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C’erano un Italiano, un Francese e un Tedesco

Dario | 24 settembre 2011

Crisi! E’ questa la parola d’ordine dei nostri tempi moderni, il pensiero dominante, la tempesta che fa tribolare stati e continenti interi.

Nessuno è più al sicuro ormai. Gli Stati Uniti, per la prima volta, sono stati bollati come pagatori non proprio eccellenti e, tra un uragano e l’altro, continuano a perdere posti di lavoro. L’Europa, tanto faticosamente costruita in cinquant’anni, si sta disgregando trasformandosi in un covo di litigiosi, dove il nemico di turno ora si chiama Grecia, ora Portogallo, ora Irlanda, ora Spagna.

In questi giorni, nel poco invidiabile elenco dei “nemici” dell’economia europea, è entrato anche il nostro Paese. Sarebbe un esercizio superfluo riepilogare la grande farsa di quest’estate, con una manovra finanziaria “urgente” modificata quattro volte, in base agli umori e alle pressioni di lobbies e interessi più o meno forti.

E’ meglio riassumere, in breve, i punti salienti della versione definitiva della manovra, in questi giorni al voto in Parlamento.

In breve, la manovra italiana, valutata circa 52 miliardi di Euro, prevede: aumento dell’IVA al 21%, un “contributo di solidarietà” pari al 3% a carico dei contribuenti che dichiarano più di 300.000 Euro annui, l’equiparazione dell’età pensionabile tra uomo e donna, l’abolizione della provincie, il dimezzamento dei parlamentari (entrambi da fare con legge costituzionale) e la modifica dell’articolo 8 per facilitare i licenziamenti.

Questo è quello che il nostro governo, dopo mesi di trattative, ha partorito e ha portato alle Camere. Al di là dei giudizi di merito, viene spontaneo chiedersi quali misure abbiano adottato i paesi europei vicini all’Italia per Pil Pro capite e per dimensioni. Scopriamolo subito.

Iniziamo dal cuore acciaccato ma sempre pulsante dell’Europa, la Germania. Innanzi tutto bisogna riconoscere che i tedeschi sono stati molto lungimiranti. Già nel 2005 si temeva una crisi economica dovuta alla bassa competitività e così venne varata la riforma Hartz. Si trattò, ai tempi di una vera rivoluzione che ha stravolto il rigido mercato del lavoro tedesco. In un colpo solo vennero deregolamentati e defiscalizzati i contratti di lavoro, venne introdotto il lavoro interinale e il lavoro di sussistenza, venne riformata l’agenzia federale per il collocamento e modificati i sussidi di disoccupazione. Quest’intervento, all’epoca criticato dalla stampa e dai sindacati, sta tenendo in piedi l’industria manifatturiera tedesca. Ma questo fu solo l’inizio.

Già nel 2009, il cancelliere, Angela Merkel, affilava le armi teutoniche contro la crisi mondiale operando su due fronti. Da un lato aumentò l’IVA per aumentare il gettito, dall’altro proiettò le aziende tedesche all’estero “colonizzando” nuovi mercati con l’apertura di filiali. La “finanziaria” tedesca, inoltre, prevede l’aumento dei finanziamenti all’università e alla ricerca e lo sviluppo di accordi e partnership con università ed enti culturali di paesi in via di sviluppo. Sul fronte interno, sono previsti, entro il 2014, tagli radicali al generoso welfare state tedesco, sforbiciate alle spese militari, che verranno ridotte insieme al numero di effettivi delle forze armate, rimodulazione della leva militare, snellimento della pubblica amministrazione, con la riduzione di 15.000 posizioni lavorative ed infine una tassa ecologica che graverà su tutti i biglietti aerei emessi in Germania.

La Francia ha iniziato “solo” nel 2010 a varare misure di politica economica contro la crisi. Il governo conservatore francese, poco avvezzo alle grandi riforme, ha concentrato le sue forze sui problemi strutturali che nell’ultimo decennio hanno impedito al paese di crescere. I primi passi sono stati un aumento degli investimenti pubblici nella ricerca e nell’innovazione e l’aumento dei finanziamenti alle università pubbliche che, dal 2010, hanno l’assoluta libertà per la gestione dei trasferimenti da parte dello stato. Il governo ha anche previsto agevolazioni alle aziende che operano nel settore delle nuove tecnologie e che investono in ricerca ed enormi sgravi fiscali per le piccolissime aziende che non superano un certo livello di fatturato.

Per incentivare anche il commercio e i servizi è stata avviato dall’Eliseo una deregolamentazione del settore commerciale e dei servizi ma al tempo stesso sono stati ampliati i poteri e i mezzi per l’autorità per la libera concorrenza. Per sostenere i consumi, sono state ritoccate le aliquote per le fasce più basse dell’imposta sul reddito e ha introdotto il Sussidio di Solidarietà, cioè un contributo economico che viene pagato ai disoccupati che accettano posti di lavoro a bassi salari.

Per recuperare il denaro necessario ad attuare queste riforme il governo francese, come il nostro, pesantemente indebitato, ha adottato il cosiddetto “modello tedesco” di gestione della spesa pubblica, cioè fatto di tagli agli sprechi della pubblica amministrazione, azzeramento degli investimenti improduttivi ma soprattutto ridurre i costi del welfare state non colpendo radicalmente e ovunque, ma con interventi mirati che avranno un impatto limitato.

Questo è quanto hanno fatto Francia e Germania, notate qualche differenza con la nostra? Io sì.

Scritto per Camminando Scalzi.it: http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/cerano-un-italiano-un-francese-e-un-tedesco.html

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Il pulpito di Mariastella Gelmini

Dario | 15 ottobre 2008

Che l’istruzione in Italia sia materia complessa non lo scopriamo certo oggi. La scuola italiana per anni ha formato migliaia di giovani ha ospitato al suo interno professionalità ed eminenze della cultura italica ma spesso è stata anche un comodo rifugio, una scappatoia per avere un posto fisso con il minimo sforzo. Soprattutto per quest’ultimo motivo ci troviamo oggi con una scuola dalla struttura elefantiaca e un’università nel caos. Luoghi deputati alla trasmissione della cultura, ancora legati a logiche arcaiche e a potentati più o meno influenti che inevitabilmente influenzano la formazione della futura classe dirigente italiana. Siamo un paese dove la cultura e l’istruzione sono nelle mani di una classe docente sempre più anziana, poco aggiornata sulle dinamiche sociali e culturali attuali, scarsamente permeabile alle innovazioni e che oppone resistenza al naturale ricambio generazionale.

Ma ecco che arriva lei, l’eroina di Leno, la grande moralizzatrice, Mariastella Gelmini, giovane ministro dell’istruzione del governo Berlusconi. Qual è la ricetta proposta dalla neo ministra per sistemare la scuola e far felice il suo collega Giulio Tremonti? Possiamo sintetizzarla con una sola parola: tagli, tagli, tagli. Se la proposta del ministro Gelmini verrà convertita in legge dal parlamento ci troveremo davanto al più massiccio piano di tagli nella storia della scuola italiana. Ecco alcuni numeri per capirci qualcosa di più

Scuola

  • 132.000 insegnanti in meno entro il prossimo triennio
  • Da 2600 (secondo gli ottimisti) a 4200(per i pessimisti) scuole che saranno chiuse o accorpate.
  • Ritorno al Maestro Unico, conseguenza dei tagli al personale su menzionati
  • Taglio degli insegnanti di sostegno e del personale cosiddetto ATA

Università

  • Taglio del 20% in cinque anni del “Fondo di finanziamento ordinario”, il fondo destinato a finanziare le spese universitarie non coperte dalle tasse
  • Blocco del turn over che verrebbe effettuato solo sul 20% dei posti disponibili e solo a seguito di pensionamenti del personale docente
  • Taglio dei fondi ministeriali alla ricerca, con pesanti ricadute su dipartimenti universitari e C.N.R.
  • Possibilità (ma quasi obbligo) per le università di trasformarsi in fondazioni private

Questi sono grosso modo i punti fondamentali del “Piano Gelmini”, piano che racchiude anche provvedimenti che hanno suscitato il plauso di genitori e politici. Per esempio la reintroduzione del grembiule alle scuole elementari, il ripristino del voto in condotta e dei voti numerici al posto dei giudizi, nuove regole per le bocciature. Ma uno dei punti più controversi è l’inferiorità, certificata da alcuni test, della preparazione degli studenti meridionali nei confronti dei loro compagni del centro nord. Il ministro ha più volte ribadito questo concetto sottolineando che cercherà d’ora in poi di assegnare  personale più preparato e di incentivare quello presente per innalzare la qualità dell’istruzione al sud. Un’affermazione simile sicuramente è di incoraggiamento per le disastrate scuole meridionali, ma detta dalla Gelmini stona in maniera clamorosa. Il ministro, infatti, temendo di non passare l’esame di ammissione all’ordine degli avvocati nella sua sede di residenza, Brescia, decise di sostenerlo in una sede più “facile” con un tasso di promossi molto più alto, a Reggio Calabria.

Il ministro si è giustificato affermando che aveva un bisogno assoluto di lavorare, ma anche noi giovani abbiamo lo stesso identico bisogno. Il fatto che un ministro della Repubblica abbia utilizzato un escamotage per facilitarsi la vita autorizza anche noi giovani a fare altrettanto?

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