Benvenuti al Sud
Dario | 7 ottobre 2011Sfortunatamente, in questo caso, non parliamo del celebre film comico ma della parte più povera e depressa della nostra nazione, il Meridione d’Italia.
Negli ultimi giorni di settembre, lo Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno ), ha pubblicato il suo annuale rapporto sulle condizioni socio economiche del sud.
Lo scenario tratteggiato dagli economisti dell’istituto, ma soprattutto le loro previsioni, lasciano sconcertati e destano seria preoccupazione.
Il dato più allarmante è il cosiddetto “Tsunami demografico” che da qui ai prossimi anni potrebbe investire il Nord con conseguenze solo ipotizzabili.
A causa dell’alto tasso di disoccupazione, circa il 25%, della scarsa propensione all’investimento e degli enormi limiti infrastrutturali, entro i prossimi vent’anni, oltre due milioni di giovani lasceranno le regioni meridionali per trasferirsi altrove, trasformando il Sud in un vero e proprio “paese per vecchi”.
Ma non è solo il futuro che preoccupa, è anche il presente.
Tra il 2008 e il 2010 si sono persi circa 283.000 posti di lavoro, circa il 60% dei posti persi in tutta Italia. Un dato che diventa abnorme considerando che al Sud vi è solo il 30% degli occupati italiani.
Regioni a vocazione industriale, come Campania e Puglia, sono state quelle più colpite ma in generale, l’intero meridione rischia una vera e propria desertificazione industriale.
Ma al danno si aggiunge anche la beffa.
Secondo le stime dello Svimez, la manovra finanziaria “costerà” al sud circa 6,4 punti di PIL contro i 4,8 punti delle regioni meridionali. Una mazzata che si traduce in minori risorse per gli enti locali e gli investimenti ma anche, è il caso di dirlo, in minori sprechi.
E infine, c’è la beffa dei famosi Fondi Fas, i finanziamenti europei per le aree sottosviluppate che, come hanno denunciato i governatori di alcune regioni, tra le quali la Sicilia, sono stato “dirottati” verso altri usi, come la riduzione del debito pubblico o (e qui sta la vera beffa), verso le regioni settentrionali (notoriamente sottosviluppate).
Questo è molto altro è scritto nel rapporto annuale dello Svimez, liberamente scaricabile sul sito internet dell’istituto.
Ma al di là delle cifre e dei dati, oggettivamente preoccupanti, questo documento rischia, come gli altri scritti in passato, di restare lettera morta.
La Storia Italiana ci insegna che i rapporti tra il meridione e il governo centrale sono sempre stati all’insegna degli eccessi. I Savoia spazzarono via l’intera economia del Regno delle Due Sicilie dopo l’annessione, cinquant’anni dopo Giolitti faceva piovere milioni con le sue “Leggi Speciali” che ebbero come unico beneficiario lo stesso statista, rimasto al potere per oltre un quindicennio. Stesso atteggiamento paternalistico venne messo in atto durante il ventennio fascista, che ebbe il merito di investire molto al sud, ma in maniera disorganica e molto spesso propagandistica.
Il massimo arrivò nel dopoguerra, quando i governi DC inondarono il meridione di milardi, istituendo una banca per gestirli (La Cassa del Mezzogiorno), combattendo l’atavica disoccupazione con industrie di stato e posti pubblici.
Oggi, finita l’epoca delle spese folli, per il Sud ci sono briciole e disoccupazione. Non esiste nemmeno un piano organico per il rilancio economico, ci sono solo promesse e spot propagandistici.
Eppure basterebbe poco a far ripartire l’economia.
Incentivi fiscali per gli investimenti al sud, crediti d’imposta, riduzione della burocrazia, creazione di aree industriali attrezzate o di parchi tecnologici che aiutino lo sviluppo del terziario. Tutte iniziative che, unite al progressivo sviluppo delle infrastrutture, potrebbero far ripartire l’esausto motore meridionale. Misure di cui si è parlato e dibattuto a lungo nei palazzi del potere di Roma, ma mai messe in atto.
La “Questione Meridionale” è più viva che mai, ma sembra che non interessi più nessuno.
Non c’è interesse a rilanciare una parte potenzialmente produttiva del paese, un territorio che è uno dei principali mercati per i prodotti settentrionali e che potrebbe diventare più grande e redditizio.
Ma forse per paura, per mancanza di volontà, per mediocrità o per inettitudine, la politica italiana non riesce a far ripartire lo sviluppo, non riescono a creare, per i giovani meridionali, un’alternativa credibile all’emigrazione.
Scritto per Nuovo Giangurgolo On Line: http://www.nuovogiangurgolo.it/modules.php?name=News&file=article&sid=785







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