“Lo Scherzo Infinito” 3° puntata
Dario | 28 novembre 2009Puntate precedenti:
Non so bene perchè mi trovo qui, o meglio dentro di me lo so.
Si è trattato di un singulto di disperazione, un colpo alla cieca, un gesto dettato dall’irrazionalità e dall’avventatezza. Qui in questo bar tutto neon, vetro e acciaio si respira un’atmosfera deprimente, attorno a me decine di persone celebrano il quotidiano rito dell’aperitivo serale, un qualcosa di indefinibile e di rinunciabile per i torinesi di ogni età e classe sociale, un gustoso vezzo per me.
Davanti a me in questo minuscolo e appiccicoso tavolino una ragazza che fino a ieri era una totale e completa sconosciuta. Me l’aveva presentata il professore Merusengo durante la mia visita al suo studio. Mentre mi stava amorevolmente rimbrottando sul ritardo del lavoro sulla cucina delle Langhe, la porta si aprì e fecero il loro ingresso due nuovi personaggi. Il primo in ordine di apparizione fu Augusto Torresan, docente associato di Storia della Critica Letteraria. Un uomo senza dubbio singolare, dal look molto retrò e dall’abbigliamento classicheggiante. In parole povere mi sembrava di avere davanti la brutta copia di Nietzsche, quello che si vede spesso nelle illustrazioni e nelle foto dei libri di filosofia. Capello nero mosso, pizzetto folto, con annessi baffoni, rigorosamente neri e pettinati, volto arcigno e spigoloso, sempre perennemente incazzato. Dietro di lui entrò nella stanza Maria Grazia, la fanciulla che ora è qui innanzi a me intenta a divorare un grosso pezzo di appetitosa focaccia con il lardo.
Il professore Merusengo fece le presentazioni dopo di che iniziò a parlare con il suo collega, lasciandomi implicitamente il compito di intrattenere la ragazza. Fu lei ad attaccare discorso per prima. “Sei un dottorando del professore?”. Mi chiese. “No no”. Risposi di getto, senza neanche pensarci. “Ho già dato con il dottorato presso l’università nel quale mi sono laureato. Sono solo un collaboratore esterno”. “Ah si? Dove ti sei laureato?”. “Messina, ho scritto una tesi su Vincenzo Consolo, che mi ha degnato della sua presenza alla discussione”. Dissi mostrando un orgoglio un po’ spropositato e fuori luogo. Gli occhi di lei ebbero un bagliore quasi sinistro. Le mie parole avevano colpito. “Poi ho vinto il dottorato e ho ampliato il mio lavoro andando a studiare i principali scrittori siciliani di questo secolo”. “Affascinante, anche se un po’ campanilista” commentò lei sorridendo. “Ma scusami, sono proprio imperdonabile e villano. Ti ho enumerato i miei meriti accademici senza neanche presentarmi. Sono Francesco Catalano, per tutti Ciccio”.
La parte del gentleman di solito mi riusciva benissimo e anche stavolta non sbagliai. “Io sono Maria Grazia Miraglia, e sono di origini siciliane, i miei sono di Palermo”. Sai che novità, Torino era piena di immigrati di prima, seconda e anche terza generazione, tutta gente scappata verso l’eldorado piemontese, verso sogni che più o meno si sono realizzati.
Oltre ad essere siciliana di sangue la ragazza era anche discretamente carina, non troppo alta, circa un metro e sessanta, fisico robusto, seno prosperoso, ma il suo punto di forza era sicuramente il volto che ispirava simpatia alla prima occhiata, merito forse di quelle guanciotte paffute e di quegli occhioni vivaci che le cesellavano il viso.
Iniziammo a chiacchierare del più e del meno, senza troppi intellettualismi e senza troppe reminiscenze nostalgiche. Del resto nei momenti di lucidità sarei capacissimo di parlare con un lampione, figurarsi con una ragazza carina e intellettualmente dotata.
Alla fine della discussione, senza neanche rifletterci sputai fuori un “Ti va un aperitivo domani sera?”. E lei, lesta e sorridente, annuì fissando persino l’appuntamento alle sette e mezza in un bar a me sconosciuto di piazza Vittorio Veneto.
Ed eccomi qua, a mangiucchiare cibo vario e riscaldato, a togliere dal mio whisky i cubetti di ghiaccio che qualche barman ignorante ha pensato bene di far scivolare nel bicchiere e ad ascoltare la dolce voce di Maria Grazia.
“Lo sai che sei un tipo strano?”. Mi fa indicando la montagnola di cubetti di ghiaccio che si ergeva su un tovagliolo di carta alla mia destra. “Io ho sempre saputo che il whisky si beve con ghiaccio”. “E’ un mito tutto americano. I bourbon e i whisky americani in genere, avvicinandosi come gusto più al petrolio che ad un nobile distillato, possono essere serviti con ghiaccio, anche solo per renderli più bevibili. Ma un single malt scozzese come questo Lagavulin va servito insieme ad un bicchiere di acqua ghiacciata”. Dissi accigliato. “Te ne intendi eh?”. “Naaaa sono solo un amante del whisky ma non sono un esperto. Sono molto pignolo su queste cose anche un po’ inutili. Al contrario sulle cose veramente importanti tendo ad essere un po’, come dire, superficiale”.
Bevo una sorsata di whisky, cercando di assaporarne con la lingua il gusto torbato, aspettando che lei finisca di masticare. Non ha molta grazia nel mangiare, ma sicuramente io non sono la persona più indicata per giudicare il galateo degli altri. “Allora cosa ti porta a Torino? Non potevi iniziare una carriera accademica giù a Messina?”. “Non è proprio la mia massima aspirazione fare il docente. Il mio sogno è di vivere scrivendo, un sogno puerile, ma che ho da quando sono bambino”.
Lei è visibilmente impressionata, mi batto le mani e faccio i complimenti al mio cervello per queste frasone ad effetto. “Hai scelto una strada difficile, forse era meglio insegnare”. Maria Grazia sorride e beve un po’ del suo Mohito annacquato rosicchiando un po’ i frammenti di ghiaccio pestato con un movimento della lingua che trovo molto sexy.
“E’ per questo che sono qui, sono venuto qui, in una delle patrie dell’editoria italiana, per cercare di realizzare questo sogno. Mi sono imposto questa sfida. Ho affittato una casa per un anno e mi son trasferito puntando tutto su me stesso”. La frase risuonò troppo altisonante persino per le mie orecchie. Forse perchè le mie orecchie sapevano benissimo che stavo mentendo spudoratamente, ma Maria Grazia no.
“E com’è andata finora?”. “Direi male”. Dico sorridendo. “Ho trovato ben poco lavoro ed ho un po’ di pudore a spedire i miei scritti a qualche casa editrice”. “Ma sei scemo? Ma provaci, al massimo ti dicono no. Che ti costa?”. Mi fa lei in preda ad una finta ira. “Non mi costa nulla a parte qualche ferita nell’orgoglio”.
Mi liquida con un sorriso e un’alzata di spalla e scappa verso il buffet del bar.
La osservo mentre cammina e mentre con grazia si intrufola tra la folla accampata nei pressi delle vivande. Torna poco dopo con due piattini di plastica pieni di cibi vari. La osservo con attenzione, è carina, non bella, ma con un suo fascino.
Ringrazio con un sorriso per il piatto e inizio a mangiare di gusto. “Secondo me dovresti guardarti di più attorno, essere più fattivo”, continua a dire con quel sorriso perennemente stampato sulle labbra.
Dentro di me due forze combattono, una mi dice di provarci subito, l’altra mi invita alla prudenza. Decido di seguire i consigli del mio temperamento prudente. “Decisamente si, del resto con il professore Merusengo non sto facendo tutta questa esperienza. Sto imparando molto sulla cucina delle Langhe, ma non mi vedo per niente nei panni di un cuoco di osteria”. Continua a sorridere.
Cazzo, quel sorriso è bastardo, caloroso, invitante, quelle labbrone enormi ispirano baci e tenerezze. Devo resistere, devo fare la persona seria.
“Se vuoi posso chiedere a Torresan se ha qualche lavoretto per te. Credo che un docente di Critica Letteraria sia più confacente ai tuoi studi piuttosto che uno di Etnologia”. “Parole sante mia cara”. Dico sorridendo e porgendo il bicchiere di whisky quasi vuoto per un brindisi. “E ovviamente grazie mille per il disturbo”. “Ma figurati!”. Quel dannato sorriso.
Ad un tratto Maria Grazia guarda l’orologio. “Oh cavolo sono le otto meno un quarto, sono in ritardissimo”. Le tiro un’occhiata interrogativa. “Dovevo vedermi con il mio ragazzo un quarto d’ora fa di fronte Palazzo Nuovo”. Alle parole “il mio ragazzo” un qualcosa mi si ruppe dentro. Non che avessi fatto chissà quali pensieri, però cazzo, perchè devono essere tutte fidanzate le donne più carine che incontro? “Tranquillissima, vai pure io finisco il whisky e vado”. “Allora ti lascio i soldi…”, “Ma non dirlo neanche per scherzo”. La interrompo mentre apre la borsetta. “Ti ho invitato io, quindi offro io”. Lei è imbarazzata è continua a sorridere. “Grazie”. Biascica mentre indossa il pesante giubbotto e il cappello di lana. “Ma senti questo sabato che fai?”. “Nulla di che”.
Posso dirle che i miei sabati torinesi sono fatti di Playstation, Devil May Cry 2, whisky e sigarette fino alla svenimento? Posso dirle che per non pensare al sabato di solito prendo due pasticche di un narcotico per precipitare nell’incoscienza più totale? No non posso assolutamente.
“Guarda io, il mio ragazzo e alcune mie amiche di solito andiamo in un circolo ARCI in Piazza Santa Giulia, se vuoi passare a bere una birra con noi mi fa solo piacere”. Non so bene cosa rispondere. È il primo invito che ricevo da qualcuno che non sia della mia città e sotto effetto di droghe. “Sarà un piacere per me unirmi alla compagnia. Se poi c’è pure della buona birra non posso veramente dire di no”. Dico sorridendo sinceramente. “Bene, ci vediamo sabato allora, ora scappo. Ciaoooo”. Maria Grazia si volatilizza lasciandomi solo al bar, con il mio whisky. Mi guardo intorno. Mi sono rotto le palle di questo posto pretenzioso. Vuoto il bicchiere con un sorso, pago e scappo fuori, nel gelo del gennaio torinese. Sono contento, questo sabato forse mi divertirò. Con un sorriso sulle labbra e l’espressione da ebete corro a prendere un 15 che sta sfrecciando veloce per la piazza.







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