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Thor – Recensione

Dario | 29 aprile 2011

Una delle tante scene del film...

Nutrivo molte aspettative per questo adattamento di Thor. Non si tratta di un personaggio che abbia mai particolarmente amato, però, da appassionato di fumetti ero curioso di vedere questo ennesimo passaggio da un medium ad un altro di un personaggio in fondo popolare, oltre che particolare.

Purtroppo, e lo anticipo già da ora, sono rimasto molto deluso. Ma veniamo alla trama in breve.

Thor è un Dio gnokko. Figlio di Odino, il re degli dei, trascorre la sua infanzia nella città delle bambole di Asgard, in costante tensione testosteronica, un misto tra Attila e una versione stupida di Massimo Decimo Meridio.

Insieme a lui, cresce il fratellino magro e gracilino, Loki, che ha tutt’altro carattere e, apparentemente, molta meno ambizione. Quando il piccolo Truzzo Thor diventa grande  il paparino Odino decide di regalargli un giocattolo Mjollnir, un martello, dal manico molto piccolo, che conferisce enormi poteri a chi lo brandisce, oltre a nominarlo suo erede al trono di Asgard.

Ma il giorno dell’incoronazione, guarda caso, tre inutili cattivi tentano di rubare un’importante reliquia dalla città degli dei e la cerimonia viene rimandata. Thor, ovviamente, non la prende bene e così, con il fratellino e i suoi tre anonimi amici guerrieroni, decide di sterminare il popolo degli Jotunn, colpevole di aver interrotto la sua incoronazione.

Una volta giunti sul pianeta e aver sterminato tre armate di “temibilissimi” giganti di ghiaccio, il re ghiacciolo fa una dichiarazione sconvolgente: Ad Asgard c’è un traditore.

Grazie ad un “sapiente” giro di inquadrature, dopo solo 10 minuti dall’inizio del film, sappiamo già chi è il cattivone di turno (Un applauso a Kenneth Branagh).  Per placare lo “spiritu incontenibile” del figlio, Odino incazzato nero, spedisce Thor e il suo martello su Midgard, che è il nome in asgardiano figo del pianeta terra. E qui inizia il film vero e proprio con le “avventure” emozionanti e coinvolgenti del pirlotto gnokko con il padre divino.

Un Thor un pò più serio

Questa è grosso modo la trama senza spoiler, che, come da tradizione, termina con il classico finale eroico\buonista\pseudoromantico-che-piace-tanto-alle-ragazzine.

Veniamo ora ad un’argomentazione seria.

Il film mescola, molto poco sapientemente, due archi narrativi “storici” del Tonante, cioè “Le Origini di Thor” e la

saga di “****** e i Giganti di ghiaccio”. (Gli asterischi sono stati messi per evitare spoiler).

Questa scelta è, a mio modesto parere, la causa della debolezza del film. La storia è un continuo accavallamento caotico di situazioni e personaggi che dall’inizio alla fine compaiono e riappaiono senza lasciare traccia. Nessun protagonista, con l’ovvia eccezione del “super protagonista bellissimo” e di Loki , viene delineato.

Accanto a Thor vi sono solo delle vuote figure di cartone inserite per riempire una trama, sulla carta bella, ma troppo compressa e troppo giocata sullo gnokko, sulla sua assurda, surreale e improbabile storia d’amore con la gnokka protagonista e sui due combattimenti degni di nota, all’inzio e alla fine del film.

E sono le coreografie delle scene di lotta una delle parti più belle dell’intera pellicola, maestose, spettacolari, con la giusta dose di improbabili castronerie e, fortunatamente, non troppo lunghe.

Oltre a questo, degni di nota sono gli esilaranti stacchetti comici che, fortunatamente, interrompono la noia mortale di un film esattamente uguale a tanti altri. Non ci sono emozioni, non ci sono palpitazioni nè colpi di scena, il tutto è prevedibile e scontato.

Cerchiamo ora di riassumere in breve i punti di forza e debolezza.

Debolezze:

  • Trama scontata, mal scritta e troppo compressa.
  • Personaggi inesistenti, privi di carisma e spesso usati come riempitivo.
  • Si capisce subito chi è il cattivo.
  • Lo S.H.I.E.L.D. viene trattato quasi come una versione ritardata della CIA
  • I riferimenti e i collegamenti agli personaggi Marvel sono piuttosto forzati (“ah sai conosco uno scienziato che ha fatto cose meravigliose con i raggi gamma”)
  • Antony Hopkins decisamente sprecato per le poche scene dedicate al suo personaggio.
  • La immane cavolata sui natali di Loki

Punti di Forza:

  • Discretamente delineato il carattere di Loki, sempre in bilico tra bene e male, mai del tutto buono, ma nennemo del tutto cattivo.
  • I combattimenti, belli e spettacolari.
  • Il persoaggio di Darcy, se non ci fosse stata lei il film avrebbe avuto solo due cose positive.
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Recensione de “Le Campane dell’Inferno” su Centonove.

Dario | 9 novembre 2009

Posto qui la scansione della recensione de “Le Campane dell’Inferno” uscita sul numero di questa settimana del settimanale siciliano Centonove a firma di Francesco Pinnizzotto (che ringrazio vivamente).

recensione

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Recensione de “Le Campane dell’Inferno” su Nuovo Giangurgolo

Dario | 8 novembre 2009

Articolo originale: http://www.nuovogiangurgolo.it/modules.php?name=News&file=article&sid=127

“Le Camapne dell’Inferno” (Edizioni Smasher, 14 euro. Acquistabile solo presso il sito http://www.edizionismasher.it) è il romanzo d’esordio di un giovane scrittore messinese, Dario Ganci.
Ad una prima lettura sembra di trovarsi davanti ad un romanzo fantasy, anche se molto sui generis. C’è la magia, ci sono creature malvage, ci sono degli eroi (alquanto improbabili in verità), c’è la lotta tra il Bene e il Male, il tutto però all’ombra della madonnina del porto di Messina (che campeggia sulla copertina).

Si perchè “Le Campane dell’Inferno” è ambientato proprio nella città, nella Messina reale e moderna. Già questo fatto potrebbe far storcere il muso ai vari puristi del genere fantasy, abituati a vedere i loro personaggi all’interno di mondi immaginari insieme ad Elfi, Nani ed altre creature fantastiche.
Dario Ganci, deliberatamente, ambienta le vicende del romanzo nella sua città, in un contesto reale e quotidiano, condito di sovrannaturale, con richiami espliciti alla narrativa fantasy contemporanea ed al mondo dei manga giapponesi (Il prestito dal manga Bastard! È palesato dallo stesso autore).
Ci troviamo così davanti ad un romanzo anomalo, un fantasy contemporaneo, metropolitano, sulla falsa riga di alcune opere di Terry Brooks.
Ma “Le Campane dell’Inferno” non è solo questo.
Le 412 pagine narrano la storia di sei ragazzi, sei giovani messinesi molto diversi tra loro ma uniti da una profonda amicizia che loro malgrado si ritrovano coinvolti in uno strano evento mistico. Questo “incidente” quasi come un rito di iniziazione, li introduce progressivamente e contro la loro volontà, in una sorta di mondo parallelo a quello reale, un mondo nascosto, popolato non solo da esseri umani ma da “demoni”, creature in tutto e per tutto simili a noi ma custodi di un antico sapere.
I sei amici restano così coinvolti in un conflitto millenario, molto più grande di loro che si combatte incessantemente, giorno per giorno e che vede in Messina uno dei suoi campi di battaglia. In questo loro percorso saranno circondati da vari personaggi, “apritori di occhi” usando un termine rubato da Tolkien, esseri umani come loro, sempre in bilico tra il bene e il male…continua

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“La Terza Metà” di Guglielmo Pispisa

Dario | 26 gennaio 2009

Guglielmo Pispisa torna sugli scaffali delle librerie e ci sorprende ancora una volta. Il giovane scrittore messinese, alla sua terza fatica letteraria, spiazza i lettori e cambia ancora genere. Dopo il lisergico Multiplo e lo splendido affresco generazionale di Città Perfetta, Pispisa sfonda nel campo della Spy Story.

In un adrenalinico rincorrersi La Terza Metà narra due storie, quelle di Hiero e del Magister, due storie che, come due corsie dell’autostrada,  marciano parallele, sfiorandosi appena.

Hiero è un agente infiltrato dei servizi; cinico, bastardo, pragmatico, privo di scrupoli, votato al proprio lavoro e alla causa dei “Servizi” con dedizione ma anche con disincanto. Una mina vagante ricca di sfaccettature e dalle profonde contraddizioni.

Il Magister è un clochard parigino, sciatto e ammantato di disperazione, che trascorre le sue giornate “istruendo” cinque amici che però esistono solo nella sua mente allucinata e folle.

La storia scorre così tra la tagliente ironia di Hiero che, parlando in prima persona ci da la sua visione del mondo e delle cose, raccontandoci la realtà con l’occhio del cospiratore abituato ad agire nelle ombre, e i deliri del Magister che racconta ininterrottamente la faccia nascosta del terrorismo rosso degli anni 60\70 con lo sguardo del militante.

Sullo sfondo si muovono personaggi ambigui ed inquietanti: Oona, la madre del protagonista, fedele raeliana che non ha mai compreso il figlio, da anni impegnata a scrivere la storia della sua vita in un lungo memoriale che, come la tela di Penelope, viene scritto e riscritto senza fine. E che dire dell’inquietante Aris? Machiavellico e spietato manipolatore di vite altrui sempre al servizio dei “Servizi” o meglio di chi comanda. Personaggi cesellati da Pispisa con cura, fino a renderli drammaticamente reali, personaggi che non sono mai quello che sembrano e che disvelano i loro lati oscuri riga dopo riga.

Il romanzo è diviso in tre grandi capitoli, ma se nel primo la trama ci sembra lineare, a tratti banale, nel secondo le cose iniziano a complicarsi. Il lungo racconto di Magister ci prende per mano e ci conduce in un buco nero fetido come i suoi abiti, quasi surreale come i suoi amici immaginari. Un verbo che sembra rivelare verità nascoste dal tempo e dagli intrighi, ma che in realtà lascia un profondo senso di incompletezza che invoca soluzione. Soluzione che viene distillata lentamente nel terzo capitolo, dove una serie di rivelazioni e colpi di scena rendono ancora più intricato l’intreccio narrativo, confondendo costantemente il lettore, sempre ad un passo dalla soluzione ma subito smentito. Un groviglio che sembra inestricabile e che trova la sua soluzione nell’inquietantissimo e allucinato finale, un finale amarissimo che suona un pò come una presa per il culo.

Guglielmo Pispisa confeziona un altro piccolo capolavoro dimostrandosi uno degli scrittori italiani più interessanti in circolazione. Costruisce un romanzo esemplare dove decostruisce pazientemente uno dei concetti cardine della nostra vita, la Verità. Un romanzo da leggere con passione e attenzione, un romanzo che ti prende e poi ti scalcia via fuorisamente, insomma uno dei libri più interessanti ed inquietanti che abbia letto negli ultimi anni. E voglio chiudere questa recensione con uno dei passi più belli e significativi.

“…la verità te la passano a rate, questo è guaio. Il postino te ne butta una metà davanti alla porta, come fosse una cosa normale. Questa prima parte è quella facile, rassicurante, ma poi, a guardarla bene, ti accorgi di quanto sia consumata alle estremità; anzi gliene manca proprio un pezzo. Se ti accontenti campi in pace, se no comincia il viaggio della sorpresa e della paura. Quando ci arrivi alla parte mancante, può succedere che ormai non te ne importi, dipende dal carattere, oppure che sia diventanta la tua ossessione. In questo caso bruci dalla voglia di urlare, di mostrarla, quella seconda metà, sbattendola in faccia a tutti. Allora, teste di cazzo, chi aveva ragione, eh, chi? Di solito, proprio allora ti arriva alle spalle l’ultima metà, la terza. Quella che ti fotte”

Ed è proprio questo La Terza Metà, un viaggio della sorpresa e della paura alla ricerca di questa Terza Metà, che ti prende immancabilmente alle spalle.

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“Il Fattore Umano” di Graham Greene

Dario | 9 gennaio 2009

Con “Il Fattore Umano” il poliedrico scrittore inglese torna, dopo qualche anno di assenza al genere a lui più congeniale. Siamo nel 1978, in pieno clima di “distensione” tra Stati Uniti e Unione Sovietica e questo romanzo è figlio di quell’epoca.La storia è ambientata nella sezione 6 del MI5, un dipartimento del servizio segreto britannico, il protagonista, Maurice Castle è un’analista con competenza sull’Africa Meridionale. Un normale e grigio funzionario con un passato misterioso alle spalle. Accanto a lui Arthur Davis, sua antitesi, uomo dinamico, scapolo impenitente con il vizio delle scommesse e dell’alcol. La vicenda inizia con la notizia di una fuga di informazioni proprio dalla sezione 6. Le alte gerarchie dei servizi segreti fanno immediatamente partire le indagini. A condurle sarà il coscienzioso e solitario Colonnello Daintry, supervisionato dall’ambiguo e spietato medico Emmanuel Percival, vero e proprio villain del libro. I sospetti di Percival e Daintry si concentrano su Davis a causa di alcuni suoi comportamenti sospetti e ambigui e del suo tenore di vita irregolare. Le cose non si riveleranno così semplici e dovrà saltar fuori un cadavere per dare una svolta alle indagini e capire che il vero colpevole è in realtà il più insospettabile degli insospettabili.

Graham Greene ci propone qui una storia di spionaggio priva di azione. L’intera vicenda si dipana attraverso i dialoghi tra i vari personaggi e attraverso i loro atteggiamenti, le loro abitudini e i loro gesti quotidiani. Lo scrittore inglese dipinge con un sapiente pennello i caratteri dei protagonisti con precisione e dovizia di particolari, ci suggerisce attraverso dettagli, apparentemente insignificanti, i moti interiori di Maurice Castle, di Arthur Davis, del dottor Percival e del Colonnello Daintry. Greene crea così una spy story psicologica, basate sulle dissonanze dei protagonisti che si trovano a vivere un clima di continuo sospetto, di caccia alle streghe e di quasi follia(Indicativo in questo senso i discorsi del dottor Percival contro il Reform Act e il suffraggio universale).

Il “Fattore Umano” nella sua apparente semplicità si può interpretare come una crudele partita a scacchi tra Maurice Castle e i suoi nemici, spietata nella sua discrezione e pacatezza e inquietante per la costante tensione psicologica che, come un maglio potente, spinge avanti la narrazione fino al suo inaspettato epilogo.

Un piccolo capolavoro, accessibile a tutti, imperdibile per tutti gli amanti di “Spy Stories” ma anche per tutti coloro che amano un buon libro ben scritto

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