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La pioggia del Sud non fa rumore

Dario | 25 novembre 2011

“La pioggia del Sud non fa rumore”. È questa la frase che nei social network commenta le drammatiche immagini dell’alluvione che il 22 novembre ha colpito la costa tirrenica messinese. Il popolo della rete, quello delle zone colpite in primis, ma anche di varie parti di Italia, fin da subito si è mosso per far sapere al resto della nazione cosa stava accadendo a Barcellona Pozzo di Gotto, a Milazzo, a Saponara e così via.

Tutto questo, semplicemente perché nessuno ne parlava.

Le forti piogge che son cadute nel messinese hanno fatto esondare tutti i torrenti della costa tirrenica. La situazione più grave si è verificata a Barcellona Pozzo di Gotto, dove l’esondazione del Logano – il corso d’acqua che taglia in due la cittadina – ha letteralmente invaso la città di fango e detriti, distruggendo strade e isolando intere zone. Ma come capita spesso in questi casi il fango ha anche ucciso. A Saponara, un piccolo comune dell’entroterra, una frana ha travolto il villaggio di Scarcelli, uccidendo tre persone. Sebbene le esondazioni siano avvenute in mattinata, fino a ora pranzo, sui principali quotidiani on line e nei telegiornali Barcellona veniva a malapena citata per un’allerta meteo molto vaga e per il rinvio, a causa del maltetmpo, della presentazione di un libro dell’Onorevole Domenico Nania che si doveva tenere proprio nella sua città natale.

Ma già dalle 10 del mattino erano apparsi i primi video su Youreporter.it, che non lasciavano presagire nulla di buono. La situazione degenera rapidamente e solo nel pomeriggio, tra le 16 e le 17, iniziano a far capolino le prime notizie e le foto del ponte crollato in contrada Spinesante, diventato simbolo involontario di questa grottesca tragedia. Quando i giornali battono la notizia la tragedia è già avvenuta, la pioggia si è calmata, i torrenti sono straripati e Barcellona è sommersa dal fango. Si accenna qualcosa di danni nel catanzarese e di un deragliamento, ma anche in questo caso si tratta di notizie date di fretta e senza approfondimento, anche se il fatto è avvenuto da molte ore.

Quasi tutti i tg della sera passano la notizia e mostrano, quasi si trattasse di un feticcio, le immagini del ponte di Spinesante. Ancora non si hanno notizie di morti, ma solo di qualche disperso e la cosa viene liquidata con rapidità. Nella notte si scoprono i primi morti, tra i quali un bambino di dieci anni.

A distanza di ventiquattro ore, l’Italia si risveglia e scopre che in Sicilia è accaduto qualcosa di serio e che forse vale la pena occuparsene. Inevitabile fare paragoni con le recenti tragedie che hanno colpito Genova, le Cinque Terre e la Lunigiana o con la spaventosa alluvione che due anni fa colpì Giampilieri e Scaletta Zancela, sulla costa Jonica del messinese, e che di morti ne fece trentasette. La vicenda di Genova ha avuto fin da subito risalto nazionale, con dovizia di foto e lunghi servizi televisivi. Il governo aumentò le accise sul carburante e stanziò un fondo di trecento milioni di euro per tamponare l’emergenza. Su tutti i telegiornali partì la gara di solidarietà per donare qualche euro in favore delle popolazioni alluvionate.

Di Barcellona, di Milazzo, di Saponara e di tutti gli altri comuni della costa tirrenica, a malapena si parla. Nessuna gara di solidarietà, inaccettabili black out informativi, aiuti che stentano ad arrivare e le solite faziose polemiche sull’abusivismo e le speculazioni edilizie, che riemergono sempre quando una tragedia di questo tipo colpisce qualche città del sud. Forse qualcuno dovrebbe spiegare il perché di questa disparità di trattamento… Ma forse non si può. Non si può ammettere pubblicamente che un morto del sud, in termini di importanza e solidarietà umana, conta meno di uno del nord.

Questo è il Paese dove viviamo, una Paese sulla carta unito ma in realtà diviso, un paese dove i cittadini non hanno pari diritti e pari dignità, dove una parte è più importante dell’altra.

Ma il fango è sempre fango e non fa distinzioni, soprattutto quando distrugge e si porta via vite umane.

Scritto per Camminando Scalzi.it  http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/la-pioggia-del-sud-non-fa-rumore.html

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Cavalcare l’onda

Dario | 18 luglio 2011

Sono consapevole che quello che scriverò in questo breve articoletto susciterà l’ira, l’indignazione e lo sdegno nei tre lettori sparuti che ancora frequentano questo angolo di Cyerbspazio. Epiteti come venduto, ingenuo, servo del sistema etc me li aspetto da tutti coloro ai quali sottoporrò i pensieri e le idee che sto per scrivere qui.

In questi giorni si fa un gran parlare del nuovo “eroe” della rete, il Julian Assange de noaltri, colui che sta rivelando i segreti della “Casta”, nome con il quale vengono ormai definiti tutti gli esponenti della classe politica.

Il gruppo su facebook, il blog, l’account twitter di questo anonimo personaggio stanno spopolando e stanno raccogliendo sempre più consensi tra il popolo della rete.

Anche io, spinto dalla curiosità, ho dato un’occhiata alle “rivelazioni” del blogger, al momento, più famoso d’Italia e, dopo un brevissimo iniziale entusiasmo, ho iniziato a nutrire qualche dubbio. Non sulla veridicità o meno delle affermazioni, che personalmente non posso verificare, quanto per le modalità comunicative con il quale sta diffondendo questi contenuti.

Partiamo dal movente. Il nostro anonimo amico, novello eroe italico, non è spinto da moventi morali o da spirito di giustizia. Lo ammette lui stesso, era un precario, probabilmente ex galoppino di qualche parlamentare, che ha perso il posto e che, per ripicca, sta sputtanando tutto e tutti. In parole povere è un soggetto che voleva far parte del sistema ma che ne è stato respinto. Se il nostro “eroe” fosse stato assunto a tempo inderminato e con lo stipendio principesco che, denuncia lui, prendono i dipendenti dei palazzi, il blog “I segreti della Casta”, non sarebbe mai esistito.

Altra considerazione riguarda l’anonimato. Il nostro “eroe” è così eroico da non firmarsi, da non metterci la faccia nè rischiare il suo eroico culetto. Quanto meno Julian Assange ha messo nome, cognome, faccia e sta rischiando la galera. Il nostro blogger, da dietro uno schermo si limita a scrivere articoli.

E sulla qualità e sui contenuti di questi si potrebbero sollevare parecchie obiezioni. Non vengono mai fatti nomi di politici (chi è il politico che ha assunto i barbieri? E quello che si faceva mandare le lettere anonime? Chi denuncia i furti nel Transatlantico), i fatti raccontati sono, finora, generici e, se escludiamo la foto riguardante le tariffe Telecom, non ci sono altre prove documentali. Non vengono proposte cifre o riferimenti dettagliati. Il tutto spesso tende ad assomigliare ad un riassunto, malfatto, del libro di Rizzo e Stella.

Per aggiungere un pò di pepe e aumentare il pathos e la sua aura di nemico del sistema, il nostro “eroe” dichiare di aver ricevuto avvisi e segnalaziono da facebook e, per evitare che il social network (servo del sistema) possa oscurarlo, ha deciso di creare un accont twitter e un blog dove continuerà a lanciare i suoi strali contro i cattivoni di turno. Anche per uno non avvezzo a tecniche di comunicazione, risulta chiaro come la “persecuzione” di facebook, vera o finta che sia, ha lo scopo di aumentare il senso di vicinanza e complicità tra l’eroe e i suoi lettori, arrivando a trasmettere l’idea che il nostro combattente per la libertà stia “rischiando” pur di portare avanti la sua battaglia.

Queste sono alcune mie personali riflessioni sul blog “I segreti della Casta” e sul suo “eroico” redattore. Cosa penso? Penso che il nostro anonimo scrittore sia un furbastro rancoroso che stia cavalcando l’onda dell’indignazione pubblica contro la classe politica. Una coincidenza su tutte mi porta a pensarla così: la pagina su facebook e il blog nascono contetstualmente alla finanziaria appena approvata in parlamento, finanziaria che salvaguarda tutti i benefici di cui godono attualmente i nostri polici.

Nessuna battaglia, nessun intento morale, nessuna volontà di giustizia, solo benzina su un incendio che rischia di diventare incontrollabile.

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“Il Contratto”: Lavorare… in diretta

Dario | 2 marzo 2011

Nell’Italia dei talk show, dei reality show e dei talent show,  martedì 22 febbraio ha fatto irruzione una nuova tipologia di intrattenimento televisivo, il job show.

Stiamo parlando de “Il Contratto – gente di talento” il nuovo programma in prima serata di La 7.

Il format è in sé molto semplice, l’azienda X mette in palio un contratto a tempo indeterminato (sogno proibito dei giovani d’oggi), a contenderselo saranno tre candidati attentamente selezionati. Dopo una settimana di stage, uno dei tre verrà assunto dall’azienda X.

La pretesa del programma è di far entrare la dura realtà della ricerca di un’occupazione nelle case degli italiani, con la mediazione del tubo catodico ma non solo. “Il Contratto” vuole anche fornire uno spaccato sul mercato del lavoro, sulle sue dinamiche, sui principi che guidano il reclutamento da parte delle aziende. Grossi gruppi imprenditoriali come l’agenzia di recruitment Monster (ospite d’onore della prima puntata), Salmoiraghi & Viganò o la catena francese di negozi tecnologici Fnac, hanno garantito la loro partecipazione.

Ma nonostante le ottime premesse, uno spot rassicurante e annunci più o meno ambiziosi, la prima puntata non ha convinto.

In primo luogo il programma ricalca molti degli stilemi tipici del reality show, con “confessionale”, “nomination” e manifestazioni più o meno spiccate di egocentrismo da parte dei concorrenti – pardon, dei candidati -. Ma, trattandosi di un programma televisivo, creato per fare audience, un po’  ci può stare.
A essere debole, anzi debolissimo, è il lato “documentaristico”, che nelle intenzioni doveva essere la vera chicca, l’elemento di distinzione de “Il Contratto”. Per coloro che hanno vissuto e vivono giornalmente la realtà lavorativa italiana, il mondo apparso su La 7 sarà sicuramente sembrato un enorme e dolce confetto rosa, niente a che vedere con quello che succede tutti i giorni a partire già dall’ingresso dei candidati in azienda. Un colloquio farsa, quasi senza alcuna tensione, e test di valutazione del personale svolti con metodologie quali modellazione di plastilina o gioco di ruolo raramente trovano spazio nel mondo del lavoro italiano.

Ma il distacco totale dalla realtà arriva durante l’inserimento e la settimana di stage.

Il benvenuto del management ai nuovi arrivati, le attenzioni quasi affettuose da parte degli altri colleghi, l’ambiente di lavoro presentato quasi come idilliaco, popolato da persone compite che non alzano mai la voce e tanto altro, sono tutti elementi che segnano una distanza enorme tra il mondo reale e la pseudo realtà rappresentata all’interno del programma.

Altre note dolenti sono venute dai candidati scelti per l’ambito posto. Tre casi limite, tre personalità eccentriche (altro frammento di realtà venduto allo show business?), pescate chissà dove dal recruitment di Monster, che in questo caso non fa certo una bella figura. I tre aspiranti lavoratori a tempo indeterminato sono apparsi, loro malgrado, poco determinati, impreparati, pigri, incapaci di adattarsi alle situazioni e molto vogliosi di mettersi in mostra (vedesi i ragionamenti del candidato di 39 anni riguardanti il numero 8). Un po’ di realtà si inizia a intravedere quando la scena si sposta nello studio dove, attorno a una Sabrina Nobile un po’ impacciata, trova posto la solita pletora di ospiti ed esperti. Al di là dei discorsi scontati e ovvi (l’ossimoro “giovane con esperienza”) e di alcune fortunate invenzioni linguistiche (il termine adultescenti coniato per definire gli “adulti bambini” partecipanti allo show), qualche spunto reale e qualche analisi acuta sul mercato del lavoro italiano è, fortunatamente, venuta fuori, salvando in corner la parte informativa.

“Il Contratto – gente di talento” non riesce a dare, come nelle intenzioni, un quadro reale del mondo del lavoro, bensì una sua versione buonistica, ovattata, troppo sacrificata allo show e soprattutto volta a mettere in buona luce la “generosa” azienda che mette in palio il posto di lavoro. Al di là delle “performance” dei tre candidati, c’è solo da sperare che nelle prossime puntate la scelta del fortunato e futuro lavoratore ricada sul migliore e non sul meno peggiore.

Emerge così la problematica che fin dall’inizio ha gettato un’ombra pesante sullo show: il lavoro e la sua ricerca non possono essere il soggetto di un reality. Se l’intenzione era quella di realizzare un programma di pubblica utilità, bisogna lavorare molto, aumentando la parte informativa, migliorando decisamente i contenuti a scapito della spettacolarizzazione.

Restano ancora sette puntate, il tempo e il modo di migliorare c’è tutto, anche perché più in basso di così è difficile andare.

Scritto per Camminando Scalzi.it http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/il-contratto-lavorare-in-diretta.html

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Favoletta – Il Re dell’Alto Castello

Dario | 28 gennaio 2011

C’era una volta un Re nel suo Alto Castello.

Quando il vecchio sovrano e la sua corte furono decimati da un’epidemia, il popolo del Regno, riunito nelle piazze e in preda al panico e all’anarchia, proclamò Lui come Re.

Prima di salire al trono era un semplice feudatario, servitore umile e fedele della Corona. Il suo feudo era ricco e magnifico, le città pervase dal lusso e dal benessere, i campi rigogliosi.

I sudditi speravano che presto tutto il Regno sarebbe diventato prospero come il feudo del Re.

Le cose sembravano destinate ad andare per il meglio. I raccolti erano floridi, le città iniziarono ad ingrandirsi e nuovi edifici ne ridisegnavano le geometrie. In tutte le contrade, architetti, operai e scalpellini progettavano e mettevano in opera nuove strade e nuovi ponti.

I sudditi erano felici e danzavano per le strade, cantori e musici di tutto il Regno componevano e cantavano inni in onore del Re e della sua guida illuminata. Mai vi fu sovrano più amato dai suoi sudditi.

Ma un giorno, qualcuno iniziò a nutrire qualche sospetto su come il Re potesse costruire tante opere. Qualcuno scese in piazza ad urlare i suoi dubbi ma venne rapidamente passato per le armi dai cavalieri del Re. Qualche altro iniziò a scrivere libelli e manifesti, ma venne rapidamente censurato.

Non era consentito parlare del Tesoro Reale e della fortuna del Sovrano. Quest’ultimo, ben conscio dei problemi creati dalla repressione, iniziò a raccogliere presso la propria Corte, cantori, giullari, comici, masnadieri, gente di ogni risma ed estrazione che senza la protezione regia si sarebbe ridotta a mendicare.

Con questa compagnia, il Re iniziò a girare per le città del Regno, dispensando sorrisi, ottimismo, fiducia e risate. Ogni città accoglieva il corteo reale con grandi e sontuose celebrazioni e in cambio il Sovrano inaugurava o poneva prime pietre di importanti opere di pubblica utilità.

Il Re fece addirittura affiggere in ogni città un proclama dove annunciava un taglio delle tasse imminente, incurante del vuoto desolante del tesoro.

Fu l’apoteosi, ma durò poco.

A seguito di un’estate avida di pioggia, il Regno venne colpito da una carestia. Non fu particolarmente grave e non uccise nessuno, si trattò di un raccolto un po’ più scarso del previsto. Quasi nello stesso istante, i due regni vicini, iniziarono a farsi la guerra, forse per sfoltire le troppe bocche da sfamare.

Il Re, impreparato a questa evenienza e circondati solo da adulatori, ruffiani, ministri e intendenti incapaci iniziò a preoccuparsi. Sulle sue spalle gravava l’intero peso del Regno, un fardello che riusciva a malapena a condividere con il Maestro del Conio, l’unico uomo della Corte in grado di pensare in maniera razionale. Con il passare degli anni, sempre più adulatori erano entrati in svariati modi nelle grazie del Re. Un campionario umano desolante e assolutamente parassitario che mangiava alla mensa del sovrano senza dare nulla in cambio.

Per le strade, il malumore iniziò a serpeggiare sempre più vivo che mai.

Fu allora che il Re iniziò a pensare alle contromisure. Convocò a Corte i migliori scrivani del Regno e li ricoprì d’oro affinché iniziassero a scrivere proclami e discorsi grondanti di ottimismo e speranza da affiggere in tutte le città. Ma la parola scritta non bastava.

Subito dopo convocò i commediografi più alla moda e promise loro denaro sonante per i loro spettacoli. In cambio essi avrebbero dovuto scrivere e rappresentare commedie ottimistiche, ritratti ideali di famiglie felici e visioni comiche della realtà.

Infine convocò i più famosi trovatori e cantori per chiedere loro di comporre inni e canzoni inneggianti l’allegria, la vita e l’ottimismo.

Il piano funzionò.

Le proteste e il dissenso si spensero come fuochi poco alimentati, i sudditi vennero anestetizzati da un’overdose di risate. Tutto questo mentre la situazione del Regno, lentamente degenerava. Il prezzo del pane saliva tutti i mesi per la scarsità di farina, ma la gente continuava a ridere. Le botteghe artigiane chiudevano per mancanza di lavoro, ma la gente continuava ridere. Topi, sporcizia, vagabondi e criminali regnavano nelle strade, ma la gente continuava a ridere.

E quando qualche povero sventurato si azzardava a protestare innanzi all’Alto Castello del Re per ricordare al sovrano i problemi del Regno, la guardia reale sguinzagliava i feroci cani che a centinaia popolavano la corte. I malcapitati spesso e volentieri morivano sbranati.

Così passarono le stagioni e gli anni di un popolo sempre più plagiato da risa compulsive e dolci parole cariche di fiele e speranza.

Il Sovrano stesso iniziò a vivere nell’aura giocosa e irreale da lui stesso creata. Iniziò ad ignorare i sudditi e le loro sempre più flebili lamentazioni e si arroccò nel suo alto castello, dilapidando la sua fortuna in feste, orge e favori al folto esercito di ruffiani e corifei che vegetavano stabilmente a Corte.

Ma un giorno, i denari del Re finirono. Immediatamente la Corte iniziò a spopolarsi. I primi ad andare via furono proprio i parassiti che per anni avevano mangiato minestra calda baciando i piedi al sovrano. Costoro iniziarono a preparare la caduta del Re vendendosi al migliore offerente e spartendosi le restanti briciole del Regno. Improvvisamente nelle città cessarono canti e urla di gioia. I manifesti carichi di belle parole e promesse vennero strappati o coperti di letame. I sudditi si risvegliarono bruscamente in un incubo grigio.

Dapprima ci furono i mugugni, poi qualche coraggioso iniziò a protestare davanti al Castello, subito messo in fuga dai cani del Re. Ma la folla, infuocata proprio dagli ex corifei del sovrano, iniziò sempre più numerosa a protestare contro la Corona, il suo immobilismo e la sua incapacità di amministrare il Regno.

Quando la folla divenne incontenibile, la guardia reale aprì i cancelli e fece entrare il popolo inferocito nel cancello. Ma l’ira non riuscì a sfogarsi contro nessuno.

Il Re era già fuggito, con il suo carro, i suoi buoi e la sua numerosa muta di cani sbavanti, come un vecchio vagabondo.

Forse è un pò lunga per essere una favoletta e per fortuna si tratta solo di una favola, una storia inventata che NON HA ALCUN RAPPORTO con il mondo reale, quindi qualunque riferimento a cosa, persone, animali o eventi E’ PURAMENTE VOLUTO.

P.S. Chiedo scusa a Philip Dick.

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L’Italia vista dal Mondo Disco

Dario | 12 gennaio 2011

Penso che Terry Pratchett sia,a mio modesto avviso, uno degli scrittori più brillanti della letteratura contemporanea. Con la vastissima serie di libri ambientati nel Mondo Disco (Discworld per chi vuol fare il figo), lo scrittore inglese riesce, con semplicità, a ironizzare su un mondo, quello del fantasy, che si prende sempre troppo sul serio.

Ma Pratchett è anche un attento osservatore della realtà contemporanea e la inserisce nel suo Mondo Disco nei modi più disparati. Uno di questi è senza dubbio l’ambiguo Havelock Vetinari.

Havelock Vetinari (il nome è  una presa in giro della famiglia Medici) è il Patrizio di Ankh-Morpork, una delle città teatro delle vicende del Mondo Disco. E’ un dittatore benevolo, corrotto ma ascetico, conservatore ma al tempo stesso ben disposto verso il progresso. In parole povere è la parodia di un moderno politico occidentale.

Anche alcune sue soluzioni di governo solo alquanto singolari e attuali. Per esempio, nel tentativo di arginare la criminalità imperante nella sua città, decide di cambiare approccio e di assecondare le forze criminali, piuttosto che contrastarle. In parole povere, depenalizza i furti e gli omicidi.

Follia? Non proprio.

Havelock Vetinari consente i furti ad Ankh-Morpork ma solo ai membri della Gilda dei Ladri, i non affiliati verranno puniti dalla Gilda, inoltre permette ai cittadini di stipulare polizze assicurative contro i furti da pagare ai Ladri stessi. Stessa cosa per gli omicidi. Solo membri della Gilda degli Assassini posso uccidere, gli indipendenti sono destinati ad una brutta fine.

Havelock, nella finzione, ha fatto quello che da anni le democrazie occidentali, e il nostro paese in particolare, stanno tentando di fare: delegare le soluzioni dei problemi sociali ad altri soggetti differenti dallo stato. Soggetti che spesso sono la causa stessa dei problemi.

Un esempio su tutti le banche. Lo Stato ha delegato alle banche il sostegno alle imprese e ai consumi togliendo le restrizioni sul credito e incentivando la nascita di finanziarie, la concessione di prestiti e l’emissione di carte di credito.

Il risultato?

E’ sotto gli occhi di tutti, le banche a forza di concedere crediti son crollate, i consumi son crollati, molte aziende sono fallite e adesso ci troviamo con una nazione paralizzata e indebitata.

Speriamo solo che al buon Havelock Vetinari vada meglio.

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