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Venga il tuo regno…

Dario | 30 settembre 2009

Don Nino Bonaventura non era un prete come gli altri e si vedeva.

Giovane, snello, sempre abbronzato, muscoloso e ben curato. Giunse nel quartiere in un caldo giorno primaverile, in sella ad una motocicletta Triumph stracarica di bagagli e di bisacce. Il rombo cupo e potente di quello strano veicolo svegliò il quartiere dal torpore mattutino che solitamente vi regnava.

Il quartiere, già, questa strana unità territoriale, burocraticamente priva di un reale significato, ma per la gente che vi abita è tutto, è la vita. Il quartiere nel quale Don Nino giunse quella lontana mattina, sulla carte ufficiali viene definito “Ultra Popolare”. Cinque strade a salire e scendere e cinque strade perpendicolari. Al centro esatto una grande piazza con quattro giostre distrutte, due aiuole riarse dal sole e la chiesa, enorme, sproporzionata rispetto a tutto il resto.

Le case erano tipiche costruzioni popolari, tre piani con al centro un cortiletto per i bambini e qualche alberello, tutte identiche, tutte dello stesso color giallo ocra sporco e scrostato.

Don Nino era appena uscito dal seminario. Aveva avuto la vocazione tardi, molto tardi rispetto alla media e a trentadue anni era al primo incarico pastorale. Aveva scelto quella parrocchia perché nessun altro prete voleva andarci, sia dei nuovi che dei veterani.

Nessuno sapeva se quel giovane prete avesse fatto quella scelta coscienziosamente o per saltare una tappa della carriera ecclesiastica, fatto sta che quella mattina tutto il quartiere o quasi lo vide sfrecciare sulla sua rombante Triumph e lo vide parcheggiare nei pressi della canonica.

“Ma quello chi è, il nuovo prete?”. Chiese la signora Pina alla signora Tamburrano, vera e propria fonte di informazione di tutta la zona.

“Sapevo che doveva arrivarne uno nuovo, ma posso credere che è questo figliolazzo con la moto?”.

“E che ne so, ha parcheggiato in canonica. Sarà sicuramente lui”.

“Ma di solito a noi mandano preti vecchi, con la pancia sporgente. No non può essere lui, sarà qualche forestiero venuto a cercare informazioni”.

“No no lui è, si chiama Don Nino, me lo disse la signorina Cicala, lei della chiesa sa tutto”. Si intromise Francesco Santovito, marito della signora Pina, nonché macellaio del quartiere.

“Ma sei sicuro? A me pare troppo strana sta cosa”.

“Pina lui è, la signorina Cicala mi disse “E’ un bel figliolo, molto giovane, fresco di seminario, lo mandano da noi a farsi le ossa”.

La signora Tamburrano si cimentò in una delle sue risate, tristemente famose nel quartiere, consistenti una lunga serie di gridolini isterici sempre più acuti che terminavano sempre con un possente colpo di tosse. “Più che farsi le ossa, qui ad un giovanotto come quello le ossa gliele rompono”. Aggiunse cercando di ritrovare un contegno.

Dalla macelleria uscì Ciccio Mazzullo, ufficialmente parcheggiatore abusivo, ma famoso per le sue massime filosofiche. “Prete giovane che arriva, cazzi amari molto presto”. Disse scuro in volto, allontanandosi senza salutare.

L’arrivo di Don Nino suscitò tanto scalpore. Molti vennero in piazza per guardare la potente moto parcheggiata contro la porticina traballante che conduceva in sagrestia. Ma la cosa che strabiliava di più, grandi e piccoli, era il fatto che la moto non fosse legata con almeno tre catene cementate al pilastro più vicino.

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