urlato in faccia questo, con la sua
stridula e sintetica vocina elettronica
So per certo però che è tutto vero.

“Tra qualche anno la nostra lingua sarà morta. Non sarà più Italiano, sarà un aggregato di suoni consonantici grezzi senza alcuna vocale a dare musicalità. Triste fine per un idioma nobile e dal suono cortese, barbaramente deformato dalla pigrizia di chi non vuol scrivere le parole per intero.”

Accendo lo spinello, rosso fiore nel buio
e stendo le gambe, rilassamento e distensione.
Domani devo andare a lavoro, pazienza
stasera dimentico ogni cosa e volo via con la testa.
Il lavoro è alienazione ed io mi sento alieno
il mio capo fuma più erba di me ed è sempre sveglio
ma l’azienda scivola sempre giù nel baratro.

Il canto della mia anima non fluisce più e tu
dottoressa che la sa lunga, puttana di cervelli,
mi dai questo calice di vino. “Il frutto spremuto
dell’uva, spremerà dalla tua mente versi sublimi”
mi dici convinta e sicura di te stessa.
Bevo ma la testa gira, come una biglia nel vuoto
Non si può cavare sangue da una rapa marcia

“La poesia è morta dicono. Io dico che non è morta, essa non morirà mai in quanto più nobile e lirica espressione dell’animo umano. Al momento vaga nel vuoto cosmico in attesa di un salvatore o di un alito di vita che, come un vento solare, la faccia tornare sul pianeta Terra.”

Mio compagno d’avventura, da anni fratello
insperabile cosa ci facciamo qui?
In questo caldo e desolato deserto di silicio
e germanio grezzo, tra alberi di gomma
e silicone rovente gocciolante dal cielo.
Tu alzi le spalle disincantato, prendi uno
spinotto nero e lo infili nel tuo naso.

La solitudine in un negozio di tesori
può essere sublime o come una lama affilata.
Mani avide cercano il niente colorato.
Il niente è come la prima dose di eroina
sei convinto che sarà solo una volta
sei convinto che potrai controllarlo
e rimani prigioniero ore in uno stupido negozio.

“Perline scintillanti sotto lampade alogene e neon ad alta potenza luminosa. Folle di scimmie urlatrici dotate di vestiti umani rumoreggiano in cerca di ottiche ispirazioni o di tendenza ancora da scoprire. Triste gioco del consumismo, bassa intelligenza del consumatore, perversa intelligenza del commerciante che piazza le sue trappole con un cacciatore di frodo che spara a tutto ciò che si muove.”

Bussammo a cento porte tutte chiuse
solo pochi eletti avevano una copia della chiave
e noi che credevamo in certi valori puri
siamo rimasti fuori al freddo a vender parole
cercando acquirenti come i cani randagi
cercano cassonetti colmi da razziare.
Epilogo triste e anche un po’ scontanto.

Nessuno crede più nell’uomo, nel suo valore
Tutti guardiamo mille finestre in cerca
di un errore, di un varco di una scorciatoia
il sudore copioso è diventato puzzolente
non è più di moda, meglio una scala mobile
o un comodo ascensore di velluto rosso
che quattro piani di ripide e pietrose scale.

“È questione del calcio giusto, al momento giusto e nel luogo giusto, in questo caso le chiappe. Può buttare sangue su libri carichi di autoreferenzialità, può disperdere le tue energie per risolvere i misteri della natura e della matematica, volendo puoi anche scrivere un poema epico in qualche sconosciuta lingua morta del Caucaso meridionale, senza il calcio giusto l’Università è solo una cattedrale inespugnabile.”

Lui è sudato, mi guarda dalla sua sedia,
piccolo trono comprato a buon mercato
in qualche capannone super colorato
di un anonima e grigia periferia.
“Lei avrà orario pieno, cioè otto ore al giorno”.
Mi dice, come se mi stesse facendo un favore
mentre impone la spada di legno sulla mia schiena.

Oggi è giorno di paga, giubilo e urla
in ufficio nessuno sta seduto, tutti escono
verso l’austero ufficio del personale
dove l’anonimo ragioniere stampa le paghe.
Tutti in fila come poveri alla mensa.
Arriva il mio turno, il sorriso sul volto tramonta
Una pacca sulle spalle e parole di scherno.

“Vedi amico mio, noi siamo la generazione degli Stageur, splendida parola francese che indica coloro che sono stati prescelti a ricoprire piccole o medie responsabilità in aziende medio grandi, a lavorare come o più degli strutturati per un tozzo di pane, una pacca sulle spalle o un buono pasto.
La banalità elevata a forma d’arte, a fenomeno mediatico e a caso letterario. Perchè oggi va tanto di moda il banale, lo scontato, il lacrimevole e lo stucchevole. Forse la gente vuole emozioni semplici e poco avventurose? No amico mio la gente è così pigra che non ha più la forza di provarli i sentimenti, incarica scrittori mediocri di rappresentare le emozioni per loro.”

Vuoto, vuoto, vuoto
la parola d’ordine, la password per tutto
nel mondo ideale dove non si pensa
e ci si addormenta davanti al telegiornale
mentre mercanti di illusioni ci dicono
che tutto va bene, è solo una crisi passeggera
moriremo tutti ma non tutti proprio ora.

Come due rose sole in un giardino freddo
ci guardammo dritti negli occhi caldi
mentre una musica lenta suonava
e attorno a noi il diluvio precipitava
labbra contro labbra, vetro contro vetro
senza singulti, senza chimica interiore
incapaci di dire solo e soltanto una parola nostra.

“Vedete signori la parola chiave è delegare. Bisogna delegare tutto, incarichi, responsabilità persino i dubbi possono essere trasmessi o condivisi con un altro essere umano disponibile o umanamente ben disposto. Il trionfo di una persona è il trionfo della delega e il trionfo del vuoto interiore.”

Da ragazzino ti sognavo nuda sul mio letto
eri il bersaglio delle cagnette invidiose
poi sei andata via. “Vado in città” dicesti astiosa
e ti sei eclissata come un sole morente.
Ma poi eccoti, la tua foto sul giornale
non nei necrologi per fortuna
ma stesa su uno scoglio finto, nuda.

Grande scandalo in paese, vergogna immensa
poi arrivano i soldi e il rossore passa
arriva l’auto nuova, il negozio di lusso
per il fratello scemo che non sa far nulla.
E tu sempre li lontana, sulla carta patinata
di mille riviste, sull’onda di mille scandali
il tuo seno nudo è una miniera d’oro.

“E’ una bella ragazza si, siamo d’accordo ma se non l’avesse data a tutti sarebbe rimasta solo una bella ragazza, magari la più bella della scuola o del quartiere ma questo non basta. Ora bisogna apparire nudi su internet o su rivista patinate per maniaci latenti e nascosti. Se non la dai a qualcuno che conta rimarrai solo la più bella del quartiere.”

Dolore e rabbia, la follia che serpeggia lenta.
Ti guardo negli occhi e vedo il nulla
vedo sogni folli, rapine in banche dorate
immoralità commesse e desiderate
cosa sta succedendo? Dove sei finita?
Vuoi navigare su barche d’oro massiccio
Ma hai troppo pudore comprartele?

E tu amico mio, dove stai andando così
con il volto triste e sfatto, con quei libri
che come una palla al piede ti trascini.
Non riesci a leggerli ma non vuoi gettarli via
Forse il tuo sogno era un altro, ne sono sicuro
Ti stai pentendo del sentiero intrapreso
forse perchè non l’hai scelto tu?

“Hai sentito di quella madre che pagava i compagni di classe della figlia affinchè facessero sesso con lei? Si ho sentito dire qualcosa di simile in giro, ma scusa dove sta la novità? Che la bambina ha solo undici anni.”

Città irreale e grigio fumo.
Su ponti di ferro marciano le solite greggi
ammansite dalle solite droghe quotidiane
tante lampadine spente, zombies scuri
in balia di correnti grandi e profonde.
Senza poesia, senza vocali, senza forza
corpi deboli che si ammalano senza che
l’anima cosciente se ne accorga se non
nell’ultimo momento, quello fatale
quando ormai il dado è tratto da tempo.
Tristezza e alienazione mentre abbiamo tutto
e siamo così curvi, come salici morenti
che non vediamo il raggio di luce gialla
che perfora le nubi grigie sopra di noi.

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Forme di espressione…

Dario | 25 settembre 2009

Sono stato da sempre attratto dalle forme di espressione più strane e particolari in ogni ambito, dalla pittura, alla scrittura e alla musica. Ma la più peculiare che ho incontrato nella mia ricerca è sicuramente rinchiusa in due forme poetiche tipiche della poesia tradizionale giapponese, haiku e tanka. Gli scarsi lettori di questo blog si domanderanno “ma che ce ne frega a noi di come i giapponesi scrivono le poesie? Abbiamo tante cose belle qua, sonetti, endecasillabi, distici etc”. A questa domanda, che per l’altro mi sono posto da solo, mi rispondo dicendomi e dicendovi a voi sfortunati lettori, che haiku e tanka hanno titillato la curiosità di parecchi scrittori ed intellettuali occidentali, proprio per la loro peculiarità. In molte università americano vi sono dei corsi appositi, scrittori come Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Jorge Luis Borges ne sono stati prolifici copositori. Anche in Italia, l’haiku ha trovato estimatori, per esempio nel poeta Edoardo Sanguineti. A questo punto vi starete chiedendo “che sono ‘sti haiku e ‘sti tanka?”.

L’haiku è un brevissimo componimento poetico composto da 17 morae (non sillabe anche se i concetti spesso coincidono) che si struttura su tre versi, il primo da 5 il secondo da 7 e l’ultimo da 5. Vista l’estrema brevità l’haiku costringe il poeta a sintetizzare in poche fugaci immagini il suo pensiero e\o il suo messaggio poetico. Roland Barthes ha dedicato agli haiku un intero capitolo del suo saggio sul Giappone “L’impero dei sensi” definendoli espressioni della “poetica del nulla”. Nel senso che un haiku preso alla lettera non ha un significato, sono solo parole accostate e a volte collegate sintatticamente. Ma da questa mancanza di senso deriva, paradossalmente, il senso dell’haiku, dove potenzialmente si può nascondere l’intero universo.

Questo concetto, in verità un pò oscuro, si rifà alla filosofia del buddhismo zen, in particolare al concetto del “ritmo dell’universo”. In breve si può dire che secondo questa filosofia, l’essenziale e l’unico modo che ha l’uomo per sincronizzare il suo ritmo vitale con quello dell’universo, diventando un tutt’uno con esso.  Da qui l’essenzialità della poetica degli haiku dove, oltre al significato delle parole si nasconde un mondo potenzialmente infinito di suggestioni e di significati, un mondo che il lettore può scoprire ed in questo mondo compenetrare l’universo.

I tanka seguono un principio simile. Sviluppatosi attorno al V secolo dopo cristo, questa forma di espressione poetica è composta da 31 morae e prevede 5 versi. il primo da 5, il secondo da 7, il terzo da 5 ed un distico finale composto da 7 morae. L’haiku deriva propio dal tanka in quanto mutua solo i  primi tre versi. Il tanka è una forma poetica più ricca rispetto in quanto composto da più versi. Esso non trae il suo significato solo dall’essenzialità del verso ma anche dall’opposizione tra la terzina iniziale (dalla quale è nato l’haiku) e il distico finale. Questa opposizione, a livello di siginificato ma anche a livello di suggestioni è la marca stilistica principale di questa forma poetica.

Sebbene siamo nati molti secoli fa, haiku e tanka sono popolarissimi in Giappone ed hanno mantenuto l’originale purezza. Si calcola che vi siano oltre 10 milioni di cittadini nipponici che scrivono regolarmente utilizzando queste forme espressive ed ogni anno l’Imperatore indice un concorso nazionale per il migliore tanka composto su un tema specifico.

Ecco qualche esempio di haiku composti alcuni dei grandi maestri giapponesi.

Matsuo Basho (il più prolifico e abile compositore giapponese)

Nel vecchio stagno

una rana si tuffa.

Rumore d’acqua.


Kobayashi Issa (uno dei più moderni)

In questo mondo

anche la vita della farfalla

è frenetica

Edoardo Sanguineti

Pagina bianca

come i tuoi minipiedi

di neve nuova

Ed in preda all’egocentrismo, qualche mio pallido tentativo di haiku.

Foglie bianche

triste gelo di dicembre

pace di neve

Un tanka

Ramo spezzato

profumo di resina

suono silente

Un sospiro fumoso

si spande nell’aria

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Lentamente muore – Martha Medeiros

Dario | 18 marzo 2008
Martha Medeiros – Lentamente Muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che
fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi e’ infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia
aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o
della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non
risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere
vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto
di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una
splendida felicità.

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Amico Fragile

Dario | 12 gennaio 2008

Amico fragile – Fabrizio De Andrè

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, "Se mi vuoi bene piangi"
per essere corrisposti, valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo , "Mi ricordo"
per osservarvi affittare un chilo d’erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità;
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi
ero molto più curioso di voi.

E poi sospeso tra i vostri "Come sta"
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci
tipo "Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te"
"Lo sa che io ho perduto due figli"
"Signora lei è una donna piuttosto distratta"

E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a vederle spalancarsi la bocca
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo
Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane
il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.

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Sensation

Dario | 4 luglio 2007
Par les soirs bleus d’été, j’irai dans les sentiers,
Picoté par les blés, fouler l’herbe menue:
Rêveur, j’en sentirai la fraîcheur à mes pieds.
Je laisserai le vent baigner ma tête nue.

Je ne parlerai pas, je ne penserai rien:
Mais l’amour infini me montera dans l’âme,
Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien,
Par la Nature, – heureux comme avec une femme.

Durante Le sere blu d’estate andrò per i sentieri,
Punzecchiato dal grano, pestando l’erba fine:
Sentirò, trasognato, la freschezza ai miei piedi,
E lascerò che il vento bagni il mio capo nudo.

Io non parlerò più, non penserò più nulla:
Ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,
E lontano, lontano, andrò come uno zingaro,
Nella Natura, – lieto come con una donna.

Sensation di Arthur Rimbaud 1870
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