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Gli Angeli di Fango

Dario | 7 ottobre 2010

Dal piccolo finestrino dell’Airbus 320 non si vedeva altro che una coltre densa di nubi grigio piombo. Il passeggero accanto a me, un ragazzo dall’aria truce, pluritatuato e con un paio di cuffie costose alle orecchie, aveva lo sguardo perso nel vuoto, il muscoli del volto tesi, la bocca stretta e il volto pallido.

L’aeroplano sobbalzò ancora, stavolta con minore violenza, e iniziò l’ennesima virata.

In lontananza apparve la striscia grigia e nera della pista già contornata di luci. Era da circa mezz’ora che volavamo in circolo sull’aeroporto. Il comandante con poche e secche parole ci aveva comunicato che c’era qualche difficoltà dovuta alle avverse condizioni meteo ma che tutto era sotto controllo.

Cercai di rilassarmi il più possibile. Non volevo che questo contrattempo fastidioso rovinasse il mio buon umore. Stavo rientrando a casa dopo un mese trascorso fuori per lavoro e già mi pregustavo il focolare domestico, il mio divano, la mia birra ghiacciata e il mio enorme letto matrimoniale.

Una hostess passò in fretta lungo l’angusto corridoio per andare a sedersi in coda. Il suo volto tradiva parecchia tensione, scarsamente mascherata dal sorriso standard a 32 denti.

Finalmente iniziammo a scendere, l’aereo traballava parecchio, sentivo gente pregare o addirittura piangere. Il mio vicino di posto chiuse gli occhi e poggiò le mani sulle ginocchia stringendole fino a far diventare le nocche bianche.

Quando l’aereo si fermò presso la sua piazzola di parcheggio esplose un applauso liberatorio.

Sorrisi al mio vicino, recuperai il mio piccolo trolley e mi precipitai fuori dall’aereo.

Il cielo era pauroso. Un ammasso di nubi grigie, contorte e pesanti che sembravano celare un inferno pronto a scendere in terra.

All’interno dell’aeroporto passai rapidamente in tabaccheria per comprare due pacchetti di sigarette ed uscì subito ignorando i tabelloni elettronici che annunciavano sfilze di cancellazioni e ritardi.

Fuori il solito ammasso informe di auto in doppia fila rumoreggiava immersa in un mosaico di grossi pullman colorati, taxi dalle varie forme e tante piccole forme umane che correvano per sfuggire all’imminente temporale.

Mi accesi una sigaretta e mi diressi con calma verso il parcheggio per le lunghe permanenze.

A casa non mi aspettava proprio nessuno quindi non avevo una fretta eccessiva. La ragazza con cui convivevo mi aveva lasciato sei mesi fa, stanca dei miei capricci e della mia vita sempre in giro per l’Italia, non avevo animali domestici e vedevo saltuariamente i miei.

Vivevo in una situazione di solitario e sereno equilibrio, padrone della mia vita, con i miei spazi, i miei soldi, i miei riti e la mia routine.

Un tuono cupo accompagnò l’avviamento del motore, la radio dava temporali imminenti lungo tutta la costa e raccomandava prudenza nella guida.

Imboccai subito la tangenziale che collegava l’aeroporto alla città ed iniziai ad andare di buona andatura. Circa cento chilometri mi separavano da casa e volevi percorrerli prima del diluvio.

Un altro tuono e un altro ancora risuonarono sempre più cupi.

Le lampade della tangenziale color giallo malato e le lontane luci della città iniziarono ad accendersi. La sera scendeva rapida e silenziosa così come saliva rapida la mia voglia di chiudermi in casa, sul mio divano.

Accelerai l’andatura nel traffico serale della tangenziale, mentre lampi e tuoni sempre più fitti esplodevano nel cielo. La radio tra una canzone e l’altra comunicava la chiusura in via precauzionale di alcuni aeroporti e il dirottamento di alcuni voli su altri scali al di fuori della perturbazione. Lo speaker con voce calda e suadente rassicurava gli ascoltatori che si trattava di una prassi standard e che non c’era alcuna emergenza.

“Del resto, perchè due gocce d’acqua dovrebbero essere un’emergenza”, pensavo nella mia testa. Negli ultimi anni aveva piovuto tanto nei mesi autunnali ma niente di eccezionale o di particolarmente calamitoso.

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“Lo Scherzo Infinto” 5° puntata

Dario | 4 febbraio 2010

Puntate precedenti
1°puntata
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3°puntata
4°puntata

Ha iniziato a nevicare. La neve è quasi impercettibile alla vista ma la vedo. Cade lentissima e silenziosa. Già un primo strato quasi trasparente color bianco latte inizia ad apparire sull’asfalto e sulle auto parcheggiate.
Per la strada non passa nessuno. Dalla finestra della mia camera da letto, fisso come ipnotizzato il sottile strato di neve che si fa sempre più consistente minuto dopo minuto. Ora i fiocchi son più grossi e diventano visibili, li vedo scendere sempre più lenti e il loro moto ondulante mi affascina, come se fosse qualcosa di strano.
Del resto io, ragazzo nato e cresciuto in riva il mare nel profondo sud dell’Italia non sono propriamente un esperto di nevicate.
Ne ricordo una, durante la mia infanzia. Durò pochi minuti, giusto il tempo di lasciare in strada e nella veranda di casa mia un piccolissimo, quasi impercettibile, strato di neve che si sciolse però nel giro di mezz’ora.
All’epoca la cosa mi rallegrò, così come mi rallegra questa nevicata che va ad intensificarsi.
La neve ha il potere di rendere tutto più bello, forse perché copre le brutture con il suo colore candido o forse perchè c’è un qualcosa di misterioso che scatta nel nostro cervello alla vista di quei bianchi fiocchi.
Un’auto passa lentamente lungo la strada lasciando due solchi non troppo profondi nella neve ancora morbida e sottile.
Ha spezzato l’incantesimo che mi teneva legato al freddo vetro della mia finestra. Sono così sereno che potrei anche sorridere sinceramente.
Fuori nevica, il mio cellulare suona più di una volta al giorno e ho terminato il lavoro per il professore Merusengo. Ho impiegato due giorni, fisso davanti a quello schermo, con i vecchi libri ammuffiti e polverosi e con una dose notevole di sigarette e whisky.
Ogni tanto, qualche messaggio di Maria Grazia o Federica, interrompeva la mia trance ma si trattava di interruzioni piacevoli, visti anche i soggetti in questione.
Il malloppo di centocinquanta pagine, annotato, glossato e corretto è stato spedito al simpatico professore che mi ha promesso in tempi brevissimi il pagamento, caso strano per l’università.
Il cellulare suona nel mio piccolo salotto, mentre vado mi accendo una sigaretta e mi colloco comodamente sul divano con in mano il piccolo aggeggio elettronico.
Le nubi che da giorni si stavano ammassando all’orizzonte a quanto pare son diventate tempesta. Maurizio, che da ben sei anni era fidanzato con la bella Federica, ha piantato quest’ultima un mesetto fa con una patetica e commovente mail nella quale affermava di “sentire il bisogno di far chiarezza con se stesso e di definire la sua funzione all’interno di una coppia”. Credo che un burocrate non avrebbe saputo trovare frase più fredda per mollare la propria ragazza.
Inoltre il simpaticone ha deciso persino di sposarsi con una fanciulla di Asti e di non voler mettere più piede a Torino.
Il messaggio che mi è appena arrivato da Maria Grazia è abbastanza esplicito, recita testualmente: Cercasi volontari, preferibilmente maschi, bene armati di oggetti contundenti per spedizione punitiva tipo fascista in quel di Asti. Non riesco a trattenere una risata.
Non conosco questo Maurizio, ma per mollare Federica dopo sei anni dev’essere davvero un coglione. Rispondo velocemente: Metto a disposizione la mia persona, la sbarra per asciugamani in puro acciaio del mio bagno ed eventualmente armi da fuoco per la sacra punizione.
Spengo la sigaretta ed attendo la risposta di Maria Grazia che arriva puntualissima dopo pochi secondi: Considerati arruolato.
Sto per risponderle ma il cellulare inizia a suonare. Il numero ha il prefisso di Torino e mi sembra familiare. “Pronto?”. “Pronto! Parlo con il signor Catalano Francesco?”. Mi risponde dall’altro lato una voce fredda anonima e formale. “Sono io, con chi parlo?”. “Salve signor Catalano, sono Antonietta Bosio dell’ufficio del personale della Arkanes”. “Mi dica” dico sospettoso. Una sensazione ambivalente mi invade. Da un lato sento un nuovo lavoro in arrivo, dall’altro un qualcosa che mi sta per entrare violentemente nel fondo schiena. “La chiamo per comunicarle che il nostro ufficio ha deciso di modificare i termini della sua collaborazione presso la nostra casa editrice”. Taccio un secondo e trovo la forza per dire. “Ah bene, cosa avete deciso? Mi alzate lo stipendio?”. Dico con tono vagamente ironico e allegro. “Niente di tutto questo”. La voce della burocrateAntonietta Bosio non ha un sussulto, rimane fredda e monocorde. “Dal mese prossimo le verrà sospeso il pagamento dell’emolumento mensile da parte della Arkanes e diventerà un collaboratore esterno pagato a cottimo”. “Cioè verrò pagato solo in base ai lavori che mi passerete?”. “Esattamente, se le interessa continuare la sua collaborazione con queste condizioni dovrebbe passare al più presto presso il nostro ufficio a firmare il nuovo contratto che avrà valore di un anno”.
Un senso di vuoto inizia a diffondersi nel mio petto, un vuoto doloroso che aspira ogni sensazione, ogni molecola di ossigeno che ad ogni respiro entra nei miei polmoni. “Benissimo, lunedì verrò da voi a firmare tutte le carte. Buonasera”. Dico con un filo di voce.
La signora Bosio mi risponde con un buonasera standard e mi liquida.
Il mio primo istinto è di gridare e bestemmiare come un animale. Ma non sono mai stato né un grande urlatore né un grande bestemmiatore.
Provo a calmarmi, accendo un’altra sigaretta e mi siedo sul divano e immediatamente arrivo alla ovvia considerazione che le mie entrate mensili precipitano dolorosamente a zero euro. Cerco di riflettere ma la suoneria del cellulare mi blocca. È ancora Maria Grazia: Ehi sei morto? Stasera esci con noi? So che nevica ma i mezzi passano, prendiamo qualcosa al Quadrilatero.
In questo preciso istante ho solo voglia di mandare a quel paese l’intero universo,  chiudermi in casa, farmi di Temgesic e whisky e dormire per due giorni.
Le rispondo cercando di non apparire troppo patetico e vittimista: Non sono morto, ho solo ricevuto una simpatica telefonata. La Arkanes mi ha dato il ben servito e visto il tempo non sono proprio dell’umore per uscire. Scusami.
Vado in cucina a prendere un sorso d’acqua. Ho la gola secca e temo di avere gli occhi lucidi per delle lacrime che a tutti i costi vogliono uscire. Mi sento in balia di correnti avverse ed impotente davanti ai fatti.
Alla disperazione si sta a poco a poco sostituendo la rabbia, una furia irrazionale. Inizio a pensare a molti modi per distruggere il palazzo coperto dallo smog della Arkanes, penso a crocifiggere Francesca Bosio e tutto il suo ufficio su croci fatte con il metallo degli schedari, penso a come avvelenare il cibo e l’acqua della mensa aziendale, ad organizzare boicottaggi dei loro libri etc.
Il cellulare mi salva da questo flusso di pensieri stupidi. È ancora Maria Grazia: Ma senti, se portassimo due pizze, due birre e ci auto invitassimo a casa tua? Stasera io e Fede non abbiamo molta voglia di star sole. Lei sta male di suo, io ho litigato con Arturo e vorremmo stare un po’ in compagnia.
Come una cannonata improvvisa, riesplode in me l’entusiasmo e la voglia di vivere. Le rispondo subito definendomi onorato e più che felice di ospitare nella mia umile dimore due splendide ragazze in cerca di conforto allegando anche l’indirizzo di casa. Maria Grazia risponde che alle nove saranno da me.
Guardo l’orologio nervoso sono appena le cinque. Ho quattro ore per sistemare casa e me stesso, comprare qualche stuzzichino per il dopocena e sigarette in abbondanza per tutti.
Apro il frigo e gli stipetti, compilo rapidamente una breve lista della spesa dopo di che scatto rapidamente verso il salottino.
Nella vetrinetta dei liquori la bottiglia di Caol Ila 18 anni acquistata prima di partire, con il proposito di aprirla per una grande occasione è li pronta per essere bevuta, sperando che le fanciulle gradiscano il whisky.
Indosso rapidamente il mio giubbotto pesante e scappo verso la Coop qui vicino. Fuori la neve cade bianchissima e copiosa.

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Benritrovati…

Dario | 2 luglio 2008

Benvenuti su queste pagine.

Inizia oggi il progetto DarkShine, un’evoluzione del mio precedente Blog “L’Angolo dell’Emigrante”.

Questo sito nasce da un’esigenza di cambiamento che sentivo ormai da tempo. L’Angolo dell’Emigrante era una specie di diario della mia permanenza torinese, una raccolta di frammenti della mia vita unito a deliri più o meno coerenti riguardanti la politica italiana o altri miei interessi. Ed è proprio questo ultimo aspetto che voglio enfatizzare in questo nuovo sito. Un angolo che ospiterà articoli, scritti, link e tanto altro su quelle che sono le mie passioni o su quello che giornalmente colpisce la mia attenzione.Non sarà un blog, un diario virtuale, ma questo spazio vuole essere il mio taccuino di appunti on line fruibile da chiunque sia interessato o da chiunque abbia piacere a leggere i miei scritti(In questo caso il piacere è reciproco).

Ovviamente ogni commento, critica e discussione per migliorare il sito sono bene accetti, così come eventuali critiche alle mie parole ed ai contenuti che riporterò.

Bene che altro dire ? Non mi resta che augurare a tutti voi buona lettura e un benritrovati su queste pagine!!!

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Le Mani sulla Stampa

Dario | 29 aprile 2008

Nel 2003 aveva varato una legge che ampliava i
diritti dei giornalisti, abolendo la
legislazione repressiva dei media votata dalla
Duma. Ora a cinque anni di distanza Vladimir
Putin ha dato il suo placet silenzioso ad una
nuova legge che crea nuove restrizioni per i
media russi. Nel 2003 i giornali potevano essere
un valido supporto alla “guerra di stato” contro
il terrorismo ceceno, oggi ficcano il naso dove
non dovrebbero….continua

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Messaggio Political-Poetico

Dario | 21 aprile 2008
April is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera

(Tratto da "The Waste Land" di T.S. Eliot)

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