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	<title>DarkShine</title>
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	<description>Cultura, Scrittura, Fumetti, Sigari, Passioni e Contraddizioni</description>
	<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 10:17:06 +0000</pubDate>
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		<title>La Foresta e l&#8217;albero</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 10:17:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è chi guarda soltanto all&#8217;albero e chi è responsabile della foresta. È normale che un individuo e una famiglia guardino all&#8217;albero della propria felicità ed è normale che una classe dirigente si dia carico dei problemi dell&#8217;intera foresta, la faccia potare, ne faccia tagliare le piante secche e ne faccia germogliare nuovi arbusti. Ciò che non è normale è una classe dirigente che guardi anch&#8217;essa soltanto ad un suo albero mandando tutto il resto in malora. Ciò che non è normale è quando il senso civico si trasforma in puro egoismo e localismo e i paesi si cingono di torri e porte e mura merlate e difendono il territorio dalla contaminazione degli altri. Una Chiesa cristiana dovrebbe denunciare chi compie questa strage dell&#8217;impegno civico. La coscienza nazionale dovrebbe denunciarla. <strong>Eugenio Scalfari oggi su Repubblica</strong></p>
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		<title>E&#8217; un brutto giorno per la democrazia</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 11:41:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Notizie e politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Fin da piccolo mi è sempre stato insegnato che esistono delle regole e che queste non devono mai essere violate. Non rubare, non picchiare i tuoi compagni di classe, timbra sempre il biglietto sul bus e così via. Tutta una serie di piccoli comportamenti che dovevano assicurare la mia integrazione in una società governata da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fin da piccolo mi è sempre stato insegnato che esistono delle regole e che queste non devono mai essere violate. Non rubare, non picchiare i tuoi compagni di classe, timbra sempre il biglietto sul bus e così via. Tutta una serie di piccoli comportamenti che dovevano assicurare la mia integrazione in una società governata da un enorme corpus di regole per la convivenza civile.<br />
Ma leggendo i giornali di queste ultime ore, sembra che non tutti la pensino così.<br />
Il principale partito di governo ha violato le regole, ha saccheggiato il santuario della vita democratica di una nazione, la tornata elettorale.<br />
I fatti sono noti. In Lombardia e nel Lazio, le liste che sostenevano i due candidati del Popolo delle Libertà sono state presentate in modo irregolare. Questo fatto avrebbe portato, nel caso della Lombardia, all&#8217;esclusione del presidente uscente Formigoni dalla competizione e nel caso del Lazio a perdere i voti di Roma e provincia.<br />
Ci si sarebbe trovati in una situazione paradossale, ove il partito di maggioranza relativa non avrebbe potuto concorrere in una competizione elettorale in due regioni chiave, creando una grave anomalia.<br />
Un caso di così grave sciatteria politica non si era mai visto a memoria d&#8217;uomo, se si esclude un caso simile, ma  molto più circoscritto, in Molise nel 2005.<br />
A rigor di logica, in questi casi, la decisione sull&#8217;ammissibilità o meno delle liste alla competizione elettorale spetta in primo luogo alla Corte d&#8217;Appello e in seconda istanza alla magistratura amministrativa.<br />
I primi pronunciamenti dei giudici in questo caso sono stati negativi, in virtù di una serie di vizi di forma nella presentazione delle liste elettorali.<br />
Ma invece di riconoscere le regole, il governo ha deciso di agire con arroganza, varando una decreto legge &#8220;interpretativo&#8221; per far riammettere le liste escluse, decreto prontamente firmato da Giorgio Napolitano, novello Vittorio Emanuele III.<br />
Il decreto &#8220;ad listam&#8221; renderà formali i pronunciamenti del TAR riguardo l&#8217;ammissione delle liste incriminate. I tribunali non potranno che applicare l&#8217;interpretazione fornita dal governo e creata &#8220;ad hoc&#8221; per questo caso.<br />
Ci troviamo davanti ad un momento gravissimo per il nostro paese. Per coprire delle evidenti negligenze sono state aggirate e modificate le regole che garantiscono il corretto esercizio del diritto di voto e tutto questo senza che il partito colpevole di questo vulnus democratico, chiedesse scusa, quanto meno ai propri elettori.<br />
Il governo ha appena perpetrato un vero e proprio abuso di potere, creando un pericoloso precedente ma soprattutto rafforzando l&#8217;idea che in questo paese, violare la regole, non solo è permesso ma è addirittura incoraggiato, se fatto per i propri scopi.<br />
Da cittadino, titolare del diritto\dovere di voto, da oggi decido volontariamente di non esercitare più questo mio diritto, almeno fino a quando ci saranno questi partiti al potere.<br />
Non ritengo sia mia dovere esercitare il diritto di voto quando lo stato di diritto e le regole vengono piegate e sono sacrificabili.<br />
Non mi riconosco più in istituzioni che garantiscono impunità e coloro che violano le regole base della democrazia.<br />
Non mi interessa votare per un sistema democratico &#8220;pieghevole&#8221; e protesto nell&#8217;unico modo che ritengo appropriato alle circostanze.<br />
Del resto è stato lo stesso Presidente del Consiglio, nel 2006 a suggerire una cosa simile, ricordate il suo grande slogan &#8220;Restate a casa per mandarli a casa&#8221;?.</p>
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		<title>&#8220;Lo Scherzo Infinto&#8221; 5° puntata</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 16:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Puntate precedenti
1°puntata
2°puntata
3°puntata
4°puntata
Ha iniziato a nevicare. La neve è quasi impercettibile alla vista ma la vedo. Cade lentissima e silenziosa. Già un primo strato quasi trasparente color bianco latte inizia ad apparire sull&#8217;asfalto e sulle auto parcheggiate.
Per la strada non passa nessuno. Dalla finestra della mia camera da letto, fisso come ipnotizzato il sottile strato di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Puntate precedenti<br />
<a href="http://dario.ganci.eu/2009/11/12/lo-scherzo-infinito-1%C2%B0-puntata/">1°puntata</a><br />
<a href="http://dario.ganci.eu/2009/11/12/lo-scherzo-infinito-1%C2%B0-puntata/">2°puntata<br />
</a><a href="http://dario.ganci.eu/2009/11/28/lo-scherzo-infinito-3%C2%B0-puntata/">3°puntata</a><br />
<a href="http://dario.ganci.eu/2009/12/06/%E2%80%9Clo-scherzo-infinito%E2%80%9D-4%C2%B0-puntata/">4°puntata</a></p>
<p>Ha iniziato a nevicare. La neve è quasi impercettibile alla vista ma la vedo. Cade lentissima e silenziosa. Già un primo strato quasi trasparente color bianco latte inizia ad apparire sull&#8217;asfalto e sulle auto parcheggiate.<br />
Per la strada non passa nessuno. Dalla finestra della mia camera da letto, fisso come ipnotizzato il sottile strato di neve che si fa sempre più consistente minuto dopo minuto. Ora i fiocchi son più grossi e diventano visibili, li vedo scendere sempre più lenti e il loro moto ondulante mi affascina, come se fosse qualcosa di strano.<br />
Del resto io, ragazzo nato e cresciuto in riva il mare nel profondo sud dell&#8217;Italia non sono propriamente un esperto di nevicate.<br />
Ne ricordo una, durante la mia infanzia. Durò pochi minuti, giusto il tempo di lasciare in strada e nella veranda di casa mia un piccolissimo, quasi impercettibile, strato di neve che si sciolse però nel giro di mezz&#8217;ora.<br />
All&#8217;epoca la cosa mi rallegrò, così come mi rallegra questa nevicata che va ad intensificarsi.<br />
La neve ha il potere di rendere tutto più bello, forse perché copre le brutture con il suo colore candido o forse perchè c&#8217;è un qualcosa di misterioso che scatta nel nostro cervello alla vista di quei bianchi fiocchi.<br />
Un&#8217;auto passa lentamente lungo la strada lasciando due solchi non troppo profondi nella neve ancora morbida e sottile.<br />
Ha spezzato l&#8217;incantesimo che mi teneva legato al freddo vetro della mia finestra. Sono così sereno che potrei anche sorridere sinceramente.<br />
Fuori nevica, il mio cellulare suona più di una volta al giorno e ho terminato il lavoro per il professore Merusengo. Ho impiegato due giorni, fisso davanti a quello schermo, con i vecchi libri ammuffiti e polverosi e con una dose notevole di sigarette e whisky.<br />
Ogni tanto, qualche messaggio di Maria Grazia o Federica, interrompeva la mia trance ma si trattava di interruzioni piacevoli, visti anche i soggetti in questione.<br />
Il malloppo di centocinquanta pagine, annotato, glossato e corretto è stato spedito al simpatico professore che mi ha promesso in tempi brevissimi il pagamento, caso strano per l&#8217;università.<br />
Il cellulare suona nel mio piccolo salotto, mentre vado mi accendo una sigaretta e mi colloco comodamente sul divano con in mano il piccolo aggeggio elettronico.<br />
Le nubi che da giorni si stavano ammassando all&#8217;orizzonte a quanto pare son diventate tempesta. Maurizio, che da ben sei anni era fidanzato con la bella Federica, ha piantato quest&#8217;ultima un mesetto fa con una patetica e commovente mail nella quale affermava di “sentire il bisogno di far chiarezza con se stesso e di definire la sua funzione all&#8217;interno di una coppia”. Credo che un burocrate non avrebbe saputo trovare frase più fredda per mollare la propria ragazza.<br />
Inoltre il simpaticone ha deciso persino di sposarsi con una fanciulla di Asti e di non voler mettere più piede a Torino.<br />
Il messaggio che mi è appena arrivato da Maria Grazia è abbastanza esplicito, recita testualmente: <em>Cercasi volontari, preferibilmente maschi, bene armati di oggetti contundenti per spedizione punitiva tipo fascista in quel di Asti.</em> Non riesco a trattenere una risata.<br />
Non conosco questo Maurizio, ma per mollare Federica dopo sei anni dev&#8217;essere davvero un coglione. Rispondo velocemente:<em> Metto a disposizione la mia persona, la sbarra per asciugamani in puro acciaio del mio bagno ed eventualmente armi da fuoco per la sacra punizione.</em><br />
Spengo la sigaretta ed attendo la risposta di Maria Grazia che arriva puntualissima dopo pochi secondi:<em> Considerati arruolato. </em><br />
Sto per risponderle ma il cellulare inizia a suonare. Il numero ha il prefisso di Torino e mi sembra familiare. “Pronto?”. “Pronto! Parlo con il signor Catalano Francesco?”. Mi risponde dall&#8217;altro lato una voce fredda anonima e formale. “Sono io, con chi parlo?”. “Salve signor Catalano, sono Antonietta Bosio dell&#8217;ufficio del personale della Arkanes”. “Mi dica” dico sospettoso. Una sensazione ambivalente mi invade. Da un lato sento un nuovo lavoro in arrivo, dall&#8217;altro un qualcosa che mi sta per entrare violentemente nel fondo schiena. “La chiamo per comunicarle che il nostro ufficio ha deciso di modificare i termini della sua collaborazione presso la nostra casa editrice”. Taccio un secondo e trovo la forza per dire. “Ah bene, cosa avete deciso? Mi alzate lo stipendio?”. Dico con tono vagamente ironico e allegro. “Niente di tutto questo”. La voce della burocrateAntonietta Bosio non ha un sussulto, rimane fredda e monocorde. “Dal mese prossimo le verrà sospeso il pagamento dell&#8217;emolumento mensile da parte della Arkanes e diventerà un collaboratore esterno pagato a cottimo”. “Cioè verrò pagato solo in base ai lavori che mi passerete?”. “Esattamente, se le interessa continuare la sua collaborazione con queste condizioni dovrebbe passare al più presto presso il nostro ufficio a firmare il nuovo contratto che avrà valore di un anno”.<br />
Un senso di vuoto inizia a diffondersi nel mio petto, un vuoto doloroso che aspira ogni sensazione, ogni molecola di ossigeno che ad ogni respiro entra nei miei polmoni. “Benissimo, lunedì verrò da voi a firmare tutte le carte. Buonasera”. Dico con un filo di voce.<br />
La signora Bosio mi risponde con un buonasera standard e mi liquida.<br />
Il mio primo istinto è di gridare e bestemmiare come un animale. Ma non sono mai stato né un grande urlatore né un grande bestemmiatore.<br />
Provo a calmarmi, accendo un&#8217;altra sigaretta e mi siedo sul divano e immediatamente arrivo alla ovvia considerazione che le mie entrate mensili precipitano dolorosamente a zero euro. Cerco di riflettere ma la suoneria del cellulare mi blocca. È ancora Maria Grazia:<em> Ehi sei morto? Stasera esci con noi? So che nevica ma i mezzi passano, prendiamo qualcosa al Quadrilatero. </em><br />
In questo preciso istante ho solo voglia di mandare a quel paese l&#8217;intero universo,  chiudermi in casa, farmi di Temgesic e whisky e dormire per due giorni.<br />
Le rispondo cercando di non apparire troppo patetico e vittimista: <em>Non sono morto, ho solo ricevuto una simpatica telefonata. La Arkanes mi ha dato il ben servito e visto il tempo non sono proprio dell&#8217;umore per uscire. Scusami. </em><br />
Vado in cucina a prendere un sorso d&#8217;acqua. Ho la gola secca e temo di avere gli occhi lucidi per delle lacrime che a tutti i costi vogliono uscire. Mi sento in balia di correnti avverse ed impotente davanti ai fatti.<br />
Alla disperazione si sta a poco a poco sostituendo la rabbia, una furia irrazionale. Inizio a pensare a molti modi per distruggere il palazzo coperto dallo smog della Arkanes, penso a crocifiggere Francesca Bosio e tutto il suo ufficio su croci fatte con il metallo degli schedari, penso a come avvelenare il cibo e l&#8217;acqua della mensa aziendale, ad organizzare boicottaggi dei loro libri etc.<br />
Il cellulare mi salva da questo flusso di pensieri stupidi. È ancora Maria Grazia: <em>Ma senti, se portassimo due pizze, due birre e ci auto invitassimo a casa tua? Stasera io e Fede non abbiamo molta voglia di star sole. Lei sta male di suo, io ho litigato con Arturo e vorremmo stare un po&#8217; in compagnia. </em><br />
Come una cannonata improvvisa, riesplode in me l&#8217;entusiasmo e la voglia di vivere. Le rispondo subito definendomi onorato e più che felice di ospitare nella mia umile dimore due splendide ragazze in cerca di conforto allegando anche l&#8217;indirizzo di casa. Maria Grazia risponde che alle nove saranno da me.<br />
Guardo l&#8217;orologio nervoso sono appena le cinque. Ho quattro ore per sistemare casa e me stesso, comprare qualche stuzzichino per il dopocena e sigarette in abbondanza per tutti.<br />
Apro il frigo e gli stipetti, compilo rapidamente una breve lista della spesa dopo di che scatto rapidamente verso il salottino.<br />
Nella vetrinetta dei liquori la bottiglia di Caol Ila 18 anni acquistata prima di partire, con il proposito di aprirla per una grande occasione è li pronta per essere bevuta, sperando che le fanciulle gradiscano il whisky.<br />
Indosso rapidamente il mio giubbotto pesante e scappo verso la Coop qui vicino. Fuori la neve cade bianchissima e copiosa.</p>
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		<title>“Lo Scherzo Infinito” 4° puntata</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 13:55:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Parole in libertà]]></category>

		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<category><![CDATA[Dario Ganci]]></category>

		<category><![CDATA[Romanzo a puntate]]></category>

		<category><![CDATA[Torino]]></category>

		<category><![CDATA[“Lo Scherzo Infinito”]]></category>

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		<description><![CDATA[Puntate precedenti:
1°puntata
2°puntata
3°puntata

Penso che i circoli ARCI siano fatti in serie.
Hanno tutti quell&#8217;aria un po&#8217; dismessa, da ex locale abbandonato e poi rimesso in sesto alla buona, con materiali scadenti ed una buona mano di di pittura per farli sembrare nuovi.
Il circolo ARCI di piazza Santa Giulia non fa ovviamente eccezione. Appena entrato un uomo dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Puntate precedenti:</p>
<p><a href="http://dario.ganci.eu/2009/11/12/lo-scherzo-infinito-1%C2%B0-puntata/">1°puntata</a><br />
<a href="http://dario.ganci.eu/2009/11/12/lo-scherzo-infinito-1%C2%B0-puntata/">2°puntata<br />
</a><a href="http://dario.ganci.eu/2009/11/28/lo-scherzo-infinito-3%C2%B0-puntata/">3°puntata</a><a href="http://dario.ganci.eu/2009/11/12/lo-scherzo-infinito-1%C2%B0-puntata/"><br />
</a><a href="http://dario.ganci.eu/2009/11/19/lo-scherzo-infinito-2%C2%B0-puntata/"></a></p>
<p>Penso che i circoli ARCI siano fatti in serie.<br />
Hanno tutti quell&#8217;aria un po&#8217; dismessa, da ex locale abbandonato e poi rimesso in sesto alla buona, con materiali scadenti ed una buona mano di di pittura per farli sembrare nuovi.<br />
Il circolo ARCI di piazza Santa Giulia non fa ovviamente eccezione. Appena entrato un uomo dal sorriso cordiale e dai tatuaggi aggressivi mi sorride e mi chiede la tessera che io prontamente gli schiaffo in faccia con un gesto delicato ma allo stesso tempo deciso.<br />
Entro nel salone principale, un fuoco smorto arde nel camino e, seduti ai traballanti tavoli di legno e formica, decine di persona chiacchierano rumorosamente degli affari loro.<br />
Quattro ragazzoni urlano e sbraitano attorno al calcio balilla al centro della stanza e nell&#8217;altra sala si odono altre urla di ragazzi probabilmente impegnati in un&#8217;avvincente partita di Taboo.<br />
Sono un po&#8217; confuso, ho già bevuto una birra da 66 cl ed un whisky, per trovare il coraggio di uscire di casa ed andare in un covo di gente estranea e potenzialmente ostile.<br />
“Francescooooooo” una voce urla il mio nome. La localizzo, è Maria Grazia, sulle ginocchia di un anonimo ragazzo in giacca di pelle e barba incolta. Mi avvicino lentamente al tavolo, le altre occupanti sono donne, il che rende tutto molto più interessante.<br />
Maria Grazia fa le presentazioni. È chiaramente contenta che sono venuto, ed inizio ad esserlo anche io. Prima mi presenta il suo uomo, se vogliamo chiamarlo così. Si chiama Arturo, ha solo ventitré anni ed ha un&#8217;aria parecchio sciatta.<br />
“Anche tu nello schifoso mondo universitario?”. Gli dico con un sorriso. “No grazie a Dio no, faccio l&#8217;operaio. Odio studiare con tutto il mio cuore”. Da un lato l&#8217;invidio, probabilmente lavora da cinque anni, avrà sempre denaro in tasca e andrà in pensione molto prima di me. Dall&#8217;altro lo compatisco. Odio cordialmente le persone che affermano di odiare la cultura.<br />
Maria Grazia passa a presentarmi le tre ragazze che l&#8217;accompagnano. La prima si chiama Federica, look aggressivo, capelli tinti di rosso, un tatuaggio che timidamente fa capolino dal collo e vestiti di colore nero. Molto carina, sembra un tipo interessante. Maria Grazia mi dice che è una delle più brillanti laureate in Antropologia dell&#8217;Università di Torino. La seconda ragazza si chiama Francesca, ma a parte il nome non è niente di che, alquanto anonima e, come vuole la logica, è la sorella di Arturo. La terza fanciulla ha per nome Valentina, è alta un metro e cinquanta scarso, magrissima ma con una quarta di seno ed un viso simpatico.<br />
Nella sala serpeggia una musica diffusa da alcuni altoparlanti di infima qualità appesi al soffitto. È “Baba O&#8217; Riley” dei Who e non posso esimermi dal cantare seguito da Maria Grazia e Federica e più timidamente dai due fratelli anonimi che conosco la canzone come “quella di CSI New York”.<br />
Certi colpi di testa non facevano parte della mia vita da un bel pezzo, anzi da quando vivo a Torino. Finita la musica tutti ci sedemmo in imbarazzato silenzio. “E tu cosa fai nella vita?” mi chiede Federica provando a rompere il silenzio. “Al momento il disoccupato. O meglio collaboro con l&#8217;Università ma per pochi soldi e solo saltuariamente”. “E come vivi?”. “Ho messo da parte quasi tutti gli stipendi da dottorando che ho percepito a Messina per avere un fondo di emergenza”. “Ed i tuoi genitori?”. “Loro non hanno molto approvato la mia avventura torinese, sostengono ancora oggi che ho sbagliato. Sognavano per me un radioso futuro di docente universitario, ma non è proprio la mia ambizione e poi, detto tra noi, non so assolutamente insegnare”.<br />
Arturo è visibilmente a disagio, sa di non far parte del mondo di noi giovani di cultura e cerca di ingannare il tempo palpando l&#8217;enorme seno di Maria Grazia, con enorme imbarazzo di lei, o si guarda intorno con finto interesse. “Si è liberato il calcio balilla, dai facciamo qualche partita”. Urla, improvvisamente pieno di vita e rivolto verso di me. “Ma io non so giocare bene”. Rispondo cercando di evitare l&#8217;inevitabile umiliazione. “Ma dai che te ne frega, lo facciamo solo per divertirci e passare il tempo”. Giocando sia con Federica che con Valentina rimedio due sconfitte sette a quattro. Il risultato era scontato ed ora il galletto ignorante gongolava, tenendo sulle sue ginocchia quel fiore di Maria Grazia.<br />
“Bene, dopo il calcio balilla, ora tocca ai giochi d&#8217;ingegno”. Sottraggo da uno scaffale pericolante una scatola di Trivial Pursuit e la porto in tavola. Ma dopo mezz&#8217;ora il risultato è già scontato Francesco sei lauree, Arturo una. Sono soddisfazioni.<br />
Con un sorriso a trentadue denti mi scuso e vado a fumare. Federica mi segue fuori, dove una decina di persone discutono animatamente sui cofani delle auto parcheggiate, usandole anche come poggia bicchieri. Tiro fuori il mio pacchetto di Gauloises rosse e Federica con un sorrisino me ne scrocca una e da bravo gentiluomo gliela accendo con il mio Zippo vecchio.<br />
Il freddo è pungente ma perlomeno non piove. “Sai che sei un tipo strano?”. Mi fa Federica. “E tu hai dei tatuaggi splendidi”. “Oh grazie, ne ho ben tredici in parecchi posti”. “Qualche volta me li farai vedere” dico con una punta di malizia. “Sfacciatone!”. Mi urla dandomi un buffetto. Oltre ad essere carina e dolce Federica mi affascinava per la limpidezza del suo atteggiamento, una limpidezza ai confini dell&#8217;ingenuità. “Ovviamente scherzavo Fede, non potrei mai chiederti seriamente di poter ammirare tutti i tuoi tatuaggi”. “Io non ci vedo nulla di male, però ovviamente con persone con le quali ho confidenza”. Federica sorride timidamente e tira una grossa boccata di fumo, espirandolo poi con delicatezza.<br />
Le contraddizioni di questa ragazza mi affascinano porca miseria, la conosco appena ma anche lei, come Maria Grazia, ha qualcosa di speciale. “A cosa pensi?”. Mi dice all&#8217;improvviso dopo qualche minuto di silenzio. “Mi domandavo come fa una ragazza carina e intelligente come Maria Grazia a stare con quel tipo?”. Federica mi guarda con uno sguardo interrogativo e accigliato. “Ma se non lo conosci neanche Arturo? Come fai a giudicare”. “Hai ragione però, così ad una prima occhiata mi sembrano completamente diversi”. Lo sguardo accigliato di Federica si trasforma in una grassa risate. “Si nota vero? Non c&#8217;entrano nulla, sono l&#8217;acqua e il fuoco. Credimi conosco Maria Grazia da quasi sei anni ed ha avuto sempre sfiga con i ragazzi. Arturo è solo l&#8217;ultimo della serie e neanche il più bello e affascinante”. “E allora perchè lei sta ancora con lui?”. “Semplice! Per non stare sola, Maria Grazia ha sempre bisogno di sostegno, di avere qualcuno accanto. Purtroppo quando ha le sue crisi incontra sempre un uomo che non le assomiglia”. “Ho notato” dico buttando a terra la cicca. “E tu Fede? Anche tu hai bisogno di avere qualcuno accanto”. La mia domanda era impertinente e mirata a scoprire di più su di lei e lei lo capì subito. “Fino al mese scorso ero fidanzata con un tizio un po&#8217; strambo, un musicista che si atteggiava a poeta maledetto con il brutto vizio di non esserlo. Era alla fine un borghesuccio abbastanza anonimo. Peccato che ho sprecato ben sei anni della mia vita con lui”. Federica si innervosisce, la storia è ancora troppo fresca. “Scusa Fede, non sapevo. Ti offro qualcosa mi faccio perdonare?”. Continuo. “No no tranquillo. È solo che è finita in maniera così strana che non lo capisco bene”. “Com&#8217;è finita?”. “Anzi no scusa, non sono affari miei”. Continuo imbarazzato, cercando di rimediare alla mia lingua troppo lunga. “Ma figurati, anzi mi farebbe bene parlarne”. Porgo un&#8217;altra sigaretta a Federica, lei recupera dalla borsetta l&#8217;accendino. Entro dentro e prendo due birre piccole in disgustosi bicchieri di carta.<br />
Ci appartiamo un attimo, sotto un lampione giallo mi fa. “C&#8217;è poco da dire ahimè. Tornando nell&#8217;appartamento che condividevamo ho trovato un suo biglietto scritto al pc con su scritto che tornava ad Ivrea dai suoi genitori e che avevo una settimana per lasciare l&#8217;appartamento. Furiosa l&#8217;ho chiamato al cellulare per esigere chiarimenti e mi ha risposto semplicemente che non mi amava più e che era finita. Io l&#8217;ho ricoperto di insulti e gli ho sbattuto il telefono in faccia e la sai la beffa? Proprio l&#8217;altro giorno ha inviato a casa mia in Sardegna le partecipazioni al suo matrimonio che sarà tra sei mesi. Lui, l&#8217;uomo che non credeva ai legami ufficiali si sposa. Ma vaffanculo!”. Federica lascia cadere la borsetta in terra ed inizia a singhiozzare.<br />
Recupero la borsa e li sull&#8217;asfalto umido trovo due scatole stropicciate. Le guardo con curiosità, una era una confezione ancora intonsa di TAD 600 e l&#8217;altra era la fin troppo nota confezione di Temgesic, con all&#8217;interno solo una pillola. Avevo in mano una borsetta che sembrava la fotocopia di quella della mia ex dottoressa. Mi alzo tenendo in mano i farmaci e le sorrido. Lei sembra imbarazzata e accenna un sorriso tra le lacrime, quasi a giustificarsi.</p>
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		<title>&#8220;Lo Scherzo Infinito&#8221; 3° puntata</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Nov 2009 16:41:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
		
		<category><![CDATA["Lo Scherzo Infinito"]]></category>

		<category><![CDATA[Parole in libertà]]></category>

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		<category><![CDATA[Dario Ganci]]></category>

		<category><![CDATA[Romanzo a puntate]]></category>

		<category><![CDATA[Torino]]></category>

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		<description><![CDATA[Puntate precedenti:
1°puntata
2°puntata
Non so bene perchè mi trovo qui, o meglio dentro di me lo so.
Si è trattato di un singulto di disperazione, un colpo alla cieca, un gesto dettato dall&#8217;irrazionalità e dall&#8217;avventatezza. Qui in questo bar tutto neon, vetro e acciaio si respira un&#8217;atmosfera deprimente, attorno a me decine di persone celebrano il quotidiano rito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Puntate precedenti:</p>
<p><a href="http://dario.ganci.eu/2009/11/12/lo-scherzo-infinito-1%C2%B0-puntata/">1°puntata</a><br />
<a href="http://dario.ganci.eu/2009/11/19/lo-scherzo-infinito-2%C2%B0-puntata/">2°puntata</a></p>
<p>Non so bene perchè mi trovo qui, o meglio dentro di me lo so.<br />
Si è trattato di un singulto di disperazione, un colpo alla cieca, un gesto dettato dall&#8217;irrazionalità e dall&#8217;avventatezza. Qui in questo bar tutto neon, vetro e acciaio si respira un&#8217;atmosfera deprimente, attorno a me decine di persone celebrano il quotidiano rito dell&#8217;aperitivo serale, un qualcosa di indefinibile e di rinunciabile per i torinesi di ogni età e classe sociale, un gustoso vezzo per me.<br />
Davanti a me in questo minuscolo e appiccicoso tavolino una ragazza che fino a ieri era una totale e completa sconosciuta. Me l&#8217;aveva presentata il professore Merusengo durante la mia visita al suo studio. Mentre mi stava amorevolmente rimbrottando sul ritardo del lavoro sulla cucina delle Langhe, la porta si aprì e fecero il loro ingresso due nuovi personaggi. Il primo in ordine di apparizione fu Augusto Torresan, docente associato di Storia della Critica Letteraria. Un uomo senza dubbio singolare, dal look molto retrò e dall&#8217;abbigliamento classicheggiante. In parole povere mi sembrava di avere davanti la brutta copia di Nietzsche, quello che si vede spesso nelle illustrazioni e nelle foto dei libri di filosofia. Capello nero mosso, pizzetto folto, con annessi baffoni, rigorosamente neri e pettinati, volto arcigno e spigoloso, sempre perennemente incazzato. Dietro di lui entrò nella stanza Maria Grazia, la fanciulla che ora è qui innanzi a me intenta a divorare un grosso pezzo di appetitosa focaccia con il lardo.<br />
Il professore Merusengo fece le presentazioni dopo di che iniziò a parlare con il suo collega, lasciandomi implicitamente il compito di intrattenere la ragazza. Fu lei ad attaccare discorso per prima. “Sei un dottorando del professore?”. Mi chiese. “No no”. Risposi di getto, senza neanche pensarci. “Ho già dato con il dottorato presso l&#8217;università nel quale mi sono laureato. Sono solo un collaboratore esterno”. “Ah si? Dove ti sei laureato?”. “Messina, ho scritto una tesi su Vincenzo Consolo, che mi ha degnato della sua presenza alla discussione”. Dissi mostrando un orgoglio un po&#8217; spropositato e fuori luogo. Gli occhi di lei ebbero un bagliore quasi sinistro. Le mie parole avevano colpito. “Poi ho vinto il dottorato e ho ampliato il mio lavoro andando a studiare i principali scrittori siciliani di questo secolo”. “Affascinante, anche se un po&#8217; campanilista” commentò lei sorridendo. “Ma scusami, sono proprio imperdonabile e villano. Ti ho enumerato i miei meriti accademici senza neanche presentarmi. Sono Francesco Catalano, per tutti Ciccio”.<br />
La parte del gentleman di solito mi riusciva benissimo e anche stavolta non sbagliai. “Io sono Maria Grazia Miraglia, e sono di origini siciliane, i miei sono di Palermo”. Sai che novità, Torino era piena di immigrati di prima, seconda e anche terza generazione, tutta gente scappata verso l&#8217;eldorado piemontese, verso sogni che più o meno si sono realizzati.<br />
Oltre ad essere siciliana di sangue la ragazza era anche discretamente carina, non troppo alta, circa un metro e sessanta, fisico robusto, seno prosperoso, ma il suo punto di forza era sicuramente il volto che ispirava simpatia alla prima occhiata, merito forse di quelle guanciotte paffute e di quegli occhioni vivaci che le cesellavano il viso.<br />
Iniziammo a chiacchierare del più e del meno, senza troppi intellettualismi e senza troppe reminiscenze nostalgiche. Del resto nei momenti di lucidità sarei capacissimo di parlare con un lampione, figurarsi con una ragazza carina e intellettualmente dotata.<br />
Alla fine della discussione, senza neanche rifletterci sputai fuori un “Ti va un aperitivo domani sera?”. E lei, lesta e sorridente, annuì fissando persino l&#8217;appuntamento alle sette e mezza in un bar a me sconosciuto di piazza Vittorio Veneto.<br />
Ed eccomi qua, a mangiucchiare cibo vario e riscaldato, a togliere dal mio whisky i cubetti di ghiaccio che qualche barman ignorante ha pensato bene di far scivolare nel bicchiere e ad ascoltare la dolce voce di Maria Grazia.<br />
“Lo sai che sei un tipo strano?”. Mi fa indicando la montagnola di cubetti di ghiaccio che si ergeva su un tovagliolo di carta alla mia destra. “Io ho sempre saputo che il whisky si beve con ghiaccio”. “E&#8217; un mito tutto americano. I bourbon e i whisky americani in genere, avvicinandosi come gusto più al petrolio che ad un nobile distillato, possono essere serviti con ghiaccio, anche solo per renderli più bevibili. Ma un single malt scozzese come questo Lagavulin va servito insieme ad un bicchiere di acqua ghiacciata”. Dissi accigliato. “Te ne intendi eh?”. “Naaaa sono solo un amante del whisky ma non sono un esperto. Sono molto pignolo su queste cose anche un po&#8217; inutili. Al contrario sulle cose veramente importanti tendo ad essere un po&#8217;, come dire, superficiale”.<br />
Bevo una sorsata di whisky, cercando di assaporarne con la lingua il gusto torbato, aspettando che lei finisca di masticare. Non ha molta grazia nel mangiare, ma sicuramente io non sono la persona più indicata per giudicare il galateo degli altri. “Allora cosa ti porta a Torino? Non potevi iniziare una carriera accademica giù a Messina?”. “Non è proprio la mia massima aspirazione fare il docente. Il mio sogno è di vivere scrivendo, un sogno puerile, ma che ho da quando sono bambino”.<br />
Lei è visibilmente impressionata, mi batto le mani e faccio i complimenti al mio cervello per queste frasone ad effetto. “Hai scelto una strada difficile, forse era meglio insegnare”. Maria Grazia sorride e beve un po&#8217; del suo Mohito annacquato rosicchiando un po&#8217; i frammenti di ghiaccio pestato con un movimento della lingua che trovo molto sexy.<br />
“E&#8217; per questo che sono qui, sono venuto qui, in una delle patrie dell&#8217;editoria italiana, per cercare di realizzare questo sogno. Mi sono imposto questa sfida. Ho affittato una casa per un anno e mi son trasferito puntando tutto su me stesso”. La frase risuonò troppo altisonante persino per le mie orecchie. Forse perchè le mie orecchie sapevano benissimo che stavo mentendo spudoratamente, ma Maria Grazia no.<br />
“E com&#8217;è andata finora?”. “Direi male”. Dico sorridendo. “Ho trovato ben poco lavoro ed ho un po&#8217; di pudore a spedire i miei scritti a qualche casa editrice”. “Ma sei scemo? Ma provaci, al massimo ti dicono no. Che ti costa?”. Mi fa lei in preda ad una finta ira. “Non mi costa nulla a parte qualche ferita nell&#8217;orgoglio”.<br />
Mi liquida con un sorriso e un&#8217;alzata di spalla e scappa verso il buffet del bar.<br />
La osservo mentre cammina e mentre con grazia si intrufola tra la folla accampata nei pressi delle vivande. Torna poco dopo con due piattini di plastica pieni di cibi vari. La osservo con attenzione, è carina, non bella, ma con un suo fascino.<br />
Ringrazio con un sorriso per il piatto e inizio a mangiare di gusto. “Secondo me dovresti guardarti di più attorno, essere più fattivo”, continua a dire con quel sorriso perennemente stampato sulle labbra.<br />
Dentro di me due forze combattono, una mi dice di provarci subito, l&#8217;altra mi invita alla prudenza. Decido di seguire i consigli del mio temperamento prudente. “Decisamente si, del resto con il professore Merusengo non sto facendo tutta questa esperienza. Sto imparando molto sulla cucina delle Langhe, ma non mi vedo per niente nei panni di un cuoco di osteria”. Continua a sorridere.<br />
Cazzo, quel sorriso è bastardo, caloroso, invitante, quelle labbrone enormi ispirano baci e tenerezze. Devo resistere, devo fare la persona seria.<br />
“Se vuoi posso chiedere a Torresan se ha qualche lavoretto per te. Credo che un docente di Critica Letteraria sia più confacente ai tuoi studi piuttosto che uno di Etnologia”. “Parole sante mia cara”. Dico sorridendo e porgendo il bicchiere di whisky quasi vuoto per un brindisi. “E ovviamente grazie mille per il disturbo”. “Ma figurati!”. Quel dannato sorriso.<br />
Ad un tratto Maria Grazia guarda l&#8217;orologio. “Oh cavolo sono le otto meno un quarto, sono in ritardissimo”. Le tiro un&#8217;occhiata interrogativa. “Dovevo vedermi con il mio ragazzo un quarto d&#8217;ora fa di fronte Palazzo Nuovo”. Alle parole “il mio ragazzo” un qualcosa mi si ruppe dentro. Non che avessi fatto chissà quali pensieri, però cazzo, perchè devono essere tutte fidanzate le donne più carine che incontro? “Tranquillissima, vai pure io finisco il whisky e vado”. “Allora ti lascio i soldi&#8230;”, “Ma non dirlo neanche per scherzo”. La interrompo mentre apre la borsetta. “Ti ho invitato io, quindi offro io”. Lei è imbarazzata è continua a sorridere. “Grazie”. Biascica mentre indossa il pesante giubbotto e il cappello di lana. “Ma senti questo sabato che fai?”. “Nulla di che”.<br />
Posso dirle che i miei sabati torinesi sono fatti di Playstation, Devil May Cry 2, whisky e sigarette fino alla svenimento? Posso dirle che per non pensare al sabato di solito prendo due pasticche di un narcotico per precipitare nell&#8217;incoscienza più totale? No non posso assolutamente.<br />
“Guarda io, il mio ragazzo e alcune mie amiche di solito andiamo in un circolo ARCI in Piazza Santa Giulia, se vuoi passare a bere una birra con noi mi fa solo piacere”. Non so bene cosa rispondere. È il primo invito che ricevo da qualcuno che non sia della mia città e sotto effetto di droghe. “Sarà un piacere per me unirmi alla compagnia. Se poi c&#8217;è pure della buona birra non posso veramente dire di no”. Dico sorridendo sinceramente. “Bene, ci vediamo sabato allora, ora scappo. Ciaoooo”. Maria Grazia si volatilizza lasciandomi solo al bar, con il mio whisky. Mi guardo intorno. Mi sono rotto le palle di questo posto pretenzioso. Vuoto il bicchiere con un sorso, pago e scappo fuori, nel gelo del gennaio torinese. Sono contento, questo sabato forse mi divertirò. Con un sorriso sulle labbra e l&#8217;espressione da ebete corro a prendere un 15 che sta sfrecciando veloce per la piazza.</p>
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		<title>Sfogo&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 22:24:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Forse pochi lo sanno ma domenica sulla prima rete nazionale è andata in onda la vergogna. In realtà dovremmo dire che &#8220;non è&#8221; andata onda. Ma veniamo ai fatti. Nel programma contenitore domenicale di Rai Uno, Domenica In, questa domenica doveva andare in onda un collegamento in diretta con Messina. Nel pomeriggio il sindaco Buzzanca, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Forse pochi lo sanno ma domenica sulla prima rete nazionale è andata in onda la vergogna. In realtà dovremmo dire che &#8220;non è&#8221; andata onda. Ma veniamo ai fatti. Nel programma contenitore domenicale di Rai Uno, Domenica In, questa domenica doveva andare in onda un collegamento in diretta con Messina. Nel pomeriggio il sindaco Buzzanca, Nino Frassica e Gianfranco Agus attendevano con ansia di andare in onda tutti imbellettati. Ma il maestro di cerimonie di Domenica In, Lamberto Sposini, ha bellamente ignorato il collegamento preferendo dare spazio ad argomenti così interassanti e importanti che non vale neanche la pena citarli.</p>
<p>Eh si, il nostro sindaco,  è stato, usando un termine dialettale, &#8221; &#8216;Ghiantato&#8221; (Piantato) ed è rimasto nel teatro Vittorio Emanuele  nell&#8217;attesa, vana,  del fantomatico collegamento.</p>
<p>Per l&#8217;ennesima volta Messina è stata ignorata e, diciamolo pure con una punta di vittimismo molto messinese, bistrattata.</p>
<p>Ma la colpa non è di Lamberto Sposini o di Rai Uno, ma di coloro che in ogni sede istituzionale rappresentano la nostra città, senza distinzione di colore o partito politico.</p>
<p>I politici messinesi negli ultimi mesi si sono distinti per la loro incapacità e per la loro mediocrità. La questione dei fondi per l&#8217;alluvione, clamorosamente bocciati da un governo sulla carta amico è l&#8217;ennesima dimostrazione del peso irrilevante dei nostri politici in ambito nazionale.</p>
<p>Del resto tale classe politica deriva dalla città stessa e ne è espressione, la migliore espressione della mediocrità messinese.</p>
<p>Si perchè Messina è la città della mediocrità, dove il malcostume, la superficialità, il lassismo, sono leggi assolute e dove qualunque prospettiva di miglioramento o semplicemente qualunque cosa bella viene osteggiata perchè farebbe venire a galla il lerciume. Una vera e propria cappa oppressiva costruita e mantenuta ad arte da una classe dirigente che, a quanto pare, sa solo far questo e lamentarsi.</p>
<p>Un&#8217;altra bella definizione della messinesità l&#8217;ha data l&#8217;imprenditore Giuseppe Fotia: &#8220;<em>Se non ci sono dentro e non lo faccio io allora non lo deve fare nessuno, questa è la mentalità messinese</em>&#8220;.</p>
<p>Il quadro che ne deriva da queste semplici e diciamo anche banali riflessioni è fosco, molto fosco. Messina appare come una città paradossale abitata da 250.000 abitanti solo sulla carta. In realtà i messinesi, quelli veri, quelli orgogliosi che amano veramente la loro città e vogliono che si rialzi sono molto, molto pochi. Tutti gli altri e lo dico senza ipocrisia, sono cittadini messinesi solo perchè vi sono nati, non certo perchè amano la città. Costoro non sono altro che cani sciolti, incapaci di andare oltre l&#8217;interesse proprio ed immediato, ignorando concetti quali il bene collettivo o le prospettive di medio periodo. Sono loro il cancro che sta uccidendo Messina.</p>
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		<title>&#8220;Lo Scherzo Infinito&#8221; - 2° puntata</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 18:22:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Puntate Precedenti:
1°puntata
Corso Belgio è una striscia d&#8217;asfalto immersa nella nebbia del mattino. Gli alberi ai bordi addolciscono un tipico paesaggio urbano di tipica metropoli settentrionale. La mattina è fredda ma anche incredibilmente calma. Le otto e mezza, cammino avvolto nel mio cappotto pesante, imbavagliato da una sciarpa troppo leggere per il clima e con in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Puntate Precedenti:</p>
<p><a href="http://dario.ganci.eu/2009/11/12/lo-scherzo-infinito-1%C2%B0-puntata/">1°puntata</a></p>
<p>Corso Belgio è una striscia d&#8217;asfalto immersa nella nebbia del mattino. Gli alberi ai bordi addolciscono un tipico paesaggio urbano di tipica metropoli settentrionale. La mattina è fredda ma anche incredibilmente calma. Le otto e mezza, cammino avvolto nel mio cappotto pesante, imbavagliato da una sciarpa troppo leggere per il clima e con in testa il mio berretto di lana nero e grigio che fa pandan con il cappotto.<br />
Corso Belgio non è per nulla accogliente, immerso in questa luce grigia, triste e puzzolente.<br />
Con la mano nella tasca cerco il fogliettino di carta accuratamente ripiegato che costituisce il motivo di quella passeggiata mattutina. Passo innanzi alla Coop con il parcheggio desolatamente deserto e i carrelli intrisi di freddo e di umido. Due signore accanto a me, di almeno cinquant&#8217;anni borbottano in uno strano idioma che identifico come dialetto piemontese stretto, trascinano i loro carrellini per la spesa dai colori spenti, probabilmente diretti verso il mercatino di corso Chieti.<br />
Attraverso largo Cadore e mi giungono gli odori provenienti dai bar, profumo di cappuccino, di croissant appena sfornato, di caffè corretto con un goccio di sambuca, tutte sensazioni che si mescolano con il puzzo marcescente della nebbia.<br />
Un vecchio tram arancione mi sferraglia accanto facendomi sobbalzare dalla paura.<br />
Il caro buon 15, compagno di tante puntate verso il centro si ferma e riparte subito rumoreggiando. Sembra sia sul punto di rompersi e di frantumarsi in mille pezzi, in realtà è proprio il modello di tram che non può fare a meno di dare questa sensazione. Mentre cammino a passo svelto incrocio alcuni dei passeggeri scesi dal mezzo, ragazzi, uomini di mezz&#8217;età, una decina in tutto, tutti armati di Ipod nelle orecchie insensibili al mondo circostante.<br />
Mi avvicino alla farmacia che si trova praticamente alla fine di corso Belgio, l&#8217;insegna verde lampeggiante neanche si vede nella nebbia, da lontano sento lo scrosciare del Po che proprio da quelle parti accoglie le acque della Dora, l&#8217;altro fiume di Torino. Entro nella farmacia, non ero mai venuto qui, di conseguenza vengo guardato con sospetto dall&#8217;occhialuto farmacista che presidia, come un soldato devoto, il bancone di acciaio e vetro. “Buongiorno, prego mi dica”, dice cortese accennando un sorriso palesemente falso. Senza dire una parola tiro fuori dalla tasca la ricetta bianca e la porgo al farmacista ancora sorridente.<br />
Attento legge quel fogliettino tutto spiegazzato e mi guarda con sguardo interrogativo. “Mi scusi, ma per cosa prende questo farmaco?”. Sapevo che avrei incontrato problemi. Da quando ho intrapreso questa mia piccola truffa al sistema sanitario nazionale mi ero documentato a dovere. “Soffro di un dolore neuropatico, il Temgesic è l&#8217;unico farmaco che riesce a calmarlo, almeno per il momento”. Dissi con voce ferma. “Lei sa che questo è un narcotico?”. Mi chiese ancora il farmacista. Vedevo il suo sguardo, dietro quella orribile montatura, farsi diffidente e interrogativo. “Certo che lo so, lo prendo da quasi un anno”. “Sa che non deve assolutamente assumere alcolici insieme a questo farmaco”. “Guardi, per mia sfortuna conosco tutti i problemi che questo farmaco implica, sa non è bello avere un dolore costante tutti i santi giorni della propria vita e sapere di non poter far nulla”. La sceneggiata, unita alla mia faccia da cervo ferito, funzionavano sempre.<br />
Vidi il volto del farmacista rasserenarsi e addirittura vi intravidi un pizzico di umana comprensione. “Vado a prendere il suo farmaco, sa vista la particolarità, non lo teniamo a portata di mano”. Annuì con un sorriso e mi misi in attesa. Il famigerato Temgesic altro non era buprenorfina cloridrato, un oppiaceo non troppo potente, perfettamente legale e a basso costo. L&#8217;avevo scoperto per sbaglio un paio di anni fa, quando, insieme ad altri due amici e ad una mia ex, tutti studenti di medicina, cercavano nei farmaci risposte per le nostre tipiche inquietudini post adolescenziali. Un bel giorno la mia ex portò ad una delle nostre riunioni un blister con queste magnifiche compresse sublinguali. Fu un&#8217;epifania, l&#8217;effetto stravolse il mio sistema nervoso, dandomi una botta incredibile, da allora divenne un&#8217;abitudine ricorrere alla “magica pillolina” nei momenti di depressione.<br />
Per procurarcele, la mia ex strappò dal ricettario del medico presso il quale faceva tirocinio, alcuni fogli che compilammo.<br />
La prima volta che andai in farmacia con la ricetta bianca, il farmacista per poco non mi buttò fuori a calci nel culo minacciando di chiamare i carabinieri. La volta successiva mi feci furbo e finsi di non sapere nulla del farmaco e di essere una povera vittima delle prescrizioni di un medico troppo geloso del suo sapere per condividerlo con un suo paziente. La scusa a Messina funzionò a dovere, a Torino no purtroppo e dovetti trovare, grazie a svariate ricerche su internet, la scusa del dolore neuropatico. “Ecco a lei, sono tre euro e sessantadue centesimi”, disse il farmacista tornando con la mitica scatoletta bianca. Pagai e sorrisi falsamente. Non sarei più tornato in quella farmacia, dovevo cercarne una più vicina e più discreta.<br />
Infilo la confezione nello zainetto ed esco fuori, nel freddo e nella nebbia puzzolente. Da lontano sento lo sferragliare di un tram in direzione centro. È uno dei modelli nuovi, meno rumorosi e decisamente più comodi. Con uno scatto raggiungo la fermata dall&#8217;altra parte della strada, ignorando e frasi di amore e di amicizia universale rivoltemi dal simpatico guidatore della Ka rossa al quale appositamente taglio la strada.<br />
Il tram è vuoto, adocchio un sedile giallo vomito, accanto l&#8217;obliteratrice e mi accascio con una punta di fiatone. La forma fisica tra alcol e fumo stava andando a puttane. Vorrei andare in palestra, vorrei giocare a calcetto come facevo giù a Messina, vorrei qualcuno con cui andare a correre sul lungo Po, insomma vorrei solo un po&#8217; di umano conforto ma al momento sono circondato dal deserto urbano.<br />
Mi attendeva una giornata piena: appuntamento con il professore Merusengo, per un aggiornamento sullo stato dei lavori, in uno dei luoghi più tristi e squallidi dell&#8217;interno mondo, Palazzo Nuovo, un mostro di cemento e acciaio immerso nel centro di Torino.<br />
Poi un salto all&#8217;Arkanes a San Salvario per vedere se c&#8217;è qualcosa per me, poi pranzo con i miei concittadini in via Mantova, presso la sede della loro prestigiosa azienda. Quest&#8217;ultimo punto all&#8217;ordine del giorno non mi esaltava particolarmente. Sapevo già come sarebbe finita: Pranzo annaffiato da abbondante vino, cannetta dopopranzo e alle quattro più stonato che altro avrei preso il primo mezzo per tornare a casa mentre i miei carissimi concittadini si sarebbe messi a lavoro, a modo loro.<br />
Un rumore attira la mia attenzione, un fruscio che ben presto diventa scroscio violento. Lo immaginavo, sta piovendo. Con sguardo rassegnato prendo dallo zainetto l&#8217;ombrello colorato comprato dal mio senegalese di fiducia in via Po e lo impugno con rabbia. Do uno sguardo alla confezione di Temgesic che giace li, sul fondo dello zaino, tra le penne e il pacchetto di fazzoletti profumati.<br />
Non vedo l&#8217;ora che arrivi stasera per potermela gustare in silenzio nel mio salotto.</p>
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		<title>&#8220;Lo Scherzo Infinito&#8221; - 1° Puntata.</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 17:35:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Ricordo ancora le parole della mia professoressa di Lettere il giorno del diploma “Francesco e ora cosa farai?”. “Lo sa già professoressa, il mio sogno è fare lo scrittore, quindi credo mi iscriverò a Lettere”. “Ma cosa devi fare con la laurea in Lettere? Perchè non ti iscrivi a Giurisprudenza o Medicina? Con una laurea [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ricordo ancora le parole della mia professoressa di Lettere il giorno del diploma “Francesco e ora cosa farai?”. “Lo sa già professoressa, il mio sogno è fare lo scrittore, quindi credo mi iscriverò a Lettere”. “Ma cosa devi fare con la laurea in Lettere? Perchè non ti iscrivi a Giurisprudenza o Medicina? Con una laurea in lettere che lavoro speri di trovare?”. “Professore di Lettere in un liceo?”.<br />
Come aveva ragione la cara professoressa Manganaro a dirmi quelle parole. Schiaffato davanti a quel Computer, diventata ormai un&#8217;estensione elettronica del mio corpo, in una città che odio, senza altra compagnia se non i miei libri e qualche concittadino sempre troppo fatto per comprendere la tristezza dell&#8217;emigrazione.<br />
Su quel monitor quel cursore lampeggiante mi urta il cervello, quasi a ricordarmi che devo darmi da fare. Il professore Merusengo mi ha promesso duecento euro per questo lavoro e detto tra noi quei soldi mi fanno troppo comodo. Certo, curare le note a piè di pagina di un saggio, tutt&#8217;altro che breve, sulla cucina delle Langhe non si può definire un lavoro esaltante.<br />
Perchè non mi fanno fare ricerche su Pavese?<br />
Lui si che era uno scrittore con le palle e parlava delle Langhe nei suoi romanzi.<br />
No a me tocca cercare su Internet le variazioni sul tema di questa o di quella ricetta, cercare i principali teorici di un dato piatto o addirittura gli inventori. Per esempio una nota tipica potrebbe essere benissimo questa “L&#8217;esimio cuoco x (dove per x si può aggiungere un cognome piemontese random) propone una variante con l&#8217;aggiunta di aglio tagliato fine e porro”.<br />
Quando i miei amici di Messina mi chiedono “Ma Ciccio cosa fai lassù in Piemonte?”, non so mai cosa rispondere, la vergogna è troppa. Mentalmente ho mandato decine di maledizioni diverse al mio relatore di tesi di Messina, il professore Rossetti, per avermi trovato questo lavoretto di “consulente freelance” per la facoltà di Lettere e Filosofia dell&#8217;Università di Torino.<br />
E dire che ero salito a Torino per vivere immerso nell&#8217;editoria, nella culla che ha dato i natali a tantissimi scrittori e poeti italici. Speravo che l&#8217;aria torinese illuminasse la mia ispirazione frustrata dalla piattezza universitaria e com&#8217;è finita? Ovviamente male, l&#8217;unico contatto che ho avuto con l&#8217;editoria torinese è un lavoretto come consulente editoriale per la piccolissima casa editrice dal nome impronunciabile, la Arkanes Edizioni.<br />
Certo detto così può sembrare un lavoro di tutto rispetto, in realtà il mio lavoro consiste nel leggere pseudo romanzi scritti da gente che conosce a malapena la lingua italiana, poesie pretenziose di aspiranti Eugenio Montale, racconti deliranti sul male di vivere e sull&#8217;alienazione della moderna società. Dopo aver letto, devo correggere e fornire la mia valutazione scritta, includendo anche eventuali motivazioni tecniche ed eventuali consigli allo sventurato scrittore, il tutto per circa 200 euro netti mensili. Sono un precario della cultura, ma del resto, come diceva la professoressa Manganaro, “Ma che cosa devi fare con una Laurea in Lettere?”.<br />
Niente da fare, le parole non escono, digito qualcosa, ma poi cancello, non riesco a scrivere in italiano, non riesco proprio a scrivere di cucina piemontese.<br />
Fuori il cielo è del solito colore grigio ghisa.<br />
Depressione, voglia di andare via da questa succursale dell&#8217;inferno in terra. Cazzo! Cazzo! Cazzo!<br />
Scatto in cucina. I piatti del pranzo giacciono inerti nel lavandino, sporchi. Sul ripiano del televisore, il pacchetto sgualcito di Gauloises suggerisce alla mia mente che probabilmente non troverò sigarette la dentro. “Ah tu e le tue sigarette francesi. Sei tutto strano”. Diceva così uno dei miei pochi contatti piemontesi, una ragazza né bella né brutta, uno dei pochi esemplari di donna che non ho mai desiderato portarmi a letto.<br />
Ho deciso, spengo il PC, ho bisogno di deconcentrarmi un po&#8217;, di sentire qualcosa di diverso da quell&#8217;odioso schermo bianco e dalla quella odiosa tastiera.<br />
Il cellulare è muto, non suona da stamattina. Tra qualche ora, alle 8, puntuali come un orologio chiameranno i  miei ed io metterò in scena la solita menzogna quotidiana arricchita da sempre nuovi e fantasiosi dettagli.<br />
Ho deciso, forse. Torno nel mio salotto\ingresso, apro la vetrinetta degli alcolici e la guardo un attimo con attenzione. Individuo subito la mia fida bottiglia di Oban mezza piena. Mi verso un po&#8217; di chiaro whisky single malt scozzese nel bicchiere da whisky regalatomi dalla mia terzultima ex e apro un pacchetto di Gauloises rosse e me ne accendo una. Accendo la tv a cristalli liquidi, la Playstation 2 e getto il mio nobile peso sul divano con accanto il bicchiere, il portacenere e il pacchetto.<br />
Il mondo scompare, non mi accorgo neanche che ha iniziato a diluviare. Sai che novità, questa è sempre Torino, mica Tunisi.<br />
Il buio entra dalle finestre accompagnato dalla gialla luce dei lampioni stradali ma io continuo a stare sul mio divano davanti alla Playstation. Devil May Cry 3 non è un gran gioco, ma passare il tempo a picchiare demoni orripilanti per poi finirli a colpi di pistola sfogherebbe le frustrazioni di un maniaco compulsivo.<br />
Freddo, freddo intenso che la frenesia del gioco ha tenuto lontano ma che ora mi entra nella ossa, non con violenza, ma come tanti piccoli stuzzicadenti che pizzicano la pelle e le ossa. Con un balzo felino abbandono la posizione semi supina sul divano e scatto verso il termostato di casa che implacabilmente segna diciotto gradi, troppo pochi.<br />
Fuori il diluvio prosegue incessante. E chi cavolo si muove di casa con questo tempo? Non che abbia chissà quali impegni mondani, tutt&#8217;altro.<br />
I miei simpatici concittadini mi avevano invitato per uno “stono party” dopo le 22 a casa loro, in Corso Regina ma sicuramente non andrò.<br />
Mi preparerò un&#8217;ottima pastina in brodo rovente piena di pepe, metterò tutti i piatti nella lavastoviglie, recupererò la mia bottiglia di Oban e mi stenderò sul mio bel lettone a due piazze ascoltando un pezzo di Keith Jarret, una di quelle improvvisazioni che durano minimo 25 minuti.<br />
Sorso dopo sorso aspetterò il sonno sperando che arrivi prima della fine del secondo bicchiere. Non vorrei dovermene versare un terzo.<br />
Che tristezza, mi metto tristezza da solo. A 27 anni ho i vizi e i comportamenti di un cinquantenne depresso. Bevo whisky, fumo sigarette come un ossesso, nelle rare volte in cui ho compagnia bevo birra a più non posso, quasi rifuggissi la lucidità.<br />
La casa si riscalda, iniziò a star bene, un po&#8217;. Sono quasi le otto, tra poco chiameranno i miei e non ho la forza di raccontargli per l&#8217;ennesima volta una bugia sulle mie condizioni di vita.</p>
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		<title>Ode(?) Post Moderna</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 20:32:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Parole in libertà]]></category>

		<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[La televisione lampeggia annoiata
su volti sfatti di sonno e droga audiovisiva.
I giornali sono vuoti, ottima carta per il pesce
o per i peperoni o per pulire i vetri.
Anche la parole sono vuote, prive di senso
sebbene hanno ancora forma fonetica
la loro semantica è smarrita da qualche parte.
Dalla finestra di casa tua, bella vetrata
panoramica sul mare, la mia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La televisione lampeggia annoiata<br />
su volti sfatti di sonno e droga audiovisiva.<br />
I giornali sono vuoti, ottima carta per il pesce<br />
o per i peperoni o per pulire i vetri.<br />
Anche la parole sono vuote, prive di senso<br />
sebbene hanno ancora forma fonetica<br />
la loro semantica è smarrita da qualche parte.</p>
<p>Dalla finestra di casa tua, bella vetrata<br />
panoramica sul mare, la mia mente riflessiva<br />
si scontra con la tua ma nulla vi esce<br />
Solo idee confuse, sogni vaghi e strani metri.<br />
Guardo il mare nero, sento la tua voce e penso<br />
che è inutile percorrere una via statica<br />
cercando di coltivare nel disinteresse un&#8217;arte.</p>
<p>&#8220;Tra qualche anno ci incontreremo nuovamente, sfatti e disillusi dalla vita e dal lavoro. Così in preda ad un raptus di follia voleremo in Spagna, affitteremo un mega appartamento da trasformare in una sorta di comune e camperemo servendo costosi e pretenziosi cocktail a nostri connazionali pieni di soldi che vengono in Spagna a dilapidare il patrimonio del padre o il proprio per il puro gusto di farlo.&#8221;</p>
<p>Vi sono parole che sono spente profezie<br />
urlate sottovoce o per esprimere il proprio parere.<br />
Apologia di un pensiero spiraleggiante<br />
che si avviluppa nel piatto muovere aria.<br />
“Siamo soli nell&#8217;immenso vuoto che c&#8217;è” ripetiamo<br />
come automi questa canzone, scarno inno<br />
di una generazione priva di idee valide.</p>
<p>Camminammo per tre ore senza rivolgerci la parola<br />
imbacuccati nelle nostre sciarpe e nei nostri abiti<br />
neri, per raccogliere il poco calore esterno.<br />
Attorno a noi torrenti di parole esondavano<br />
Ma tu niente, pensavi a qualcosa forse alle tue fotografie<br />
a quei quadri sbiaditi di arte post moderna<br />
Dipinti non per trasmettere qualcosa ma per non essere capiti.</p>
<p>&#8220;La ragazza camminava zoppicando su lunghi tacchi dodici a stiletto tra il basolato della strada. Con vergogna cercava di tirarsi giù la gonna mentre un espressione imbarazzate le corrugava il volto truccato. Non cercava di spogliarsi in un luogo pubblico o di mostrare le sue grazie, tutt&#8217;altro. Tentava di nascondere le sensuali calze autoreggenti che impertinenti avevan fatto capolino. Dolce regalo per il suo fidanzato o per un amante focoso.&#8221;</p>
<p>Il tammarro voltò l&#8217;angolo con il suo tirapugni,<br />
monile d&#8217;argento macchiato di sangue a grumi<br />
la cintura borchiata cadeva lungo i fianchi<br />
come la briglia sciolta di un cavallo domato.<br />
Il volto è contratto sta per scagliarsi contro<br />
un povero ragazzo solo ma vestito a puntino.<br />
Negli occhi non c&#8217;è ostilità, ma noia profonda.</p>
<p>Lei si mise il rossetto più colorato e costoso<br />
mentre Rebecca con la sua cazzuola in setola<br />
piallava lo strato chimico di trucco e colore.<br />
“Devo essere perfetta oggi potrei vederlo”.<br />
Bisbiglia eccitata come una gallina isterica.<br />
Si controlla il jeans di marca e conta i centimetri<br />
di tessuto intimo visibili ed esposti agli sguardi.</p>
<p>&#8220;Camminano in branchi, squadra bene assortite e colorate. I maschi orgogliosamente con la mutanda sporgente dal jeans dalla vita volutamente bassa, le donne con tre chili di stucco sul volto, quella polvere magica che arrotonda le spigolosità e copre i brufoli e le cicatrici della pubertà. Nuotano nelle vie senza uno scopo apparente se non quello di farsi vedere dai loro simili. Uno strano modo di esistere e di riaffermare la propria presenza ai propri simili.&#8221;</p>
<p>Le cicale cantavano nella loro lingua enigmatica.<br />
Attraversammo la strada del paese tranquillo.<br />
Luci al sodio grige che pendono mute dai balconi<br />
Bestemmie e rumore di carte tirate sul tavolo.<br />
“Io potrei morire qui”, dicesti quasi indignata<br />
mentre sognavi metropoli stanche e senza cielo<br />
ove camminare serena nell&#8217;anonimato.</p>
<p>Il mio avatar mi ha parlato e mi ha detto<br />
che sono un cretino asino analfabeta sciatto.<br />
Non so in base a quale conoscenza quel<br />
piccolo ammasso di pixel colorati da led<br />
mi abbia urlato in faccia questo, con la sua<br />
vocina elettronica e stridula vocina sintetica<br />
So per certo però che è tutto vero.</p>
<p>&#8220;Tra qualche anno la nostra lingua sarà morta. Non sarà più Italiano, sarà un aggregato di suoni consonantici grezzi senza alcuna vocale a dare musicalità. Triste fine per un idioma nobile e dal suono cortese, barbaramente deformato dalla pigrizia di chi non vuol scrivere le parole per intero.&#8221;</p>
<p>Accendo lo spinello, rosso fiore nel buio<br />
e stendo le gambe, rilassamento e distensione.<br />
Domani devo andare a lavoro, pazienza<br />
stasera dimentico ogni cosa e volo via con la testa.<br />
Il lavoro è alienazione ed io mi sento alieno<br />
il mio capo fuma più erba di me ed è sempre sveglio<br />
ma l&#8217;azienda scivola sempre giù nel baratro.</p>
<p>Il canto della mia anima non fluisce più e tu<br />
dottoressa che la sa lunga, puttana di cervelli,<br />
mi dai questo calice di vino. “Il frutto spremuto<br />
dell&#8217;uva, spremerà dalla tua mente versi sublimi”<br />
mi dici convinta e sicura di te stessa.<br />
Bevo ma la testa gira, come una biglia nel vuoto<br />
Non si può cavare sangue da una rapa marcia</p>
<p>&#8220;La poesia è morta dicono. Io dico che non è morta, essa non morirà mai in quanto più nobile e lirica espressione dell&#8217;animo umano. Al momento vaga nel vuoto cosmico in attesa di un salvatore o di un alito di vita che, come un vento solare, la faccia tornare sul pianeta Terra.&#8221;</p>
<p>Mio compagno d&#8217;avventura, da anni fratello<br />
insperabile cosa ci facciamo qui?<br />
In questo caldo e desolato deserto di silicio<br />
e germanio grezzo, tra alberi di gomma<br />
e silicone rovente gocciolante dal cielo.<br />
Tu alzi le spalle disincantato, prendi uno<br />
spinotto nero e lo infili nel tuo naso.</p>
<p>La solitudine in un negozio di tesori<br />
può essere sublime o come una lama affilata.<br />
Mani avide cercano il niente colorato.<br />
Il niente è come la prima dose di eroina<br />
sei convinto che sarà solo una volta<br />
sei convinto che potrai controllarlo<br />
e rimani prigioniero ore in uno stupido negozio.</p>
<p>&#8220;Perline scintillanti sotto lampade alogene e neon ad alta potenza luminosa. Folle di scimmie urlatrici dotate di vestiti umani rumoreggiano in cerca di ottiche ispirazioni o di tendenza ancora da scoprire. Triste gioco del consumismo, bassa intelligenza del consumatore, perversa intelligenza del commerciante che piazza le sue trappole con un cacciatore di frodo che spara a tutto ciò che si muove.&#8221;</p>
<p>Bussammo a cento porte tutte chiuse<br />
solo pochi eletti avevano una copia della chiave<br />
e noi che credevamo in certi valori puri<br />
siamo rimasti fuori al freddo a vender parole<br />
cercando acquirenti come i cani randagi<br />
cercano cassonetti colmi da razziare.<br />
Epilogo triste e anche un po&#8217; scontanto.</p>
<p>Nessuno crede più nell&#8217;uomo, nel suo valore<br />
Tutti guardiamo mille finestre in cerca<br />
di un errore, di un varco di una scorciatoia<br />
il sudore copioso è diventato puzzolente<br />
non è più di moda, meglio una scala mobile<br />
o un comodo ascensore di velluto rosso<br />
che quattro piani di ripide e pietrose scale.</p>
<p>&#8220;È questione del calcio giusto, al momento giusto e nel luogo giusto, in questo caso le chiappe. Può buttare sangue su libri carichi di autoreferenzialità, può disperdere le tue energie per risolvere i misteri della natura e della matematica, volendo puoi anche scrivere un poema epico in qualche sconosciuta lingua morta del Caucaso meridionale, senza il calcio giusto l&#8217;Università è solo una cattedrale inespugnabile.&#8221;</p>
<p>Lui è sudato, mi guarda dalla sua sedia<br />
piccolo trono comprato a buon mercato<br />
in qualche capannone super colorato<br />
di un anonima e grigia periferia.<br />
“Lei avrà orario pieno, cioè otto ore al giorno”.<br />
Mi dice, come se mi stesse facendo un favore<br />
mentre impone la spada di legno sulla mia schiena.</p>
<p>Oggi è giorno di paga, giubilo e urla<br />
in ufficio nessuno sta seduto, tutti escono<br />
verso l&#8217;austero ufficio del personale<br />
dove l&#8217;anonimo ragioniere stampa le paghe.<br />
Tutti in fila come poveri alla mensa.<br />
Arriva il mio turno, il sorriso sul volto tramonta<br />
Una pacca sulle spalle e parole di scherno.</p>
<p>&#8220;Vedi amico mio, noi siamo la generazione degli Stageur, splendida parola francese che indica coloro che sono stati prescelti a ricoprire piccole o medie responsabilità in aziende medio grandi, a lavorare come o più degli strutturati per un tozzo di pane, una pacca sulle spalle o un buono pasto.<br />
La banalità elevata a forma d&#8217;arte, a fenomeno mediatico e a caso letterario. Perchè oggi va tanto di moda il banale, lo scontato, il lacrimevole e lo stucchevole. Forse la gente vuole emozioni semplici e poco avventurose? No amico mio la gente è così pigra che non ha più la forza di provarli i sentimenti, incarica scrittori mediocri di rappresentare le emozioni per loro.&#8221;</p>
<p>Vuoto, vuoto, vuoto<br />
la parola d&#8217;ordine, la password per tutto<br />
nel mondo ideale dove non si pensa<br />
e ci si addormenta davanti al telegiornale<br />
mentre mercanti di illusioni ci dicono<br />
che tutto va bene, è solo una crisi passeggera<br />
moriremo tutti ma non tutti proprio ora.</p>
<p>Come due rose sole in un giardino freddo<br />
ci guardammo dritti negli occhi caldi<br />
mentre una musica lenta suonava<br />
e attorno a noi il diluvio precipitava<br />
labbra contro labbra, vetro contro vetro<br />
senza singulti, senza chimica interiore<br />
incapaci di dire solo e soltanto una parola nostra.</p>
<p>&#8220;Vedete signori la parola chiave è delegare. Bisogna delegare tutto, incarichi, responsabilità persino i dubbi possono essere trasmessi o condivisi con un altro essere umano disponibile o umanamente ben disposto. Il trionfo di una persona è il trionfo della delega e il trionfo del vuoto interiore.&#8221;</p>
<p>Da ragazzino ti sognavo nuda sul mio letto<br />
eri il bersaglio delle cagnette invidiose<br />
poi sei andata via. “Vado in città” dicesti astiosa<br />
e ti sei eclissata come un sole morente.<br />
Ma poi eccoti, la tua foto sul giornale<br />
non nei necrologi per fortuna<br />
ma stesa su uno scoglio finto, nuda.</p>
<p>Grande scandalo in paese, vergogna immensa<br />
poi arrivano i soldi e il rossore passa<br />
arriva l&#8217;auto nuova, il negozio di lusso<br />
per il fratello scemo che non sa far nulla.<br />
E tu sempre li lontana, sulla carta patinata<br />
di mille riviste, sull&#8217;onda di mille scandali<br />
il tuo seno nudo è una miniera d&#8217;oro.</p>
<p>&#8220;E&#8217; una bella ragazza si, siamo d&#8217;accordo ma se non l&#8217;avesse data a tutti sarebbe rimasta solo una bella ragazza, magari la più bella della scuola o del quartiere ma questo non basta. Ora bisogna apparire nudi su internet o su rivista patinate per maniaci latenti e nascosti. Se non la dai a qualcuno che conta rimarrai solo la più bella del quartiere.&#8221;</p>
<p>Dolore e rabbia, la follia che serpeggia lenta.<br />
Ti guardo negli occhi e vedo il nulla<br />
vedo sogni folli, rapine in banche dorate<br />
immoralità commesse e desiderate<br />
cosa sta succedendo? Dove sei finita?<br />
Vuoi navigare su barche d&#8217;oro massiccio<br />
Ma hai troppo pudore comprartele?</p>
<p>E tu amico mio, dove stai andando così<br />
con il volto triste e sfatto, con quei libri<br />
che come una palla al piede ti trascini.<br />
Non riesci a leggerli ma non vuoi gettarli via<br />
Forse il tuo sogno era un altro, ne sono sicuro<br />
Ti stai pentendo del sentiero intrapreso<br />
forse perchè non l&#8217;hai scelto tu?</p>
<p>&#8220;Hai sentito di quella madre che pagava i compagni di classe della figlia affinchè facessero sesso con lei? Si ho sentito dire qualcosa di simile in giro, ma scusa dove sta la novità? Che la bambina ha solo undici anni.&#8221;</p>
<p>Città irreale e grigio fumo.<br />
Su ponti di ferro marciano le solite greggi<br />
ammansite dalle solite droghe quotidiane<br />
tante lampadine spente, zombies scuri<br />
in balia di correnti grandi e profonde.<br />
Senza poesia, senza vocali, senza forza<br />
corpi deboli che si ammalano senza che<br />
l&#8217;anima cosciente se ne accorga se non<br />
nell&#8217;ultimo momento, quello fatale<br />
quando ormai il dado è tratto da tempo.<br />
Tristezza e alienazione mentre abbiamo tutto<br />
e siamo così curvi, come salici morenti<br />
che non vediamo il raggio di luce gialla<br />
che perfora le nubi grigie sopra di noi.</p>
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		<title>Recensione de &#8220;Le Campane dell&#8217;Inferno&#8221; su Centonove.</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 13:00:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Dario Ganci]]></category>

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		<description><![CDATA[Posto qui la scansione della recensione de &#8220;Le Campane dell&#8217;Inferno&#8221; uscita sul numero di questa settimana del settimanale siciliano Centonove a firma di Francesco Pinnizzotto (che ringrazio vivamente).


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Posto qui la scansione della recensione de &#8220;Le Campane dell&#8217;Inferno&#8221; uscita sul numero di questa settimana del settimanale siciliano Centonove a firma di Francesco Pinnizzotto (che ringrazio vivamente).</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-296" title="recensione" src="http://dario.ganci.eu/wp-content/uploads/2009/11/recensione.jpg" alt="recensione" width="650" height="800" /></p>
<p><img src="file:///C:/DOCUME~1/Dario/IMPOST~1/Temp/moz-screenshot.jpg" alt="" /></p>
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