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Sfogo…

Dario | 25 Novembre 2009

Forse pochi lo sanno ma domenica sulla prima rete nazionale è andata in onda la vergogna. In realtà dovremmo dire che “non è” andata onda. Ma veniamo ai fatti. Nel programma contenitore domenicale di Rai Uno, Domenica In, questa domenica doveva andare in onda un collegamento in diretta con Messina. Nel pomeriggio il sindaco Buzzanca, Nino Frassica e Gianfranco Agus attendevano con ansia di andare in onda tutti imbellettati. Ma il maestro di cerimonie di Domenica In, Lamberto Sposini, ha bellamente ignorato il collegamento preferendo dare spazio ad argomenti così interassanti e importanti che non vale neanche la pena citarli.

Eh si, il nostro sindaco,  è stato, usando un termine dialettale, ” ‘Ghiantato” (Piantato) ed è rimasto nel teatro Vittorio Emanuele  nell’attesa, vana,  del fantomatico collegamento.

Per l’ennesima volta Messina è stata ignorata e, diciamolo pure con una punta di vittimismo molto messinese, bistrattata.

Ma la colpa non è di Lamberto Sposini o di Rai Uno, ma di coloro che in ogni sede istituzionale rappresentano la nostra città, senza distinzione di colore o partito politico.

I politici messinesi negli ultimi mesi si sono distinti per la loro incapacità e per la loro mediocrità. La questione dei fondi per l’alluvione, clamorosamente bocciati da un governo sulla carta amico è l’ennesima dimostrazione del peso irrilevante dei nostri politici in ambito nazionale.

Del resto tale classe politica deriva dalla città stessa e ne è espressione, la migliore espressione della mediocrità messinese.

Si perchè Messina è la città della mediocrità, dove il malcostume, la superficialità, il lassismo, sono leggi assolute e dove qualunque prospettiva di miglioramento o semplicemente qualunque cosa bella viene osteggiata perchè farebbe venire a galla il lerciume. Una vera e propria cappa oppressiva costruita e mantenuta ad arte da una classe dirigente che, a quanto pare, sa solo far questo e lamentarsi.

Un’altra bella definizione della messinesità l’ha data l’imprenditore Giuseppe Fotia: “Se non ci sono dentro e non lo faccio io allora non lo deve fare nessuno, questa è la mentalità messinese“.

Il quadro che ne deriva da queste semplici e diciamo anche banali riflessioni è fosco, molto fosco. Messina appare come una città paradossale abitata da 250.000 abitanti solo sulla carta. In realtà i messinesi, quelli veri, quelli orgogliosi che amano veramente la loro città e vogliono che si rialzi sono molto, molto pochi. Tutti gli altri e lo dico senza ipocrisia, sono cittadini messinesi solo perchè vi sono nati, non certo perchè amano la città. Costoro non sono altro che cani sciolti, incapaci di andare oltre l’interesse proprio ed immediato, ignorando concetti quali il bene collettivo o le prospettive di medio periodo. Sono loro il cancro che sta uccidendo Messina.

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Alluvione, Domenica In, Mediocrità, Messina, Politica
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Recensione de “Le Campane dell’Inferno” su Centonove.

Dario | 9 Novembre 2009

Posto qui la scansione della recensione de “Le Campane dell’Inferno” uscita sul numero di questa settimana del settimanale siciliano Centonove a firma di Francesco Pinnizzotto (che ringrazio vivamente).

recensione

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Le Campane dell'Inferno, Recensioni
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Centonove, Dario Ganci, Le Campane dell'Inferno, Messina, Recensioni, Romanzo
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Recensione de “Le Campane dell’Inferno” su Nuovo Giangurgolo

Dario | 8 Novembre 2009

Articolo originale: http://www.nuovogiangurgolo.it/modules.php?name=News&file=article&sid=127

“Le Camapne dell’Inferno” (Edizioni Smasher, 14 euro. Acquistabile solo presso il sito http://www.edizionismasher.it) è il romanzo d’esordio di un giovane scrittore messinese, Dario Ganci.
Ad una prima lettura sembra di trovarsi davanti ad un romanzo fantasy, anche se molto sui generis. C’è la magia, ci sono creature malvage, ci sono degli eroi (alquanto improbabili in verità), c’è la lotta tra il Bene e il Male, il tutto però all’ombra della madonnina del porto di Messina (che campeggia sulla copertina).

Si perchè “Le Campane dell’Inferno” è ambientato proprio nella città, nella Messina reale e moderna. Già questo fatto potrebbe far storcere il muso ai vari puristi del genere fantasy, abituati a vedere i loro personaggi all’interno di mondi immaginari insieme ad Elfi, Nani ed altre creature fantastiche.
Dario Ganci, deliberatamente, ambienta le vicende del romanzo nella sua città, in un contesto reale e quotidiano, condito di sovrannaturale, con richiami espliciti alla narrativa fantasy contemporanea ed al mondo dei manga giapponesi (Il prestito dal manga Bastard! È palesato dallo stesso autore).
Ci troviamo così davanti ad un romanzo anomalo, un fantasy contemporaneo, metropolitano, sulla falsa riga di alcune opere di Terry Brooks.
Ma “Le Campane dell’Inferno” non è solo questo.
Le 412 pagine narrano la storia di sei ragazzi, sei giovani messinesi molto diversi tra loro ma uniti da una profonda amicizia che loro malgrado si ritrovano coinvolti in uno strano evento mistico. Questo “incidente” quasi come un rito di iniziazione, li introduce progressivamente e contro la loro volontà, in una sorta di mondo parallelo a quello reale, un mondo nascosto, popolato non solo da esseri umani ma da “demoni”, creature in tutto e per tutto simili a noi ma custodi di un antico sapere.
I sei amici restano così coinvolti in un conflitto millenario, molto più grande di loro che si combatte incessantemente, giorno per giorno e che vede in Messina uno dei suoi campi di battaglia. In questo loro percorso saranno circondati da vari personaggi, “apritori di occhi” usando un termine rubato da Tolkien, esseri umani come loro, sempre in bilico tra il bene e il male…continua

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La tragedia della mediocrità

Dario | 4 Ottobre 2009

Rubo titolo ed ispirazione per questo articolo da un interessante articolo dell’amico Domenico Malara (http://malarablog.wordpress.com/2009/10/03/natura-assassina-no-uomo-coglione/).

In questi giorni di disperazione, di rabbia e di sangue, la natura, le colline, la pioggia, sono diventati i grandi imputati di un processo mediatico e politico. Davanti a tragedie come la devastante alluvione che ha colpito la zona sud di Messina, bisognerebbe tacere, profondere ogni energia nei soccorsi e nella solidarietà verso chi ha perso letteralmente tutto in quella dannata notte. Ma questo rischia di diventare un alibi, un modo per mascherare questa alluvione, di trasformarla in una tragica fatalità dovuta ad eccezionali condizioni metereologiche.

Ma in questa faccenda di casuale non c’è proprio nulla.

Quella collina era già venuta giù due anni prima e puntualmente ad ogni nubifragio un pò di fango fa capolino sulle porte delle case. Il comune, la regione e la miriade di enti che “dovrebbero” salvaguardare la nostra incolumità stanno, in queste ore, rimbalzandosi addosso le responsabilità per i mancati interventi e per la cattiva gestione delle poche risorse disponibili. In parole povere nessuno vuole assumersi una precisa responsabilità, di conseguenza la colpa è della natura infingarda e assassina, massacratrice di uomini e di umane opere.

Ma la natura rilascia licenze edilizie? La natura permette la costruzione di case lungo gli alvei dei torrenti e lungo le foci? La natura costruisce muretti insignificanti per proteggere grossi agglomerati urbani? La natura approva varianti al Piano Regolatore dei comuni? La natura ha una coscienza maligna e gode della morte degli uomini?

La natura si limita a ripristinare una parvenza di equilibrio quando questo viene stravolto dagli uomini.

In questa storia vi sono responsabilità precise che ovviamente non ricadono solo sulle attuali amministrazioni, ma che vanno ricercate anche molto indietro nel tempo e che trovano la loro sublimazione in un modello di sviluppo e di vita sociale aberrante.

E’ il modello della tolleranza, dell’indolenza, del vivi e lascia vivere, degli amici che devono fare affaroni d’oro. Un modello di sviluppo che vede nella cementificazione selvaggia l’unico modo per creare posti di lavoro, di conseguenza una mano più libera nel rilascio delle licenze è non solo cosa buona ma anche giusta perchè aiuta l’economia della città.

Nell’ultimo decennio a fronte di un costante impoverimento dell’economia cittadina e della costante emigrazione delle migliori menti verso altri lidi, a Messina si è avuto un vero e proprio boom edilizio. Si è costruito letteralmente ovunque: su colline di sabbia e argilla, a ridosso di altri palazzi già costruiti, lungo i torrenti, lungo gli affluenti dei torrenti, sulla cima delle colline. Centinaia di palazzi, spesso dai colori vivaci, cantieri che hanno dato lavoro a migliaia di persone, che hanno rovinato il panorama e, a quanto pare, compromesso il fragile equilibrio idrogeologico della zona.

Per ovvi motivi non conosco l’ammontare degli investimenti nel settore edilizio fatti a Messina negli ultimi dieci anni, ma posso ritenere si tratti di cifre abbastanza consistenti. Se questi soldi fossero stati dirottati verso altre attività produttive, nel settore turistico, nell’industria manufatturiera (Abbiamo due zone industriali drammaticamente vuote), nell’industria culturale forse oggi non ci troveremo a fare la storiografia delle alluvioni a Messina.

Abbiamo un territorio splendido, invidiato dal mondo intero, unico nel suo genere, ma, per incapacità e mediocrità lo riempiamo di palazzi, perchè il mattone è un investimento sicuro con pochi rischi (A meno che la famigerata natura non si incazza e butta giù una montagna) e con un ritorno assicurato.

Ma se gli imprenditori, giustamente, seguono il loro profitto e le strade più semplici per ottenerlo, abbiamo delle istituzioni che, invece di orientare e favorire un certo tipo di sviluppo, si adattano e seguono biecamenti modelli stabilti da altri. La soluzione più semplice che porta meno problemi e meno responsabilità.

Mediocrità! E’ questo il grido che si alza dalle case devastate della zona sud, dalle sale del potere cittadino, da ogni angolo di questa città. Una gestione più responsabile e coraggiosa probabilmente avrebbe evitato simili disastri, ma si è preferito evitare di assumersi vere responsabilità e di limitarsi a subire gli eventi.

La tragedia di Giampilieri è la tragedia delle mediocrità, di tutti noi.

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Che fare?

Dario | 14 Gennaio 2009

Due anni fa scrivevo su un forum ora defunto un intervento amaro, furioso che all’epoca non suscitò reazioni, anzi passò quasi inosservato. Ora a due anni esatti di distanza quelle parole, che ancora oggi rileggo con amarezza, suonano ancora attuali, troppo attuali. Sono quasi un manifesto, un manifesto composto da immobilismo, incapacità, accidia e di tutti quei difetto endemici che un popolo dovrebbe combattere e di cui, invece, ancora oggi si nutre avidamente…

Ecco cosa scrissi il 9 gennaio del 2007

…Diciamoci la verità,Messina avrà 250000 abitanti ma ha la mentalità, la morale perbenista e gli usi di un paesello di campagna. Sapete, quei paesi dove ci sono pochi personaggi che detengono un potere silenzioso, che non si vede, ma che è palpabile. Il sindaco, il farmacista, il medico, il parroco, sono questi i personaggi che alla fine nelle piccole realtà controllano tutto e provvedono a tutto. E Messina che c’entra direte voi? Basta pensarci un pò su, e guardare la realtà non con superficialità, fermandosi ai meri fatti di cronaca (di per se sterili ed insignificanti) ma con quella punta di cinico senso critico che ci vuole sempre per capire il mondo che ci circonda. Messina è una città dal passato glorioso, distrutta e più volte ricostruita, ma nell’ultimo secolo è stata ricostruita con malcostume, favorendo la creazione di piccoli potentati che, analogamente al famoso farmacista del paesino, controllano la città. Potentati nati all’ombra di Università, Policlinico, pubblica amministrazione, in una città che dopo il terremoto del 1908 ha vissuto di pubblica amministrazione. E’ questo il malcostume a cui mi riferivo prima, questo secondo me ha rovinato Messina. Il messinese non cerca un lavoro, cerca l’amico che conosce l’onorevole X per avere un posto al comune, alla provincia o all’Ente Nazionale Protezione del Gurzo del Borneo Meridionale. Questa ricerca, questo ideale del posto pubblico a tutti i costi ha una gravissima conseguenza, il clientelismo. Una pratica diffusa ad ogni livello, dal chiosco di limonate fino ai dirigenti amministrativi. Una città che vive di clientelismo, di traffici strani, di scambio di favori, dove la classe politica stessa è stata cooptata per clientelismo, che futuro può avere? La decadenza delle istituzioni ad ogni livello è evidente e sotto gli occhi di tutti, l’incompetenza, il già citato clientelismo, la presenza di micro e macro interessi sul territorio che fanno capo a persone che controllano pacchetti più o meno consistenti di voti e un generale disinteresse verso la cosa pubblica da parte dei nostri amministratori, non permettono a quei pochi messinesi coraggiosi, dotati di buona volontà di far qualcosa. Al cittadino messinese non importa nulla della sua città, interessa soltanto il posto al comune, non lavorare troppo, avere la casa al mare e la barchetta per pescare e farsi 3 mesi di ferie d’estate. Ed è forse questa la cosa più triste di tutto questo. Anni di malcostume e malgoverno hanno abrutito i messinesi, li hanno resi indifferenti e cinici, li hanno resi servili verso il potente e accidiosi verso la città e le istituzioni, sono diventati abulici e immobili, smossi solo da proprio egoistico interesse personalistico, insomma sono diventati una razza di bifolchi. Forse sarò troppo severo nel mio giudizio, ma parlo con rabbia, con la rabbia di un messinese che ama la sua città, ma che ha dovuto lasciarla in cerca di meglio, per sfuggire a quel vuoto culturare e morale che la sta risucchiando, perchè disgustato dalla realtà d’illegalità e di connivenza che giornalmente mi trovavo davanti agli occhi. Si sono veramente furioso, anzi incazzato, con i miei concittadini per quello che hanno fatto e che continuano a fare alla “città più bella del mondo”, incazzato per la loro indifferenza, per il loro egoismo, per la loro “scalterzza” e per la loro accidia. Mi sento diverso da loro, ma al tempo stesso mi sento più messinese di loro e da messinese spero sempre nel fondo del mio cuore che la città un giorno possa tornare grande, spero che nella mia generazione ci sia qualcuno che possa cambiare qualcosa.

P.S. L’anno prossimo la città “festeggerà” i cento anni dal terribile che la distrusse. Beh io ancora mi domando cosa ci sia da festeggiare, visto che in questi cento anni la città è sprofondata nel vuoto, da vivace centro culturale ed economico a città di uffici pubblici, piena di ignoranza e di grettezza.

Le cose in queste due anni son solo peggiorate. La città ha perso l’ennesimo autobus rappresentato dalle celebrazioni per il centenario del terremoto e continua ad avvilupparsi nei suoi problemi guidata da personaggi che non vogliono o non riescono risolvere un bel niente. Che fare allora? E’ giusto lasciar perire così una città? Che interessi hanno i potenti a farla precipitare nell’abisso? Sono così incredibilmente miopi e avidi da pensare solo ai loro interessi immediati senza neanche riuscire a immaginare un futuro anche per le loro malefatte o a provare un minimo di responsabilità verso la collettività?

Che fare? Che fare? Che fare? Su questa domanda mi arrovello e a questa domanda spero un giorno di trovare risposta…

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