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La Silenziosa Rivoluzione

Dario | 21 settembre 2011

Cosa hanno in comune Grecia e Islanda? Apparentemente nulla, ma se guardiamo con attenzione le cronache economiche degli ultimi tre anni riusciamo a cogliere qualche somiglianza. Entrambi i paesi sono stati tra i più colpiti dalla crisi sulla sponda europea dell’oceano, hanno visto crollare i loro Pil, arrivando a dichiarare bancarotta, incapaci di far fronte al loro debito pubblico.

Ma, se le manifestazioni e gli scontri di piazza Syntagma hanno riempito per settimane i nostri media, mostrandoci il popolo greco infuriato contro il governo e contro la durissima manovra finanziaria da questo varata, del crack islandese non ci sono giunte notizie o quasi.

Il silenzio su questa vicenda probabilmente nasce dalle piccole dimensione del paese nordico (appena 300.000 abitanti) o per le cifre coinvolte. O forse c’è un’altra motivazione più sottile e nascosta.

Per capire meglio la situazione è meglio fare un breve riepilogo.

Tra il 2000 e il 2008 l’Islanda ha visto crescere il proprio Pil con percentuali che non avevano eguali negli altri paesi occidentali. Questo era dovuto, in parte all’ottima organizzazione del sistema economico dell’isola, e dall’altro dalle enormi quantità di denaro che, grazie alle favorevoli fluttuazioni della Corona, affluivano nelle tre principali banche del paese.

Gran parte di questo denaro però era, in realtà, inesistente e frutto di ardite speculazioni finanziarie. Con l’esplosione della crisi dei mutui subprime, nel 2008, le banche islandesi si ritrovarono improvvisamente esposte per circa 10 miliardi di Euro, una cifra enorme per il piccolo paese nordico, e dovettero dichiarare la bancarotta.

Veniva così a mancare il carburante principale per il sistema economico. Il governo di coalizione di Geir Haarde, per tamponare la situazione, nazionalizza le tre principali banche del paese, svaluta la Corona e innalza il costo del denaro, ma è tutto inutile.

Nel 2009 l’Islanda, non potendo far fronte all’enorme debito contratto dalle banche dichiara la bancarotta e il primo ministro Haarde è costretto ad accettare un prestito di due miliardi di Euro dal Fondo Monetario Internazionale per scongiurare l’insolvenza.

In cambio il governo islandese vara una legge che prevede il risanamento del debito nei confronti di Gran Bretagna e Olanda, attraverso il pagamento di 3,5 miliardi di Euro somma che ricadrà su ogni famiglia islandese, mensilmente, per 15 anni e con un tasso di interesse del 5,5%.

Alla presentazione della legge esplode la rivolta popolare e il governo è costretto alle dimissioni.

Il nuovo governo a guida socialdemocratica, ritrova in eredità la legge sul debito ma, a causa di dissidi interni alla coalizione, non ne ferma l’iter in Parlamento. Nel febbraio 2011 Presidente Olafur Grimsson pone il veto alla ratifica della legge e annuncia il Referendum consultivo popolare che vedrà una schiacciante vittoria dei No (93%). Il debito viene dichiarato “detestabile” e quindi, per i cittadini islandesi, non esigibile.

La piccola Islanda, fieramente si è opposta ai giganti della finanza. Dopo il referendum ha istituito una commissione per stabilire le responsabilità del crack e il cui lavoro ha già portato all’arresto di numerosi banchieri e dirigenti e all’emissione di parecchi mandati di cattura internazionali. Ma silenziosa rivoluzione islandese non si è fermata a questo. In questi mesi nella piccola isola del Mare del Nord stiamo assistendo ad una dimostrazione di democrazia che ha pochi precedenti. Tenendo conto degli errori del passati e dei difetti evidenti della costituzione vigente, il governo ha deciso di modificarla radicalmente affidando la stesura del nuovo testo ai cittadini.

In Islanda sta nascendo la prima costituzione crowdsourcing della storia, cioè un testo realizzato dagli utenti della rete attraverso mail e social network, il tutto coordinato da un gruppo di 25 cittadini, eletti regolarmente, che presenterà la redazione finale al parlamento per la votazione.

In silenzio e nell’indifferenza del mondo occidentale, il popolo islandese sta attuando una vera rivoluzione.

Sta dimostrando che nelle moderne democrazie la sovranità popolare è un qualcosa di concreto e non un semplice concetto astratto, sta contrapponendo il potere della società civile e della cittadinanza al sistema politico, cambiandone le regole e gli assetti, sta facendo tornare nelle mani del popolo il suo futuro e quello della nazione.

Di tutto questo, in Europa se ne parla pochissimo, in Italia solo qualche giornale ha dato un breve cenno.

Perchè? C’è forse il timore fondato che il popolo dell’Islanda possa dare il buon esempio?

Scritto per Camminando Scalzi.it: http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/la-silenziosa-rivoluzione.html

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L’Italia vista dal Mondo Disco

Dario | 12 gennaio 2011

Penso che Terry Pratchett sia,a mio modesto avviso, uno degli scrittori più brillanti della letteratura contemporanea. Con la vastissima serie di libri ambientati nel Mondo Disco (Discworld per chi vuol fare il figo), lo scrittore inglese riesce, con semplicità, a ironizzare su un mondo, quello del fantasy, che si prende sempre troppo sul serio.

Ma Pratchett è anche un attento osservatore della realtà contemporanea e la inserisce nel suo Mondo Disco nei modi più disparati. Uno di questi è senza dubbio l’ambiguo Havelock Vetinari.

Havelock Vetinari (il nome è  una presa in giro della famiglia Medici) è il Patrizio di Ankh-Morpork, una delle città teatro delle vicende del Mondo Disco. E’ un dittatore benevolo, corrotto ma ascetico, conservatore ma al tempo stesso ben disposto verso il progresso. In parole povere è la parodia di un moderno politico occidentale.

Anche alcune sue soluzioni di governo solo alquanto singolari e attuali. Per esempio, nel tentativo di arginare la criminalità imperante nella sua città, decide di cambiare approccio e di assecondare le forze criminali, piuttosto che contrastarle. In parole povere, depenalizza i furti e gli omicidi.

Follia? Non proprio.

Havelock Vetinari consente i furti ad Ankh-Morpork ma solo ai membri della Gilda dei Ladri, i non affiliati verranno puniti dalla Gilda, inoltre permette ai cittadini di stipulare polizze assicurative contro i furti da pagare ai Ladri stessi. Stessa cosa per gli omicidi. Solo membri della Gilda degli Assassini posso uccidere, gli indipendenti sono destinati ad una brutta fine.

Havelock, nella finzione, ha fatto quello che da anni le democrazie occidentali, e il nostro paese in particolare, stanno tentando di fare: delegare le soluzioni dei problemi sociali ad altri soggetti differenti dallo stato. Soggetti che spesso sono la causa stessa dei problemi.

Un esempio su tutti le banche. Lo Stato ha delegato alle banche il sostegno alle imprese e ai consumi togliendo le restrizioni sul credito e incentivando la nascita di finanziarie, la concessione di prestiti e l’emissione di carte di credito.

Il risultato?

E’ sotto gli occhi di tutti, le banche a forza di concedere crediti son crollate, i consumi son crollati, molte aziende sono fallite e adesso ci troviamo con una nazione paralizzata e indebitata.

Speriamo solo che al buon Havelock Vetinari vada meglio.

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La Grande Sconfitta

Dario | 15 dicembre 2010

L’unica certezza è che ieri ad aver perso è stata l’Italia. Il discutibile atteggiamento di alcuni deputati, colti da divina ispirazione, è il simbolo di un paese che ormai ha perso moralità e dignità. Un paese che paradossalmente si rispecchia nelle dinamiche dei due rami del Parlamento, un paese dominato dalla paralisi. Un paese molto somigliante a Oblomov, il personaggio di Goncarov, segnato da un’inerzia fisica e spirituale che lo condanna all’inazione e alla rinuncia verso ogni forma di lotta.

In queste ore, i caporali di tutti i partiti esultano, anche se c’è ben poco da esultare. Lo fanno per obbedienza, per rassicurare gli elettori meno smaliziati, per coprire la realtà delle cose con un soffice velo di Maya.

A Destra esultano per il pericolo scampato e ora, forti della vittoria di Pirro, offrono accoglienza e poltrone ad altri voltagabbana eletti per stare l’opposizione.

Fini sostiene di aver perso sul piano dell’aritmetica ma di aver vinto sul piano politico.

Il PD sostiene che, alla resa dei conti, ha riportato una vittoria sfolgorante riuscendo ad allargare l’opposizione a 311 membri.

La Lega Nord oscilla tra la pregiudiziale verso l’UDC di ieri mattina e l’apertura all’UDC di ieri pomeriggio. Miracoli della politica!

Ribadisco, ieri ad aver perso è l’Italia tutta.

Come si può definire stabile un governo con una maggioranza di tre deputati, per giunta inaffidabili, alla Camera? Come può un governo di tal guisa governare? Un governo che alla prima epidemia di influenza rischia di essere messo in minoranza.

Da quasi vent’anni il nostro paese è bloccato.

La Seconda Repubblica e il vento del cambiamento che doveva portare sono stati uno dei peggiori fiaschi della storia repubblicana. Defunto il grande centro democristiano, né la destra né la sinistra sono stati in grado di governare realmente l’Italia preferendo sempre il palliativo alla cura.

Si, è verissimo abbiamo avuto governi stabili e duraturi ma non abbiamo avuto riforme concrete, non abbiamo avuto impulsi modernizzatori, non abbiamo avuto un vero risanamento.

L’Italia uscita ieri mattina da Montecitorio assomiglia drammaticamente a quella che vent’anni fa poneva la pietra tombale sopra la Prima Repubblica. Un’Italia in crisi economica e politica, un’Italia in cerca di risposte e di stimoli nuovi, un’Italia che vuole rinnovarsi ma che non riesce a farlo.

La differenza sostanziale, rispetto a vent’anni fa, è la classe politica.

All’epoca il Parlamento era formato da personaggi nati e cresciuti nei partiti, con una lunga gavetta istituzionale e con un puro interesse nella politica. Oggi, nel nostro Parlamento, trovano posto medici, imprenditori, affaristi, gente prestata alla politica e che guarda prima al suo interesse e poi a quello del paese.

Con queste premesse quale futuro si prospetta per l’Italia? Io personalmente non vedo futuro.

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Irlanda: La Tigre Celtica non morde più

Dario | 23 novembre 2010

Solo fino a qualche anno fa, l’Irlanda era un sogno di smeraldo immerso nel mare del Nord.

Migliaia di giovani da tutta Europa affluivano nel piccolo paese celtico in cerca di un lavoro ben pagato e di un futuro che il paese d’origine non poteva dare loro. Era l’epoca della “Tigre Celtica”. Arrivavi a Dublino, facevi circolare il tuo curriculum e nel giro di una settimana eri assediato dalle offerte di lavoro, con stipendi e benefits che mai ti saresti immaginato. Questa era una delle piacevoli conseguenze del cosiddetto “Modello Irlandese”, una strategia economica che, in soli dieci anni, portò l’Irlanda da fanalino di coda dell’Europa a quarta nazione al mondo per Pil pro capite.

Gli ingredienti del successo?
Tasse sugli utili basse, aiuti di stato per le nuove iniziative imprenditoriali, incentivi agli investimenti e una legislazione sul diritto d’autore tra le più libertarie d’Europa. Se a questi ingredienti aggiungiamo un vasto capitale umano formatosi nella vicina Gran Bretagna, possiamo capire come aziende del calibro di Google, Hp, Dell, Microsoft, Apple e tante altre abbiano aperto sedi e stabilimenti nella verde Irlanda. Una pioggia di denaro si riversò sui cittadini dell’isola di smeraldo, con tutte le storture che questo porta: Speculazioni finanziarie e immobiliari, aumento dei prezzi e allo stesso tempo dei consumi. Le città irlandesi si trasformarono rapidamente, forse troppo.

Dall’oggi al domani sorsero nuovi quartieri residenziali e centri commerciali. Le vie principali si riempirono di boutiques, negozi di moda, di articoli di lusso e di un numero incalcolabile di ristoranti e locali notturni. Un modello simile, basato sui continui investimenti esteri, sulla speculazione bancaria e sul costante aumento dei consumi non era destinato a durare in eterno. Infatti, con la crisi dei mutui subprime del 2008, qualcosa ha iniziato a incepparsi nella fabbrica dei sogni irlandese.

La crisi delle banche, pesantemente esposte a causa della loro politica spregiudicata, ha innestato un micidiale effetto domino che, unito alla crisi globale appena scoppiata, annunciava la fine del “Modello Irlandese”. Il primo segnale concreto fu l’annunciata chiusura dello stabilimento Dell di Limerick nel gennaio 2009 che portò la perdita di quasi 3000 posti di lavoro. Ma già da tempo, colossi come Hp e Xerox stavano gradualmente riducendo investimenti e personale per portare altrove le strutture. Questa silenziosa dismissione, all’inizio, non fu chiaramente percepita dagli irlandesi.

Spesso i primi ad andare via erano proprio gli stranieri, che in massa avevano invaso le strade di Dublino, Galway, Cork. Solo quando ristoranti, pizzerie e centri commerciali iniziarono a svuotarsi e a chiudere i battenti si iniziò ad avere un quadro più preoccupante della situazione. Quando le banche iniziarono a collassare, facendo mancare l’ossigeno alla già asfittica Tigre Celtica, era troppo tardi. Le ottimistiche promesse di rilancio del governo, fantasiosi piani di investimenti infrastrutturali e gli aiuti alle imprese lasciarono il posto al micidiale piano di salvataggio delle banche e ad un deficit di bilancio, letteralmente, da Guinness dei Primati.

Le famiglie irlandesi si trovarono indebitate all’inverosimile, senza soldi e con delle banche in crisi di liquidità che pretendevano il denaro indietro. Il sistema  implose e si accartocciò su se stesso e ora l’Irlanda ha bisogno dell’aiuto dell’Europa, non tanto per uscire dalla crisi, quanto per sopravvivere in attesa di tempi migliori. È di questi giorni la notizia che il famigerato “spread”, cioè la differenza di rendimento tra i titoli di stato di una nazione rispetto a quelli della Germania, considerati come punto di riferimento virtuoso, è esploso, e la Banca Centrale Europea è stata costretta ad acquistare titoli irlandesi per bloccare la speculazione. La speranza dell’Irlanda e, al tempo stesso, quella dell’Europa, è che gli aiuti finanziari di Gran Bretagna e Unione Europea possano stabilizzare l’economia e proteggere il già debole Euro dalle speculazioni finanziarie. Le conseguenze di questo salvataggio verranno pagate a caro prezzo da questa generazione di irlandesi e probabilmente anche dalla prossima.

Un triste destino per la ”Tigre Celtica” che per un decennio ha cavalcato il mondo, e che ora giace trafitta a morte dalla crisi e dai suoi errori.

Scritto per: Camminanzo Scalzi.it    http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/irlanda-la-tigre-celtica-non-morde-piu.html

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Keynes è tornato di moda

Dario | 9 gennaio 2009

La crisi mondiale prosegue nel suo implacabile cammino e non risparmia nessuno. In tutto il mondo non si vedevano cifre così deprimenti da decenni ed ora, anche i nuovi santuari del boom economico, Cina ed India, iniziano a scricchiolare. Gli economisti una volta tanto sono concordi: Questa crisi durerà ancora un paio d’anni e le sue conseguenze molto di più.

Ma mentre nel nostro paese i politici trovano più interessante occuparsi di “Questione Morale”, “Conflitto d’interessi”, “Riforma della magistratura” e “Iva sulle pay-tv”, negli Stati Uniti, punto d’origine e fulcro della crisi, hanno rispolverato un vecchio e bistrattato amico: John Maynard Keynes. continua…

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