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A volte ritornano

Dario | 14 aprile 2011

Era stato  smembrato, privatizzato, rinominato, rincollato e alla fine liquidato, ma finora mai nessuno aveva pensato di resuscitarlo. Stiamo parlando dell’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, per decenni regina e modello delle Partecipazioni Statali ed esempio pratico della cosiddetta “Terza Via” italiana in politica economica.

Fondato nel 1933 dal governo fascista per salvare l’Italia dalla crisi economica scoppiata negli Stati Uniti nel 1929, l’IRI è sopravvissuto al regime che l’ha creato e nel corso degli anni è diventato il motore dell’economia italiana, contando partecipazioni in quasi tutti i settori dell’industria manufatturiera e arrivando a contare oltre cinquecentomila dipendenti.

Di recente il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, ha parlato spesso delle partecipazioni statali, rimpiangendo l’IRI degli anni ’70, negando però qualunque ipotesi di ricostituzione. Alle dichiarazioni del ministro però non stanno seguendo fatti. Il tentativo di scalata di Parmalat da parte del gruppo francese Lactalis ha visto un’inattesa levata di scudi da parte dei vertici economici del nostro paese e lo stesso ministro Tremonti ha ipotizzato un cosiddetto “decreto anti scalate”.

In cosa consiste? Molto semplice, lo stato autorizza la Cassa depositi e prestiti, (l’ente pubblico che si occupa degli investimenti pubblici) a entrare nell’azionariato di aziende strategicamente rilevanti. Nella fattispecie, al posto dei francesi, le azioni di Parmalat andrebbero a un istituto di credito diretta emanazione del Ministero dell’economia.

Vi suona familiare? Un tempo l’IRI agiva con modalità simili: si prendeva carico di aziende private in grave perdita (i famosi “salvataggi”), acquistandone il pacchetto di maggioranza, creando una sinergia con i soci privati, spesso privatizzando i profitti e scaricando alla finanza pubblica le perdite. Si trattava di una funzione in primo luogo, sociale e assistenzialistica, ma allo stesso tempo permetteva all’economia italiana, affiancata dai capitali di Mediobanca, di competere ad armi pari sullo scenario globale. La cara vecchia IRI riusciva perfettamente lì dove le nostre aziende, oggi, miseramente falliscono.

Ma è realmente realizzabile un colosso industriale simile ai giorni nostri?

La risposta è sicuramente negativa, e per alcune ottime ragioni. La più importante è senza dubbio la presenza dell’Italia nell’Unione Europea. Dalla fine degli anni ’80 garanzie statali sui debiti delle aziende statali, ricapitalizzazioni di aziende e altre pratiche volte a modificare il mercato finanziario e la libera concorrenza con iniezioni di denaro pubblico non sono più permesse agli stati membri dell’Unione. Di conseguenza il modello “sociale” dell’IRI, oggi, non sarebbe più possibile. A questo si aggiungono le gravi condizioni della nostra finanza pubblica, probabilmente incapace di avviare operazioni di largo respiro o troppo onerose. Ultimo ostacolo alla “nuova IRI” è l’attuale statuto della Cassa depositi e prestiti che vieta esplicitamente l’impiego del denaro disponibile per investimenti potenzialmente a rischio.

Allora cosa potrebbe avere in mente il ministro Tremonti?

L’ipotesi più plausibile è quella di seguire il modello francese della Caisse des Dépôts et Consignations, un ente pubblico simile al suo omologo italiano, ma con la sostanziale differenza che questa può liberamente disporre del denaro depositato e utilizzarlo per investimenti nel settore privato. L’esempio più celebre è la Danone, di cui la Caisse detiene una quota parti al 3,6% delle azioni. Il rischio di un ritorno dei “Panettoni di Stato” sembra per il momento scongiurato. Resta però da fare una considerazione: anni di liberismo economico sfrenato e senza scrupoli ci stanno consegnando generazioni più povere di quelle precedenti e un mondo in perenne crisi economica. In questo contesto l’intervento dello stato, come arbitro o come giocatore, a questo punto diventa essenziale, possibilmente senza gli eccessi e le distorsioni che in passato hanno caratterizzato il sistema italiano e quello di tanti altri paesi.

Scritto per Camminando Scalzi.it  http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/a-volte-ritornano.html

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Cassa depositi e prestiti, Economia, Giulio Tremonti, IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, lactalis, panettone di stato, parmalat, soldi pubblici
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Un sussulto sulla linea piatta

Dario | 9 ottobre 2008

E’ quello che ha attraversato per qualche ora i palazzi del potere romano e che ha parlato per bocca del Ministro dell’Economia Tremonti. Le sue parole sono state lapidarie “O va via l’emendamento o va via il ministro dell’Economia”. Ma a quale emendamento si riferisce il Ministro?

Facciamo un passo indietro. La legge di conversione del decreto Alitalia contiene un piccolo emendamento passato pressochè innosservato. Si tratta di una modifica della Legge Marzano, legge creata per salvare le grandi aziende da catastrofici fallimenti. Ecco il testo dell’articolo modificato:

Articolo 7bis

“Applicabilità delle disposizioni penali della legge fallimentare”

Le dichiarazioni dello stato di insolvenza sono equiparate alla dichiarazione di fallimento solo nell’ipotesi in cui intervenga una conversione dell’amministrazione straordinaria in fallimento, in corso o al termine della procedura, ovvero nell’ipotesi di accertata falsità dei documenti posti a base dell’ammissione alla procedura.

Tradotto in lingua italiana, queste tre righe rischiano di stravolgere il diritto fallimentare italiano. Al giorno d’oggi i manager delle aziende finiscono sotto processo fin dalla dichiarazione d’insolvenza. Se questo emendamento passerà i processi per bancarotta saranno sospesi in attesa del fallimento o del salvataggio definitivo dell’azienda.

Le implicazioni credo siano evidenti, anche alla luce degli scandali finanziari che durante gli anni 2000 hanno coinvolto il nostro paese. Sto parlando del crac Parmalat, Cirio, Alitalia, Postalmarket e tanti altri di minore importanza. Questo emendamento garantirebbe a tutti i manager incriminati l’impunità e una sentenza di assoluzione immediata dato il fatto non sarebbe più contemplato dalla legge come reato. Una legge “Salva Manager” che annula le responsabilità del management delle grandi aziende e fa ricadere sui commissario governativo la responsabilità e la possibilità di un procedimento penale per bancarotta a carico dei manager.

Con la nuova Legge Marzano, lo stato si fa carico del salvataggio delle grandi aziende in difficoltà ma allo stesso tempo grazia i responsabili delle difficoltà.

Ma la cosa che fa più rabbia non è l’iniquità palese di un tale provvedimento legislativo, ma il fatto che tutto sia passato sotto silenzio, che tutti sapevano ma che nessuno di maggioranza e opposizione abbia informato la gente di questa piccola rivoluzione del diritto fallimentare. La scoperta di tale provvedimento è stata infatti casuale e dovuta alla pertinacia di una Giornalista (Con la G maiuscola) come Milena Gabanelli. E grazie a lei che il Ministro Tremonti, caduto dalla nuvole(?), ha rilasciato la dichiarazione di cui sopra, che probabilmente provocherà la revoca dell’emendamento.

Quando questo governo farà veramente gli interessi del suo popolo? Attendiamo risposte con impazienza

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Crack Parmalat, Giulio Tremonti, Legge Marzano, Salva Manager
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